Habemus ad vocatus! delete

Carissimi venticinque Lettori,

volevo aspettare il completamento dell’iter procedurale, ma il blogghino di provincia (che non muore mai) è sempre stata la mia valvola di sfogo delle piccinerie umane, e così lo uso pure oggi. A futura memoria, ché non si sa mai.
Il lungo silenzio che ha portato queste pagine ad ammuffirsi, semmai il bit permettesse l’aggressione micotica (ciberfungo?), è stato l’effetto collaterale dell’avvenuto superamento del l’esame di abilitazione alla professione forense: in due parole, sono diventato avvocato.
In un paese a basso tasso di burocrazia, il più sarebbe ormai fatto; e quindi, non così in Italia, nel 2012.
Per ottenere ciò che spetta di diritto, e che ci si è impegnati a lungo per ottenere (studiando roba mediamente complicata), bisogna farsi rilasciare un certificato, naturalmente di carta, che attesti il fatto che l’esame è stato superato; pagare una serie di tasse e balzelli (per il modico ammontare medio di 6-700€), e poi presentare altra domanda al consiglio dell’ordine degli avvocati di riferimento, Il quale verificherà la regolarità della posizione, delibererà la possibilità di iscrizione del candidato e rilascerà un ulteriore pezzo di carta col quale si sancisce il tutto.
Distanza fra i due uffici a Roma: 2 km.
Tempo richiesto per la procedura: almeno due settimane.
E così, anziché inviare quotidianamente, al superamento di ciascun esame, un’email dalla corte d’appello (luogo in cui si sostengono gli esami) al consiglio dell’ordine con i nomi dei promossi, è necessario che il candidato si presenti fisicamente in corte d’appello, porti con sé una domanda scritta e paghi alcune marche da bollo, attenda una settimana per avere un certificato scritto che poi dovrà portare, personalmente, al consiglio dell’ordine, dove lo attenderanno ulteriori file, ricevute che sono sempre a tanto così dallo smarrirsi (qualità connaturata alle ricevute) e altri pezzi di carta.

Manca ancora molto al sottoscritto per poter esercitare la professione con il titolo conseguito, Ma cercherò di superare anche l’esame che, sul suolo italico, è ancora il più difficile: uscire indenni da una fila in un ufficio.

More will follow…

Grazie di tutto, e buon viaggio. delete

Non è esagerato dire che mi abbia cambiato la vita, almeno in parte.

Grazie di tutto, Steve, e buon viaggio.

 

 

Quanto mi piacciono i Mumford & Sons delete

Da qualche tempo mi sono appassionato a questo giovane gruppo inglese, country nell’anima ma con un sentore di presenza scenica quasi grunge, se mi passate il paragone (e il ventennale di Nevermind non vi fa crescere rabbie sacrileghe).
Giovani, primo album profondamente innovatore: delizioso.
Ma non è questo il punto; questo è solo l’antefatto e, al più, un consiglio per gli acquisti. Era solo per dire che, youtubbando un po’, ho trovato l’esecuzione ad un concerto di “The cave”, un’ora dei singoli più riusciti dell’album, che inizia con un delizioso arpeggio di chitarra, alla fine del quale il cantante viene quasi annichilito dal pubblico che canta il testo.
E lui che fa?
Una cosa deliziosamente romantica: incredulo di fronte a quel successo, non riesce proprio a smettere di sorridere, tanto che, ad un certo punto, quasi non riesce più a cantare. Sommerso di incredulità e soddisfazione.
È in questi momenti che si ha la conferma dell’incredibile potere della musica.
Godetevelo: è commovente.

Mr B. e lo zelo delle Procure delete

M’è stato sollecitato un commento – sì, farò finta che il silenzio calato sul blogghino di provincia per più d’un anno non sia da commentare (nulla di più facile, a voler usare l’argomento, tutto onomastico, del suo nome) — questo commento, insomma, è da farsi sulla “inedita” veste di persona offesa (no, non “parte offesa”: non è giuridicamente corretto) assunta, nel procedimento penale di Napoli su Tarantini e compagnia cantante, da Silvio Berlusconi.

Sia ben chiaro: è quasi mezzanotte, ho sonno arretrato e vengo da una trasferta di lavoro. Questa sorta di procedura penale for dummies che esplicito qui sotto non ha pretese d’esaustività; anzi, magari c’è pure qualche svista. Se v’accontentate, eventualmente anche facendo domande, bene; altrimenti, avrò agio di consigliarvi la più vicina facoltà di giurisprudenza.

E’ noto, fra i venticinque lettori (ormai saranno pure diminuiti) del sitYno, che io mi occupi di diritto penale, e che abbia una spiccata vis polemica. E quindi, adeguatamente stimolato, nella fretta che contraddistingue la mia vita, butto là tre sassolini concettuali.

Nella mia esperienza, maturata nella Procura della Repubblica di Roma e in qualche altro grande tribunale italiano, la situazione è la seguente: i PM sentono raramente la persona offesa, dacché nella stragrande maggioranza dei casi il loro punto di vista è ben enucleato nella denuncia-querela che dà l’abbrivio al procedimento penale, spesso (ma a volte no) già indicando la persona ritenuta responsabile dell’illecito, e che i PM, un po’ acriticamente, iscrivono subito nel registro degl’indagati. A proposito: il nostro è un Paese che ha un rapporto con la giustizia ormai andato a puttane da molto tempo, e quindi non mi stupisco più di niente, o quasi. Ma l’iscrizione in questo registro è un atto a garanzia dell’indagato, e non comporta alcun giudizio di valore in merito alle sue condotte (tutte da accertare, a partire dalla presunzione di NON colpevolezza, guarda caso dall’INDAGINE — che si chiama così perché, toh!, INDAGA). Serve solamente a far decorrere una serie di termini entro i quali una Procura può ficcare il naso nella sua vita privata, scandagliandola alla ricerca di elementi da cui ricavare la colpevolezza in ordine al fatto per cui è stato iscritto (e non, come spesso accade, con un’indagine “a strascico”, nella quale ci si fa i cazzi suoi “che poi, magari, indizi d’un reato purchessia li troveremo“). Un indagato, con un’apposita procedura, può anche conoscere se a suo carico, in una data Procura, pendano delle indagini: addirittura, salvo in una serie di sparuti (e più gravi) casi, il segreto istruttorio può essere apposto una sola volta, motivatamente, e per tre mesi, da parte del PM.

Dicevo che questi ultimi raramente sentono la persona offesa, soprattutto nei casi in cui v’è un documento, di suo proprio pugno, che descrive i fatti ritenuti criminosi. Ma ci può essere il caso dell’iscrizione della notizia di reato da parte del PM o delle forze di polizia, senza che s’individui, o senza che si sia ancora individuata, la persona offesa. In quel caso, è ovvio che, una volta individuata, la si ascolti perché, andando a rivestire lo status di testimone, ha l’obbligo di presentarsi e di dire la verità.

Il testimone, persona offesa (dal reato) o meno che sia, deve presentarsi (al contrario, l’indagato può astenersi dal farlo e — udite udite! — mentire, senza conseguenze) se a tanto richiesto; se si rifiuta, può essere anche disposto quest’ormai celebre accompagnamento coatto. Cioè a dire: arriva la Polizia e ti trascina, a forza, in Procura. Figuratevi voi la scena…

La Procura, e un ottimo Giovandomenico Lepore in camicia sul lungomare partenopeo (e io che sono tornato al lavoro da due settimane…), si affrettano a specificare che non ce l’hanno con Berlusconi, tanto che stavolta vogliono pure tutelarlo. Bella storia: e io, garantista, che lo ritenevo un prerequisito, quello dell’indipendenza e terzietà della magistratura. E quindi: lui è un capo di governo e ben può avere degl’impegni. E allora, si faccia così: ti dò quattro date: giovedì, venerdì, sabato e domenica. Consecutivi. Lunedì, ti mando la polizia con le manette.

Che succede al cittadino comune, che riveste la qualifica di persona offesa e che il PM procedente ritiene di sentire? Che gli arriva un avvisino, che in genere lo spaventa e con il quale corre da me a chiedere conforto (e io, ovviamente, lo tranquillizzo); che a volte, i marescialletti a ciò delegati chiamano pure prima, per concordare una data (con non meno di sette/dieci giorni di preavviso, sempre per cortesia); che spesso, in caso di assenza di preventivo accordo, la persona quel giorno è impegnata. Che quindi, l’avvocato fa un’istanza di due righe al PM, chiedendo di fissare una nuova data, magari fra quelle indicate; e che il PM non batte ciglio — in genere, sono persone ragionevoli —, e magari aspetta un mese, due o decide di superare l’adempimento e non sentirla.

Che poi, spesso sono io a dover insistere affinché il PM si risolva a sentirla, la persona offesa (“Avvoca’, m’ha detto tutto in querela/la ritengo un’operazione superflua/il dottore non può ricevere, è fuori, è impegnato in un interrogatorio, no, non si può fissare un appuntamento“). Per dire, nel “Paese (Procura?) reale” funziona così.

E invece, la Procura di Napoli, ad un capo di governo (sì, tutti uguali di fronte blabla; epperò, il tintinnio di manette al Presidente di un Paese sull’orlo di una crisi finanziaria non dà garanzie, agl’investitori istituzionali), dice: novantasei ore consecutive a tua disposizione e poi poliziotti a palazzo Grazioli (col cazzo, poi, che si potrebbe: sarebbe necessario il voto delle Commissioni e del Parlamento, prima).

Vi dico di più: i PM nappul’ hanno sott’occhio un fatto naturalistico: la dazione di somme di denaro a Tarantini da parte di Berlusconi. Ritenendole il prezzo dell’estorsione, qualificano il Berlusca come persona offesa e Tarantini come indagato. Tuttavia, qual è il gioco che c’intravedo? Per carità, Berlusconi, giuridicamente, ha subito il danno da reato; ma, politicamente-giornalisticamente, non si tratta di soldi dati a Tarantini affinché tacesse su qualcosa? E se invece di qualificarla estorsione l’avessero definita “corruzione” ad un potenziale testimone? In fondo, sempre flusso di denaro da B. a T. sarebbe stato. E non è, quindi, che hanno deciso di cucirgli addosso il mantello della persona offesa (leoni per agnelli), consapevoli comunque che il fatto naturalistico sarebbe comunque venuto fuori, senza potersi attirare addosso gli strali di chi li definisce “persecutori”?

Per carità: anatema, anatema.

Nota per i biografi: M’è piaciuto, tornare a scrivere qui.

Amanda Knox: murder on trial in Italy delete

di Paolo Minciotti

“Esce negli Usa il film su Amanda Knox. In Italia ci avevano già fatto una telenovela.”

(Spinoza.it)

L’intento del regista (Robert Dornhelm), come lui stesso ha tenuto a precisare in più di un’occasione, era quello di raccontare le vicende inerenti all’omicidio della studentessa inglese Meridith Kercher, attenendosi esclusivamente agli atti giudiziari e portando sullo schermo solo fatti realmente accaduti.
Ad essere onesti Dornhelm ci è riuscito, ha ripercorso gli avvenimenti a partire da alcuni giorni prima dell’omicidio fino ad arrivare alla sentenza di condanna di primo grado, senza caricarli o romanzarli più del dovuto.
Il problema è che, complice anche un montaggio estremamente confusionario (soprattutto nella prima parte), la narrazione risulta caotica e poco fruibile qualora lo spettatore non sia già a conoscenza dell’accaduto.
La vicenda ruota soprattutto attorno all’ambiguo personaggio di Amanda Knox che è interpretata in maniera impeccabile da Hayden Panettiere (conosciuta soprattutto per il ruolo di Claire Bennet nella serie TV Heroes).
L’ex cheerleader si dimostra l’unica professionista in una pellicola rozza e dozzinale nonostante il regista non la aiuti, sottoponendola spesso ad intensi primi piani in lunghe sequenze di pianto e disperazione, che avrebbero impensierito anche attrici più mature ed esperte, ma non lei.
L’altra big del film è Marcia Gay Harden che incarna la madre di Amanda e che, nonostante il premio Oscar vinto in Pollock e l’ottima interpretazione in Mystic River non si conferma sugli standard ai quali ci aveva abituati.
Il film nel complesso risulta una via di mezzo tra un B movie americano e una fiction nostrana, complici forse anche gli attori che inspiegabilmente recitano mischiando un pietoso inglese a frasi interamente in italiano.
Fortunatamente Dornhelm non ha avuto l’ardire di dilungarsi più di tanto, mettendo in scena una pellicola di soli 80 minuti.
La scarsa durata del film tuttavia, non riesce a mascherare le innumerevoli magagne causate dal basso budget a disposizione e dal discutibile livello di quasi tutti i partecipanti.
In una parola: provinciale.

Uscita in Italia: N.D.

Easy A delete

di Paolo Minciotti

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Tanto per essere chiari: Easy A non è un film serio, non è un capolavoro, nè una pellicola da tramandare ai posteri. È semplicemente un modo per trascorrere un’ora e mezza senza pensieri.
Da molti definito “una rivisitazione in chiave moderna” di “La lettera scarlatta”, in realtà non lo è.
Non ha la stessa trama, non ha l’impatto e la profondità della tematiche, non ha niente, se non una “A” nel titolo, che si rifà alla lettera che la protagonista dell’opera di Hawthorne era costretta a portare sul petto. In Italia non avrà nemmeno quella dato che verrà tradotto come: Easy Girl.
La pellicola narra le vicende di Olive (Emma Stone), liceale “anonima” e poco considerata dai compagni, che stufa del suo non-essere, racconta di aver perso la verginità con un coetaneo e decide di usare la falsa notizia per acquistare notorietà. Ben presto, però, la cosa le sfuggirà di mano e la situazione precipiterà.
Olive si rivede molto in Hester Prynne (protagonista del romanzo) e proprio come lei, sarà messa alla gogna e oltraggiata a causa della sua promiscuità.
Nel corso del film vengono più volte proposte scene di “La lettera scarlatta”, adattamento cinematografico di Victor Sjöström del 1926 per descrivere le sensazioni e gli stati d’animo della ragazza e allo stesso tempo viene ripetutamente citato e deriso l’altro remake del 1995 con Demi Moore e Gary Oldman.
Molto brava Emma Stone nel ruolo della stravagante Olive e degno di nota Stanley Tucci nel (purtroppo) piccolo ruolo del padre.
Il resto del cast fa più o meno acqua da tutte le parti con qualche eccezione qua e là.
Contrariamente a quanto si possa pensare, però, la comicità della pellicola non è (del tutto) banale e demenziale.
Non aspettatevi battute alla Woody Allen, sia chiaro, ma qualche sorriso è assicurato.
Diversi sketch sono affidati a doppi sensi e giochi di parole in inglese che solo dio sa come tradurranno in italiano.
Una semplice commedia americana quindi, un modo semplice per trascorrere una domenica pomeriggio piovosa, una pellicola da accompagnare alle pop corn e a una coca-cola, questo è Easy A.
Una volta visto però, prima di formulare un giudizio, pensate che in Italia, la comicità media è nelle mani di Checco Zalone e i vari cinepanettoni.

Uscita in Italia: 4 marzo 2011

The Fighter delete

di Paolo Minciotti

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The Fighter racconta la vita del pugile ‘Irish’ Mickey Ward che, con l’aiuto del fratellastro ex pugile tossicodipendente in disgrazia, si allena per cercare di elevarsi dalla mediocrità della sua famiglia e combattere per il titolo mondiale.
La sceneggiatura, pur basandosi su un fatto realmente accaduto, non brilla certo per originalità, ma ci sono storie che, semplicemente, meritano di essere raccontate.
Il film scorre bene per tutte le due ore, aiutato soprattutto da prove attoriali di alta qualità.
Bravo Mark Wahlberg (‘Irish’ Mickey) soprattutto nella prima parte, bravissima Melissa Leo nel ruolo di Alice, madre-manager volgare e sguaiata, e non meno meritevole Amy Adams nel ruolo di Charlene, ragazza di Mickey (entrambe candidate all’Oscar come miglior attrici non protagoniste).
La vera punta di diamante del film, però, è Christian Bale, irriconoscibile nel ruolo di Dickie, fratellastro del protagonista.
Bale si supera, viene anche lui giustamente candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista (probabilmente solo Geoffrey Rush in “Il discorso del re” potrà “sfilargli” il premio), e gran parte del film si regge proprio sul controverso rapporto tra i due fratellastri.
La regia di Russel è piuttosto fredda e lineare, come scarna ma azzeccata è la scenografia.
La pellicola doveva essere inizialmente diretta da Darren Aronofsky che abbandonò per concentrarsi su “The Wrestler” e il ruolo di Dickie era stato proposto sia a Matt Damon che a Brad Pitt, per finire poi nelle mani di Christian Bale.
Mentre il secondo cambiamento genera uno spontaneo: “Non tutti i mali vengono per nuocere”, il primo lascia perplessi e insinua il più che giustificato dubbio: “Chissà cosa avrebbe fatto Aronofsky?”
Chimere a parte, The Fighter è un film buono, la storia coinvolge, complice anche un montaggio ben fatto e un ritmo incalzante che accompagnano lo spettatore al solito splendido (e già visto), incontro finale.

Uscita in Italia: 4 Marzo 2011.

127 Hours delete

di Paolo Minciotti

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Che Danny Boyle sappia fare cinema è cosa certa (The Millionaire).
Che abbia idee originali ed una regia eccentrica e innovativa, è indiscusso (Trainspotting, 28 giorni dopo).
Che non abbia ancora trovato la quadratura del cerchio, aggiungo io, anche.
Questo suo stravagante modo di fare film lo ha portato, in passato, a firmare pellicole di pregevole fattura, nelle quali, però,  spesso si scadeva in esibizioni registiche fine a se stesse e non sempre proporzionate al racconto.
Con 127 Hours, finalmente, Boyle ha potuto dare sfogo alla sua vena artistica sviscerando una storia (realmente accaduta) con maestria, accompagnato da musiche incalzanti e più che mai appropriate.
La vicenda ruota attorno ad un alpinista americano (Aron Ralston) che rimase con un braccio imprigionato sotto un masso nel corso di una scalata nello Utah, dal quale si liberò dopo 5 giorni amputandosi da solo l’arto.
Ralston è interpretato magistralmente da James Franco che tiene la scena da solo per gran parte del film senza inciampare in interpretazioni caricate ed eccessive e viene giustamente candidato all’Oscar come miglior attore protagonista, ma forse nell’anno sbagliato. Su due antagonisti come -il favorito- Colin Firth (Il discorso del re) e Jeff Bridge (Il Grinta) infatti, sarà difficile (per non dire impossibile) avere la meglio.
Stessa sorte, probabilmente, toccherà a Boyle per il miglior film ma questo non toglie meriti ad un’opera di indiscussa qualità.
E’ proprio il caso di dirlo: questa volta il regista inglese ha fatto centro.
Finalmente, dopo un lungo pellegrinaggio, è arrivato alla “sua” storia, che, per dirla come l’avrebbe detta lui, forse stava lì ad aspettarlo da quando è nato, e tutta la sua vita non è stata che una preparazione ad essa.
Forse i cinefili più classici storceranno un pò il naso di fronte alla “solita” estrema regia di Danny Boyle che questa volta, però, riesce ad unire l’utile al dilettevole.

Uscita in Italia: 25 febbraio 2011.

Rabbit Hole delete

di Paolo Minciotti

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La vita di una giovane coppia sconvolta dal più atroce dei lutti: la perdita di un figlio.
Danny, 4 anni, resta vittima di un incidente stradale mentre gioca in giardino.
Da quel giorno la vita di Becca (Nicole Kidman) e Howie (Aaron Eckhart) non sarà più la stessa, non sarà più vita. Per sempre.
Siamo catapultati nel mezzo di una tragedia, ma vediamo solo il peggio.
Neanche una parola, neanche un flashback, un immagine per più di metà film che racconti quel giorno.
A Mitchell interessa “il dopo”, l’elaborazione del lutto, che non avverrà mai.
Il dolore dei genitori è lancinante e continuo, il modo di reagire è diverso.
Il padre rivive il figlio vedendo e rivedendo i video salvati sul cellulare, continua a tenere il seggiolino in macchina e lascia i disegni sul frigo come se Danny fosse lì, come se saltasse fuori da un momento all’altro.
La madre si chiude in se stessa, lascia il lavoro e si dedica al giardinaggio e alla cucina, come volesse dimenticare, come volesse non pensare.
La straziante quotidianità si rompe.
Howie inizia a legare con una donna conosciuta ad una terapia di gruppo. Becca decide di aprirsi con il ragazzo che era alla guida dell’auto che ha ucciso suo figlio.
I due protagonisti cercano di evadere da una vita insopportabile in modo diverso, ma restando uniti.
Rabbit Hole è un film delicato, struggente, profondo. Elegante.
La sceneggiatura è tratta dall’omonima pièce teatrale di David Linsday-Abaire che vale allo scrittore il Premio Pulitzer.
Gli attori interpretano alla perfezione i loro ruoli senza sbavature.
Mitchell gira una pellicola di classe. Descrive con rispetto un dolore inumano, senza scivolare mai nel pietismo.
La sequenza dell’incidente (che non si vede) è raffinata e dolorosa, si spererebbe non finisse mai, e invece finisce. Come la vita di Danny. Come la vita dei coniugi Corbett.
Perché non basta respirare per essere vivi, occorre vivere. E ci sono dolori che uccidono dentro, nell’anima. Ci sono dolori che semplicemente non passeranno mai.

Uscita in Italia: 11 febbraio 2011.

Black Swan — Il cigno nero delete

di Paolo Minciotti

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Ultima fatica di uno dei registi più talentuosi del panorama mondiale: Darren Aronofsky.
Black Swan narra le vicende di Nina, una ballerina di danza classica, che entra in competizione con la nuova arrivata, Lily, durante la preparazione de “Il lago dei cigni”.
Nell’opera sono previsti i ruoli dell’innocente cigno bianco, perfetto per Nina, e del sensuale cigno nero, più adatto a Lily.
La psicologica rivalità tra le due ballerine, porterà la prima ad esplorare il suo lato oscuro, senza la certezza che Lily sia una vera nemica o solo il frutto della sua mente, facendo nascere in lei un’ambigua ossessione omoerotica.
Aronofsky, dopo The Wrestler (Leone d’oro a Venezia nel 2008), torna dietro la macchina da presa con un thriller avvincente ed esaltante.
Come nel precedente lavoro, tutto ruota intorno ad un “corpo”.
Se in The Wrestler era quello muscoloso e provato di Mickey Rourke, in Black Swan è quello più soave e delicato di una straordinaria Natalie Portman, giustamente in odore di Oscar come miglior attrice protagonista. La sua prova è praticamente perfetta. La Portman interpreta un personaggio complesso e sfaccettato con una naturalezza ed un’intensità degne di nota. E’ il vero collante del film; tutto ruota attorno a lei ed alle sue ossessioni che è bravissima a trasmettere allo spettatore.
Aronofsky prosegue per la sua strada con una pellicola inconfondibilmente “sua”. Porta in scena un film forte e deciso, colpisce lo spettatore senza pietà con immagini forti e sconvolgenti, questa volta però, con grazia.
In Black Swan c’è molto dei suoi precedenti lavori: i deliri di “Pi-greco”, la forza e la durezza di “Requiem for a dream” e quella inquietante camera a spalla che segue la protagonista come un’ombra, già apprezzata in “The Wrestler”. Il regista attinge dal passato, e va oltre. Il risultato è un eccellente thriller psicologico, ambientato nello spietato mondo della danza classica, che Aronofsky descrive in maniera straordinaria, coinvolgendo lo spettatore nei deliri di una protagonista in bilico tra il bene e il male.

Uscita in Italia: 18 febbraio 2011.

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