Labile, esangue linea di confine tra pace e orrore
Francesco Minciotti
Ore 19.16, camera mia
Scrivo quanto leggerete, sperando che nulla muti più, sulle note di Ludovico Einaudi. Sono felice, e terribilmente rilassato. Finalmente, veramente rilassato.
Ore 16:07, camera mia
Tutto è tornato a posto; i mobili hanno la consueta forma e sostanza, la luce è quella di quest’ora ogni giorno. La sensazione è quella di incredulità mista a tranquillità; sicurezza con aloni di inquietudine; tutto è passato.
Ma proprio tutto?
Ore 15.30, ospedale
E’ arrivato da poco in terapia sub-intensiva, è tornato a casa. Un oceano di rilassamento permea la muscolatura esausta, sciogliendola in rivoli di serenità. Come un pugno nello stomaco, che invece di far male dona gioia.
Ore 14.47, bar dell’ospedale
Difficile capire il gusto dei due tramezzini prosciutto cotto+formaggio; la consistenza invece sì, la materia è imprescindibile. Ma il sapore, quello no: perso tra le pieghe di un’inquietudine che ancora striscia nell’erba tutt’attorno. Volano i pensieri tristi, gli “e se…” e i “…che farei?”, i repentini scatti di orgoglio condensati in un “tanto non succede”, il raziocinio che vince tutto con un suo “pensale tutte, meglio esser preparati”, e la paura che vien dietro a gran giornate.
Ore 14.18, ospedale, piano operatorio
La ferrista D. mi ha tirato in faccia una secchiata d’acqua fresca; “tutto finito, sta’ tranquillo, è andato tutto bene, stanno ricucendo, è finita!”, è come il vento sul viso quando sfrecci a 100 all’ora. Rapide come nuvole, tutte le preoccupazioni si sono dissolte; come neve su cui si sparge il sale. Levare un peso di 100kg dal mio stomaco non mi avrebbe recato lo stesso giovamento. Qualche dubbio serpeggia ancora, ma il sorriso di un suo amico (nonché dottore) passato di lì dopo pochi minuti li schiaccia come si deve.
Ore 12.42, ospedale, stanza in corsia
Un coltello nell’addome; giù, piantato finché va, finché il braccio ha la forza sufficiente per farlo correre nelle carni, e una volta fermatosi, farlo roteare con veemenza a destra e a manca.
Pensieri orrendi che assaltano la mia mente come corsari d’altri tempi; ecco tutti i “da domani, niente sarà più lo stesso”, insieme agli “come farò senza di lui?”, seguiti dai “lo hai pensato tante volte, ma ora ci sei, dove vuoi scappare ancora? Il tuo cervello è stretto, non fuggirai più”, rinforzati dai “perché?”, dai “non è vero, tutto questo non è reale” e dai destabilizzanti “ho paura”.
Ho visto un santino con l’immagine della Madonna di Medjugorie; non l’ho pregata. La mia ragione è stata forte, o forse non ero terrorizzato ad un livello tale che non mi desse altra scelta. Diceva Bukowsky: “Dio va forte negli ospedali”.
Ore 11.35, ospedale, stanza in corsia
La presunta tranquillità è stata ben presto disarticolata dalle prime, sporadiche gocce di subdole mezze-verità. Nascono i primi “ma che cerca di dirmi?”, tentano invano di essere spazzati via dai “la gente parla sempre più di quanto sia giusto fare”, e dai “è un’esagerata…”. Come una cassa di risonanza del miglior pino che si possa trovare, i minuti di solitudine - congiuntamente con gli “e se…” - amplificano la paura, il terrore, fanno attraversare la labile, esangue linea di confine tra pace e orrore.
Ore 10.50, ospedale, stanza in corsia
L’han portato via da poco, insieme alle certezze di salute eterna per i miei familiari. La fiducia è la veste d’ordinanza, i chirurghi hanno mani d’oro, gli assistenti assistono che è una meraviglia, tutti i colleghi stanno in zona; sgorgano fuori - non richiesti - i primi “e se mai…”.
Tutto sommato, va ancora tutto bene.
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