Dài di film, cazzo!

Niente da fare, miei cari mujahedin: non riesco proprio a digerire le opere di Alex Infascelli. Sia la sua opera prima Almost blue, che questo secondo Il siero della vanità mi hanno lasciato scontento, veramente scontento.
Sto addirittura lottando per cercare di vederlo tutto fino alla fine; almeno, il primo lo vidi al cinema, e lo vidi tutto; ma quest’ultimo, proprio non si doma.
Strano, per questo giovane regista che iniziò la sua carriera di cineasta lavorando nella crew che girò i primi video grunge dei Nirvana, in quel di Seattle nei primi anni ’90…questo fatto me lo fece sempre di più assomigliare ad un mito, se consideriamo che Cobain e soci furono il mio primo passo nella musica “seria”.
La fotografia dei suoi film è buona, non c’è che dire; anche le tecniche di ripresa, ad es. l’uso opportuno delle steady-cam, sono veramente appropriate; certo, non quanto Woody Allen o Stanley Kubrick, ma sicuramente gradevoli.
Per quanto riguarda poi il soggetto de Il siero della vanità, c’è da dire che esso proviene dalla fervida mente di un giovane e promettente scrittore italiano, Niccolò Ammaniti.
Quindi?
Quindi è sta cavolo di regia che non digerisco; tutto troppo finto, troppo impostato, troppo cliché. La recitazione è stentata, frammentata; non dico che Margherita Buy dovrebbe recitare attraverso il metodo Stanislavskij, ma che almeno eguagliasse qualitativamente altre sue interpretazioni come Le fate ignoranti…

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