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    Compendio marzolino

    29 03 2005 di Francesco Minciotti

    Ultimo post del mutevole mese di Marzo, e uno sente il bisogno di scrivere: che cosa, non lo sa; però scrive.

    So che un (egregio) professore dell’università mi ha contattato dicendo che vuole parlarmi, tra le altre cose, proprio del nostro caro Silenzi.com, il che mi riempie di gioia. Vi terrò informati.

    So che finalmente ho ritirato il mio nuovo, fiammante paio d’occhiali nuovi, con montatura a giorno (sempre più radical-chic, miei cari mujahedin). Rosso fuoco, che ve lo dico a fare?

    So che ieri, dopo immense lungaggini, telefonate a vuoto, email a randa, sono riuscito a prenotarmi un bel fine settimana (perché dire sempre week-end, yeah, siamo molto inglesi, quando abbiamo il corrispettivo in lingua?) a Venezia. Ah, e mica ci andrò da solo, nossignori!, ci andrò con la mia Stella…e non ci credo che non ce n’è uno di voi che non mi invidia :) (La frase con più negazioni affermative della storia…). Vedrete le foto, miei cari, oh se le vedrete…Sempre che la Stella non si stufi di aspettarmi mentre inquadro&scatto e mi butti in un canale!

    So che ieri sera ho organizzato una cenetta per i miei intimi amici, e abbiamo pasteggiato con piatti locali (leggi: cannelloni, pollo alla diavola e patate arrosto) e del buon vino; poi ci siamo dati (come di consueto) al nostro amore - il poker - e il Vostro ha vinto alla grande!
    Epperò poi mi viene in mente che al mondo c’è gente che, mente sorseggio il Vescovo di Montefiascone (un vino, non il prelato…) e mangio pollo, muore di fame, e penso che forse tutto questo non ha senso, che dobbiamo fare qualcosa. Non che mi vergogni delle mie “ricchezze”, sarebbe - entro una certa misura - illogico; però non è tollerabile che a questo mondo qualcuno muoia di fame, senza che sia colpa sua. Per cui, cari mujahedin, sapete cosa fare: il menù “aiutiamoli” è sempre lì sulla sinistra: coinvolgete quante più persone potete: proviamo a renderci meno colpevoli, e a dare giustizia (e cibo e acqua e cure mediche) a chi non ce l’ha, e non per colpa sua.

    So che non sono l’unico ad essermi sentito male vedendo Million dollar baby: ho avuto notizia di almeno altri tre casi certi, e ad uno di questi la cassiera del cinema, mentre lo rianimava, ha detto che non era di certo il primo cui il film faceva questo scherzetto! Il mio ego mascolino è salvo! (Ora però smetto di parlarne, perché già sento nuovi conati…).

    So che mi fa abbastanza schifo che si continui a spulciare in pubblico lo stato di salute di Karol Wojtyla. Non dico Papa, perché, sebbene abbia il diritto ad essere in tal modo appellato, voglio mettere in risalto il suo lato umano, prima di quello temporale.
    Checché se ne pensi sulla religione (e voi sapete bene come la penso in merito), è pur sempre un uomo che ha sofferto, e che, seppure in mezzo a mille agi, ha avuto a che fare con gravi malattie, attentati, interventi e quant’altro: certo, c’è gente che sta peggio, ma almeno non si vede sbandierata la propria cartella clinica, con tanto di sintomi, prodromi, diagnosi, prognosi e possibilità di interventi vari ai quattro venti.
    Questo è feticismo medi(ati)co, cari miei. Lasciate che soffra in pace; non fategli rivestire il ruolo della reliquia ante mortem.

    So che - finalmente - Terri Schiavo sta per incontrare la Grande Mietitrice (stavo per scrivere Meretrice…pensate dove sarebbe andata a finire tutta la poesia del post…). Su questo, nulla questio: sapete come la penso, sapete cioè che sono arciconvinto del fatto che l’essere umano sia l’unico e solo proprietario della propria vita, e che deve disporne come meglio crede. L’unico dubbio che ho in merito è relativo a quando e come Terri avrebbe manifestato la volontà di morire, se si fosse trovata in questo stato. E’ vero che si può sempre invocare la cessazione di accanimento terapeutico (se di questo si tratta), e che, nel regime giuridico statunitense, il coniuge ha un (quasi) esclusivo potere decisionale sulla sorte dell’altro; però, non so davvero se ella abbia manifestato al marito la propria volontà.
    Spero davvero che questo caso possa pompare ossigeno sulla fiamma dell’opinione pubblica favorevole all’eutanasia, e che si possano accendere piccoli focolari di dibattito anche nel nostro Paese. Tanto poi arrivano i pompieri del Vaticano, che vi credete?

    Bene, quel che c’era da dire l’ho detto: arrileggerci…e fatevi sentire ogni tanto, ché mi fa piacere rimanere in contatto con voi, cari mujahedin!
    (a questo proposito, un pubblico grazie a Sara per i finti auguri di Pasqua!).

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  • Liceità logica dell’ateismo

    23 03 2005 di Francesco Minciotti

    Avvertenza: Questo è uno di quei classici post pallosi che mi piacciono tanto, ma che risultano odiosi ai più; questo avviso è qui per questo, per evitarvi cioè un’incazzatura quando sarete arrivati a metà post, e direte: “Beh? che me ne frega a me di ’ste cose?”. Per non avervi sulla coscienza, vi allerto fin d’ora :)

    E’ sorta dal nulla (o quasi) la disputa ad oggetto del presente scritto: qualche giorno fa, in biblioteca, un ragazzo si è intromesso in una mia discussione sulla religione (e di cos’altro potrei parlare io?), sostenendo l’impossibilità logica dell’ateismo.
    Oggi lo ho incontrato nuovamente e gli ho chiesto lumi sulla sua frase: “Si può essere agnostici, ma non atei, perché il professarsi ateo è contraddittorio”.
    Quello che segue è un succintissimo resoconto di quanto da lui blaterato (e da me argomentato) in 3 ore e 25 minuti di discussione, con vari astanti che si beavano dell’agone dialettico-filosofico, a volte intervenendo con meste (perché banali, e fallaci sul piano logico) supposizioni cattoliche (es.: “Osi dire che 2000 anni di religione sono passati invano?”), e più raramente con begli interventi motivati.

    Il mio poco accorto amico sosteneva che l’ateismo non è proponibile, in quanto è un sofisma logicamente assurdo. Questo perché chi si professa ateo dice: “io non credo in Dio”; così facendo tuttavia, egli ammette l’esistenza di Dio (perché, secondo lui, deve pensarlo per negarlo, e pensandolo lo crea), e così chi parte per negare Dio in realtà ne afferma l’esistenza, perché non solo non può negarne l’esistenza, ma nel tentare di farlo legittima l’esistenza della deità.

    Cazzate.

    Chi cade (volontariamente o colposamente) in un sofisma del genere non tiene conto di una verità inconfutabile: la differenza che corre fra pensiero e azione, fra atto e potenza.
    Io posso pensare qualcosa, ma non per questo essa deve esistere. Così, potrò pensare un cavallo, ma esso non si materializzerà di fronte a me; così come io non penso centinaia di cose, ma esse nel mondo continuano ad esistere.
    Tornando alla nostra dissertazione sulla liceità dell’ateismo, non si può che legittimarla: infatti, nella frase: “Io non credo in Dio” userò sì il concetto di deità, ma per negarlo; e questo è consentito dalla logica perché nominare un concetto non equivale a crearlo, né a legittimarlo; fosse altrimenti, io sarei Dio (perché ogni mio pensiero si tramuterebbe ipso facto in atto), e quindi non potrei non credere a Dio, perché sarei io stesso!
    Grazie all’evidente alterità del concetto di pensiero da quello di esistenza, si può confutare qualunque concetto dubbio, sostenendo la sua non esistenza, senza per questo legittimarlo.

    Il tutto vi apparirà più chiaro con quest’esempio: credete ai fantasmi? No, non credo. Tuttavia, stando al sofisma del mio ben poco filosofico amico, non potremmo che ammetterne l’esistenza, perché dicendo “non credo ai fantasmi”, si fa ricorso al concetto di fantasma e quindi lo si crea, e poi se ne nega l’esistenza, creando un assurdo logico.
    Quindi, ricordate, non possono non esistere i fantasmi :)

    Tra l’altro, se ne è uscito con questa assurda storiella sulla probabilità dei miracoli: ricordando il passo del cieco dalla nascita guarito dall’applicazione di fango sugli occhi ad opera di Gesù (Giovanni, 9), egli mi ha detto: “Come puoi negare la deità quando sai di storie come queste? Cristo ha messo del fango sugli occhi del cieco nato e gli ha detto che sarebbe tornato a vedere; dopodichè, egli se lo è lavato via dagli occhi ed ha visto”.
    Io: “In via stocastica, nessuno può negare il beneficio del dubbio: il cieco potrebbe bensì aver riacquistato la vista per opera di un miracolo, ma potrebbe anche averla riacquistata per infinite altre possibilità: autosuggestione, imbroglio, un fenomeno di automedicazione del corpo ad oggi inspiegabile scientificamente, e così via.”.
    Risposta del mio teocrate amico: “Eh, sì! Sarà più probabile che sia stato un miracolo che un’altra cosa, non ti pare?”.

    Capite cosa intendo, quando parlo di paraocchi religiosi ?

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  • Cinema mon amour

    20 03 2005 di Francesco Minciotti

    Sarà stato il caldo della sala.
    L’aria rarefatta, forse ero vestito troppo pesante per la temperatura.
    Sarà stato che non avevo mangiato.
    O più probabilmente sarà stata la crudissima scena del riassestamento del naso rotto su Million dollar baby: fatto sta che sono quasi svenuto al cinema; sono dovuto uscire, mentre mi veniva da vomitare, la vista si abbuiava e la testa girava, e sdraiarmi per qualche minuto su un divanetto, prima di rientrare in quel vortice di emozioni sanguigne che è l’ultimo film di Clint Eastwood.
    E che poi non mi venissero a dire che il cinema non dà emozioni.
    Il cinema è lo specchio della vita, che si può osservare seduti e in silenzio.
    Prima di questa sera avrei detto “osservare comodamente seduti”; ma dopo che il cinema mi ha fatto (quasi) svenire, il comodamente se ne va allegramente a farsi fottere.
    E nonostante lo spavento che si è presa la mia Stella (alla quale chiederei pure scusa, se solo la cosa fosse dipesa dalla mia volontà), mi è piaciuto molto: ha dato nuova profondità allo spettro di emozioni che può suscitare un film. Guardandone molti, ho pianto, ho gridato, mi sono impaurito, ho riso, mi sono schifato, mi sono annoiato, mi sono addormentato, sono rimasto a bocca aperta, ho sognato, sono rimasto indifferente, ho sbadigliato, ho applaudito. E, da oggi, sono quasi svenuto.
    Tutto questo è il cinema, mon amour.

    N.B.: L’unica volta che ho provato qualcosa di vagamente somigliante a questa meravigliosa sensazione è stata la scena della “ricerca dell’arteria femorale” su Black hawk down, del Maestro Ridley Scott. Ma lì ho provato giusto un lievissimo conato di vomito.
    Ci sono sempre margini di miglioramento, anche quando giureresti il contrario.

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  • Dalla padella alla brace

    18 03 2005 di Francesco Minciotti

    Capita, a volte, che uno crede di aver fatto una cosa buona nella sua vita, a mollare Telecom Italia per passare a Libero adsl: quell’uomo è un coglione. Il sottoscritto lo è.
    Libero funziona finché non si rompe.
    Questa tautologia volontaria serve a spiegare bene un concetto: sono cazzi amari se vi serve di contattare il call center tecnico (800 199 990), in quanto - è assodato - non rispondono.
    In 6 giorni ho fatto 6 chiamate, più o meno di 50 minuti l’una (letteralmente, cinquanta minuti), senza avere risposta alcuna. Neanche Bill Gates è così prezioso. E dire che io pago un canone anche per avere assistenza tecnica.

    Il comico arriva adesso: chiamo, incazzato come una biscia, il 159 (commerciale), e chiedo cosa devo fare per effettuare un reclamo. Il tipo mi dice: “Deve chiamare l’800 199 990″. Al che scoppio a ridere: un riso disperato. Dopo avergli spiegato l’oggetto del reclamo, scoppia a ridere anche lui e mi dice “non so che dirle”.

    Kafka mi fa una sega.

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  • Sessuofobia e felini

    05 03 2005 di Francesco Minciotti

    Riflettevo l’altro giorno sul cartoon “Il re leone” della Disney, e, al di là di ogni considerazione di valore, mi è venuta in mente una cosa, alla quale non ho saputo dare una spiegazione logica: perché tutti i leoni della foresta non hanno i genitali? A che pro nascondere qualcosa che in natura esiste?

    La risposta è da ricercarsi nella sessuofobia latente che attanaglia il sistema ultraconservatore occidentale. Sebbene ai più sprovveduti, o a coloro i quali non si pongono questo quesito con serietà, la cosa potrebbe far sorridere, o comunque portare a far spallucce liquidando la questione definendola di lana caprina, il problema è fondamentale. Se volessimo tracciare una fenomenologia completa della “sessuofobia”, potremmo scrivere decine di tomi con esempi; io mi accontento di questo, che è forse il più lampante, e quindi il più efficace fra tanti.
    Come dice un mio amico: “Chi e perché decide che un gomito, uno zigomo o, in tempi più moderni, una tetta non scandalizza e il cazzo sì?”. E vi dirò che alla domanda non si trova risposta, è più ardua del quesito della Sfinge.
    Essenzialmente, la sessuofobia in Italia è un regalo della nostra madre Chiesa, e lentamente ce ne stiamo emancipando; in questo, devo dire grazie (brrrrr! NdCervello-di-Francesco) a programmi trash che mettono in mostra tette&culi di amebe antropomorfe (tali sono le vallette, e nulla più).
    Pensate alla concezione che molti hanno del Kamasutra: libro fondante la tradizione Indù, qui da noi additato come squallidume per “sporcaccioni”. L’Occidente cristiano ha un rapporto conflittuale con il sesso: è malato di sessuofobia.
    Ed ecco che ritorna il cazzo dei leoni: capite ora l’assurdità insita nell’omettere qualcosa che in natura esiste? A che pro? Come potrebbe scandalizzare qualcosa che è naturale? Naturale così come un gomito, o una bocca, o un ginocchio!
    Instillando questa sessuofobia nei bambini anche mediante espedienti barocchi come l’omissione dei genitali nei cartoni animati o nei pupazzi (distorcendo la verità!), si fomenta la tradizione sessuofobica dell’Occidente cristiano.
    Avevano capito tutto i greci, con le loro incantevoli statue; avevano ben continuato i nostri artisti rinascimentali. Non aveva capito un cazzo papa Pio IV, che minacciò di voler distruggere la Cappella Sistina perché rappresentante corpi nudi. Fortuna per noi che Daniele da Volterra, discepolo di Michelangelo, riuscì a convincere l’Orrido Mostro (sì, papa Pio IV) a mediare su un punto comune: “vestire” i personaggi con delle braghe; ecco perché tale artista è oggi conosciuto come il “Braghettone”.
    Chissà se centinaia, migliaia di anni di storia porteranno un giorno i panzoni benpensanti a considerare che il corpo è bello, e che non bisogna vergognarsene, né di insegnare ai bambini a nasconderlo, né ad additare al pubblico ludibrio chi lo mostra.

    Insomma, vogliamo vedere il cazzo di Simba!

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  • Cinema mon amour

    03 03 2005 di Francesco Minciotti

    Sarà stato il caldo della sala.
    L’aria rarefatta, forse ero vestito troppo pesante per la temperatura.
    Sarà stato che non avevo mangiato.
    O più probabilmente sarà stata la crudissima scena del riassestamento del naso rotto su Million dollar baby: fatto sta che sono quasi svenuto al cinema; sono dovuto uscire, mentre mi veniva da vomitare, la vista si abbuiava e la testa girava, e sdraiarmi per qualche minuto su un divanetto, prima di rientrare in quel vortice di emozioni sanguigne che è l’ultimo film di Clint Eastwood.
    E che poi non mi venissero a dire che il cinema non dà emozioni.
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    Prima di questa sera avrei detto “osservare comodamente seduti”; ma dopo che il cinema mi ha fatto (quasi) svenire, il comodamente se ne va allegramente a farsi fottere.
    E nonostante lo spavento che si è presa la mia Stella (alla quale chiederei pure scusa, se solo la cosa fosse dipesa dalla mia volontà), mi è piaciuto molto: ha dato nuova profondità allo spettro di emozioni che può suscitare un film. Guardandone molti, ho pianto, ho gridato, mi sono impaurito, ho riso, mi sono schifato, mi sono annoiato, mi sono addormentato, sono rimasto a bocca aperta, ho sognato, sono rimasto indifferente, ho sbadigliato, ho applaudito. E, da oggi, sono quasi svenuto.
    Tutto questo è il cinema, mon amour.

    N.B.: L’unica volta che ho provato qualcosa di vagamente somigliante a questa meravigliosa sensazione è stata la scena della ricerca dell’arteria femorale su Black hawk down, del Maestro Ridley Scott. Ma lì ho provato giusto un lievissimo conato di vomito.
    Ci sono sempre margini di miglioramento, anche quando giureresti il contrario.

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