Mi sono interrogato molto spesso sul significato di questo concetto: l’amicizia. Le domande sono sempre state molte, e – come potrete senza dubbio arguire – di difficilissima risposta, se non impossibile.
Non so cosa mi leghi ai miei amici; non so perché sono triste quando se ne vanno, felice quando tornano; non so perché mi fa piacere che la vita sorrida loro; non so perché spero che si realizzino i loro sogni, e che i loro incubi si tengano lontani, più che si può.
So che farei molte cose per loro (e loro per me), ma – anche in questo caso – la risposta è persa in qualche nebbia che la mia ragione non riesce a diradare.
Tutto ciò sicuramente non deriva né da meri (e vili) calcoli utilitaristici, né da buonismo: sono quasi immune dai primi, e ben vaccinato contro il secondo (peggiore, forse, dei primi). Torna dunque, con orrorosa ciclicità, la Domanda: perché?
C’è chi fa a meno degli amici, chi si isola (anche volontariamente) da quello che io ritengo essere un bene prezioso: certo, si può vivere anche senza amici, forse addirittura senza relazioni interpersonali di sorta; in fondo, ciò che veramente conta è che il volere individuale sia appagato nella maniera più consona alla volizione del singolo: ma è pur vero che ci sono individui stupidi ed ignoranti, i cui animi si appagano con poco (o niente).
Penso che coloro i quali rientrino in questa categoria potrebbero usare lo stratagemma di accusarmi di ignorare le gioie del loro nichilismo relazionale, ed avrebbero anche una certa dose di ragione: ma, data la logica incompatibilità a causa dell’antinomia dei due stili di vita, io non potrei confutare loro, e loro non potrebbero smentire me.
Sarò forse un ortodosso estremista del mio modo di pensarla, ma credo che la gioia che può darti un amico, non ti verrà mai donata dal (pur profondo) appagamento dell’avvolgente solitudine.













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