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    Isolamento urbano

    29 04 2005 di Francesco Minciotti

    Buongiorno-buongiorno, miei cari raccoglitori onirici di margheritine!Eccomi di nuovo tra voi, dopo una afosa settimana romana (altro che vacanze romane…), passata ad imprecare per il fatto di non avere vestiario estivo con me; vi assicuro che uscire di casa a mezzogiorno con i pantaloni di vigogna non è buona cosa (anche se sono molto casual-chic, ohi ohi).

    Che si rendiconti, allora.
    Anzitutto, ho ottenuto la tesi triennale che tanto speravo di fare: tratterà del post-umanesimo e del cyborg. Un argomento meraviglioso, quasi di pura filosofia, che mi ha sempre affascinato e che, se non fosse stato per questa opportunità, non credo avrei mai approfondito a tale livello. Sono felice. A questo proposito ho iniziato a leggere un po’ di robine sull’argomento: per ora, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, di Umberto Galimberti. Un testo filosofico, in pratica, che richiede una buona dose di concentrazione, ma che apre nuovi mondi. Due concetti tanto per gradire: secondo il Galimberti (e chi siamo noi per dubitarne?) l’uomo non si differenzia dall’animale per la presenza della ragione, ma per l’assenza degli istinti, che lo rende meno adatto a vivere nel mondo; a questa carenza, l’uomo supplisce con la tecnica, che gli fa colmare quel gap che aveva in partenza con l’animale.
    Altro esempio: nel periodo - per così dire - pre-tecnica, l’uomo aveva una visione del tempo circolare, mutuata dall’osservazione della natura (ciclo nascita, vita, morte, rinascita); con l’avvento della tecnica (mitologicamente donata - insieme al più famoso fuoco - agli uomini da Prometeo [colui che vede prima], per riparare alla cazzata di Epimeteo [colui che vede dopo] , suo fratello deficiente, che, avendo ricevuto l’incarico di distribuire qualità agli esseri viventi, aveva sperperato tutte quelle che aveva nel sacco per gli animali, e aveva lasciato l’uomo ignudo come un verme e senza qualità; insomma, l’opera di Eschilo, il Prometeo incatenato, o come qualcuno una volta ebbe a dire, il Prometeo scatenato), essa dona all’uomo un nuovo orizzonte di senso, rompendo la circolarità del tempo perché finalmente questi può passare da un punto temporale A (il non costruito) ad un punto temporale B (il costruito), senza più circolarità. Il tempo in linea retta, quindi.
    Insomma, difficile ma interessante e stimolante. Vi terrò aggiornati.

    Saltando di palo in frasca, vi racconterò a che livello di alienazione urbana siamo arrivati a Roma: il comune della capitale, assieme a non ricordo bene quale radio, ha indetto una festa pubblica chiamata Vicini vicini (con lo slogan: Cin c’incontriamo). In che consiste? Organizzare una festa con tutti i condomini: cene, pranzi, party, chi ne ha più ne metta. “Per combattere la solitudine urbana”, dicono gli organizzatori.
    Ora, oggetto di desolante riflessione non è il fatto che il comune abbia indetto questa festa, ma la necessità che abbia dovuto indirla: se infatti si è arrivati a livelli di alienazione urbana tali da dover quasi “obbligare” i cittadini a festeggiare, si capisce come in città si possa rimaner soli.
    Ed è così, fidatevi: non è stata un’iniziativa esagerata. Figuratevi che, dopo tre anni di vita in un condominio nella famigerata via Montebello in Roma, io e i miei coinquilini eravamo convinti che l’appartamento sotto di noi fosse vuoto: una sera bussarono alla porta, andammo ad aprire e un tipo ci disse: “Vi dispiace fare meno casino, che da sotto si sente tutto?”. A prescindere dal fatto che noi casino non ne facevamo, scoprimmo che l’appartamento di sotto era abitato. Vivevamo lì da tre anni.
    Vi rendete conto che inferno possa essere la metropoli per il povero anziano, o per la persona malata che non ha conoscenze, o per chi comunque non ha amici anche solo per scambiare una parola? C’è da averne terrore. La storia che il maestro Michael Mann ci racconta su Collateral (quella del tipo che muore in metro a L.A., e la gente se ne accorge solamente dopo 6 ore), a Roma potrebbe accadere veramente.
    Tutto ciò mi fa paura.

    A risentirci.

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  • Isolamento urbano

    29 04 2005 di Francesco Minciotti

    Buongiorno-buongiorno, miei cari raccoglitori onirici di margheritine!
    Eccomi di nuovo tra voi, dopo una afosa settimana romana (altro che vacanze romane…), passata ad imprecare per il fatto di non avere vestiario estivo con me; vi assicuro che uscire di casa a mezzogiorno con i pantaloni di vigogna non è buona cosa (anche se sono molto casual-chic, ohi ohi).

    Che si rendiconti, allora.
    Anzitutto, ho ottenuto la tesi triennale che tanto speravo di fare: tratterà del post-umanesimo e del cyborg. Un argomento meraviglioso, quasi di pura filosofia, che mi ha sempre affascinato e che, se non fosse stato per questa opportunità, non credo avrei mai approfondito a tale livello. Sono felice. A questo proposito ho iniziato a leggere un po’ di robine sull’argomento: per ora, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, di Umberto Galimberti. Un testo filosofico, in pratica, che richiede una buona dose di concentrazione, ma che apre nuovi mondi. Due concetti tanto per gradire: secondo il Galimberti (e chi siamo noi per dubitarne?) l’uomo non si differenzia dall’animale per la presenza della ragione, ma per l’assenza degli istinti, che lo rende meno adatto a vivere nel mondo; a questa carenza, l’uomo supplisce con la tecnica, che gli fa colmare quel gap che aveva in partenza con l’animale.
    Altro esempio: nel periodo - per così dire - pre-tecnica, l’uomo aveva una visione del tempo circolare, mutuata dall’osservazione della natura (ciclo nascita, vita, morte, rinascita); con l’avvento della tecnica (mitologicamente donata - insieme al più famoso fuoco - agli uomini da Prometeo [colui che vede prima], per riparare alla cazzata di Epimeteo [colui che vede dopo] , suo fratello deficiente, che, avendo ricevuto l’incarico di distribuire qualità agli esseri viventi, aveva sperperato tutte quelle che aveva nel sacco per gli animali, e aveva lasciato l’uomo ignudo come un verme e senza qualità; insomma, l’opera di Eschilo, il Prometeo incatenato, o come qualcuno una volta ebbe a dire, il Prometeo scatenato), essa dona all’uomo un nuovo orizzonte di senso, rompendo la circolarità del tempo perché finalmente questi può passare da un punto temporale A (il non costruito) ad un punto temporale B (il costruito), senza più circolarità. Il tempo in linea retta, quindi.
    Insomma, difficile ma interessante e stimolante. Vi terrò aggiornati.

    Saltando di palo in frasca, vi racconterò a che livello di alienazione urbana siamo arrivati a Roma: il comune della capitale, assieme a non ricordo bene quale radio, ha indetto una festa pubblica chiamata Vicini vicini (con lo slogan: Cin c’incontriamo). In che consiste? Organizzare una festa con tutti i condomini: cene, pranzi, party, chi ne ha più ne metta. “Per combattere la solitudine urbana”, dicono gli organizzatori.
    Ora, oggetto di desolante riflessione non è il fatto che il comune abbia indetto questa festa, ma la necessità che abbia dovuto indirla: se infatti si è arrivati a livelli di alienazione urbana tali da dover quasi “obbligare” i cittadini a festeggiare, si capisce come in città si possa rimaner soli.
    Ed è così, fidatevi: non è stata un’iniziativa esagerata. Figuratevi che, dopo tre anni di vita in un condominio nella famigerata via Montebello in Roma, io e i miei coinquilini eravamo convinti che l’appartamento sotto di noi fosse vuoto: una sera bussarono alla porta, andammo ad aprire e un tipo ci disse: “Vi dispiace fare meno casino, che da sotto si sente tutto?”. A prescindere dal fatto che noi casino non ne facevamo, scoprimmo che l’appartamento di sotto era abitato. Vivevamo lì da tre anni.
    Vi rendete conto che inferno possa essere la metropoli per il povero anziano, o per la persona malata che non ha conoscenze, o per chi comunque non ha amici anche solo per scambiare una parola? C’è da averne terrore. La storia che il maestro Michael Mann ci racconta su Collateral (quella del tipo che muore in metro a L.A., e la gente se ne accorge solamente dopo 6 ore), a Roma potrebbe accadere veramente.
    Tutto ciò mi fa paura.

    A risentirci.

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  • Veronesi superstar

    29 04 2005 di Francesco Minciotti

     

    Come tutti voi cari mujahedin sapete perfettamente, il 12 e il 13 giugno saremo chiamati a votare per il referendum e blablabla (menate inutili che già sapete); sapete pure che il Vostro vi invita calorosamente a votare quattro “sì” (come si nota dal banner a lato, che ivi campeggia da un bel po’).
    Così, stamani vi voglio proporre un’intervista rilasciata al corriere da Umberto Veronesi (ex ministro della sanità e superoncologo): persona che io ritengo essere degnissima di stima per quello che fa e pensa.
    In questo caso, troverete la summa del suo pensiero in merito al referendum sulla maledetta legge 40. Punti di vista che sottoscrivo in pieno e che ammiro in particolare per la lucidità e la chiarezza con le quali sono enunciati.

    Chiudo con il più profondo rammarico e senso di sconcerto questo post, nel ricordare ancora una volta come il gotha della chiesa cattolica abbia passato - schiacciandoli - ancora una volta il segno e la misura: dopo l’ultima esternazione di Fini (ricordiamolo: andrà a votare tre “sì” e un “no”, al che bisognerebbe chiedersi: perché ha votato la legge in parlamento se gli faceva così schifo da volerne abrogare i 3/4?), il cardinal Ruini ha avuto addirittura il coraggio di andare a lamentarsi dal presidente del Senato Pera, per questa inopportuna presa di posizione di un ministro del Governo italiano.
    Per farvi capire quanto possa essere assurda questa situazione, vale la pena rispolverare il vecchio espediente: rivoltare la frittata. Cosa ne pensereste voi se, ad es. Berlusconi, dopo che papa Ratzìnga avesse espresso un suo pensiero in merito ad una determinata dottrina ecclesiastica, chiedesse un colloquio in privato con Ruini per spiegargli che a lui quella cosa detta dal papa non va mica tanto bene e che sarebbe meglio che ci ripensasse?
    Oppure se, nei giorni precedenti il conclave, le personalità politiche avessero detto: “Cardinali, votate questo anziché quest’altro, che a noi piace di più”. Non è passato (giustamente) neanche per l’anticamera del cervello; e invece l’altro lato della frittata siamo costretti a subirlo ogni giorno, con quel gallinaccio spelacchiato di Ruini che strepita dal suo banchetto e dalle colonne dei giornali, che, a causa dello stesso relativismo che Raztinger odia e aborre, gli danno fiato.

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  • Troppo belli! (Mahieux e i soldi)

    25 04 2005 di Francesco Minciotti

    non sono ancora riuscito a vedere Troppo belli, il film di tale Costantino e talatro Daniele.
    Sono stato molto combattuto tra il decidere se andare o non andare al cinema, e vedermelo poi in divx, proprio perché comprando il biglietto avrei direttamente incoraggiato i produttori a continuare su questa orrenda strada; tuttavia, lo stuolo di teen-ager impazzite che si strappano i capelli per tutta la durata della proiezione, unita alla smania di vederlo mi hanno fatto prendere questa decisione.
    Pensate un po’: in questo film recita anche il grande Ernesto Mahieux, il protagonista de “L’imbalsamatore”, il film di un paio d’anni fa di Matteo Garrone. Con i miei amici al tempo che fu ci profondemmo in lodi smisurate sulla “bravura di questo grande attore anti-commerciale, che - solitamente dedito al teatro - purtuttavia si presta al cinema in tassative opere d’essai, come questa diretta dal Maestro Garrone”, and so on.
    Un giorno accendo la tv, e me lo trovo in mezzo a Costantino e Daniele.
    Mabbaffanculo!

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  • Troppo belli! (Mahieux e i soldi)

    25 04 2005 di Francesco Minciotti

    non sono ancora riuscito a vedere Troppo belli, il film di tale Costantino e talatro Daniele.
    Sono stato molto combattuto tra il decidere se andare o non andare al cinema, e vedermelo poi in divx, proprio perché comprando il biglietto avrei direttamente incoraggiato i produttori a continuare su questa orrenda strada; tuttavia, lo stuolo di teen-ager impazzite che si strappano i capelli per tutta la durata della proiezione, unita alla smania di vederlo mi hanno fatto prendere questa decisione.
    Pensate un po’: in questo film recita anche il grande Ernesto Mahieux, il protagonista de “L’imbalsamatore”, il film di un paio d’anni fa di Matteo Garrone. Con i miei amici al tempo che fu ci profondemmo in lodi smisurate sulla “bravura di questo grande attore anti-commerciale, che - solitamente dedito al teatro - purtuttavia si presta al cinema in tassative opere d’essai, come questa diretta dal Maestro Garrone”, and so on.
    Un giorno accendo la tv, e me lo trovo in mezzo a Costantino e Daniele.
    Mabbaffanculo!

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  • Annuntio vobis gaudium magnum: habemus Venetiam!

    22 04 2005 di Francesco Minciotti

    Quante cose da dirvi, e quanto poco tempo…
    Anzitutto, vorrei ringraziare una mia parente “a caso” che è passata di qua e ha finalmente visitato il nostro Silenzi.com!

    Poi, vi debbo dire che l’assenza di questi giorni è giustificata (?) dal fatto che mi sono recato per un lungo fine settimana a Venezia con la mia Stella…e da qui si inizia il racconto veneziano:
    siamo arrivati sotto una pioggia battente, e c’è subito da dire che lì tutto ondeggia: gli imbarcaderi (le nostre fermate degli autobus) sono zattere galleggianti nei canali, per cui aspettare il vaporetto (il nostro autobus, ma con costi sensibilmente più elevati) è decisamente deleterio per il nostro senso dell’equilibrio: basti dire che se ripenso ora a quelle attese, vedo il monitor ondeggiare…
    Grande figura di merda delle mie prime due ore veneziane: quando l’albergatore ci ha mostrato la camera gli ho chiesto: “Ma è una via rumorosa, questa?” e lui, per niente turbato: “Al massimo, passeranno due barche…”; io “Ah già, che qui macchine non ve ne sono…”, dissimulando imbarazzo per la cazzata appena sparata.
    E poi, che altro? Tanto tanto pesce (certe mangiate che…levati!). Proprio sul pesce c’è tanto da dire: ad esempio, le moeche, granchietti appena nati che non hanno ancora l’esoscheletro (o guscio, che dir si voglia) fritti, una prelibatezza; almeno così mi han detto, perché devono essere mangiati con tutte le zampine, e a me l’idea di mangiare le zampe di un granchio non va giù. Antipastini di totano, di seppia grigliata, di sarde fritte e marinate nella cipolla dolce, di cicale di mare; risotti di pesce e risotti agli scampi di un gusto avvolgente e di una burrosità meravigliosa; non occorreva neanche masticare, il boccone si scioglieva in bocca.
    A tale splendore è stato altrettanto piacere abbinare le bevande: “Refosco Paladin” (un rosso brillante, fresco, non corposo), e tanto tanto prosecco, che con i piatti di pesce va a nozze. E con gli aperitivi, come la mettiamo? A spritz, cioè a dire l’aperitivo tipico veneziano: vinello bianco, seltz e aperol (o bitter, o quel che volete): si narra di un bar chiamato “spritz 21″ (o roba simile), perché serve 21 tipi diversi di spritz. Vino bianco e seltz fissi, l’aperitivo è a gusto personale. Per chiudere, lo sgroppino, altra tipica bevanda veneziana; una chicca che è meglio dell’amaro a fine pasto: gelato (non granita) al limone montato a neve con vodka e spumante. Preparato davanti ai nostri occhi, al tavolo del ristorante. Non ho altro da dire, Vostro Onore.

    E poi: camminate infinite, centinaia di ponti percorsi e una pace d’altri tempi e mondi. E la sicurezza e la tranquillità della città l’ho vissuta in prima persona: una sera, verso le 23, tornando a casa abbiamo incontrato un nugolo di bambini che giocavano tranquillamente per la via, senza un solo adulto che li controllasse. Tanto per farvi capire la differenza, quando martedì sera (ore 21) sono uscito dalla stazione Termini a Roma ho trovato un ragazzo pestato a sangue sulla strada privo di sensi, il volto tumefatto, una maschera di sangue, con un capannello di gente lì accanto che diceva: “E’ morto?”, “No, sarà solo svenuto”. Niente altro da aggiungere.

    E c’è pure scappato - meglio del tradizional-banal giro in gondola - un giro in motoscafo, di amici di amici, un po’ alla mafiosa: amici di Nicola, un simpaticissimo ragazzo veneziano amico di Rita, amica della mia Stella (e anche un po’ mia, ormai…). Vabbè, ma che ve ne frega di chi fosse la barca?
    Vi basti sapere che ci siam fatti una lunghissima sgroppata per tutta la laguna veneziana, dall’isola di Torcello al ponte sotto il nostro albergo nella laguna (vicino Fondamente Nove, per i veneti avventori di Silenzi.com), passando per Murano. Che spettacolo meraviglioso…la vera Venezia!

    Che beltà poi piazza S. Marco di notte: altra cosa dal giorno (caotica, confusionaria, kitsch), semivuota, con gruppetti di turisti di tutte le età che ballano spontanei valzer sulla musica di piccole orchestrine assise su palchetti installati nella piazza dai proprietari dei lussuosi e carissimi bar (1 caffè: 4,80€). Uno spettacolo meraviglioso: non mi sono maledetto mai così tanto per aver lasciato a casa la fotocamera.

    E poi, e poi con la Stella abbiamo fatto una cosa meravigliosa: essendo due enormi fans di Mike Oldfield (più lei che io, nella misura in cui lei me lo ha fatto conoscere), abbiamo fatto un tour con un’audioguida molto particolare all’interno e lungo tutto il Palazzo Ducale di Venezia (la residenza del Doge, per intendersi): ci siamo ascoltati “The doge’s palace” mentre peregrinavamo per gli immensi saloni; chissà se Mike abbia composto quel brano mentre - anche lui - stava passeggiando per quella incantevole reggia…
    Per essere sicuri gli abbiamo mandato una mail! Vi terremo informati sulla (eventuale) risposta.

    Chiudo l’argomento (per oggi) con una curiosità, che può essere utile per quelli - come me - che ignoravano questa nozione: le vie a Venezia si chiamano calli; le piazze invece si chiamano campi. Uniche eccezioni: “strada Nuova” e “piazza S. Marco”.

    P.S.: Ah, sì, hanno pure eletto il papa nuovo: ma chi è? Quello che nel 1986 ha scritto la Lettera De pastorali personarum homosexualium cura, cioè a dire “Sulla cura pastorale delle persone omossessuali”, nella quale c’è scritto, tra le altre molto cattoliche espressioni

    [...] furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona. Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata.

    (qui, amplius)?
    O quello che è a capo della Congregazione per la dottrina della fede, che una volta si chiamava Santa Inquisizione?
    O forse quello che ha mutuato il suo nome (anche) da quel famigerato Benedetto IX, che divenne papa undicenne e che si macchiò di ogni forma di nefandezze, tanto che fu scacciato da Roma e solo grazie all’intercessione di Corrado II potè farvi ritorno, e che vendette la sua carica per 650 kg d’oro al suo padrino Giovanni Graziano? (qui, amplius)?
    O quello che assomiglia terribilmente ad Antony Hopkins ne “Il silenzio degli innocenti”?
    Ah, sì: è Joseph “vi spezzo ma non vi mollo” Ratzinger.

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  • Semantica recondita

    17 04 2005 di Francesco Minciotti

    Bisogna stare attenti quando si gioca con le parole: esse nascondono più di quanto dicono, e significano oltre l’immediatamente comprensibile, quasi ad un livello inconscio.
    Leggendo una delle interviste che il Corriere della sera meritoriamente (e democraticamente) pubblica a proposito del referendum, scopro il punto di vista di Dionigi Tettamanzi, arcivescovo. In realtà, non scopro proprio niente nel senso stretto del termine, dacché il pensiero ecclesiastico sul tema mi è tristemente noto.
    Quello che noto, è il lessico usato dal prelato milanese: che lima e accosta, sottolinea e ripete parole o locuzioni quali “sfida della vita”, “è in gioco la vita umana”, “cultura della vita”, “diritto alla vita” e così via, con variazioni sul tema.
    Ora: quello della vita, è un chiodo sul quale il martello ecclesiastico si abbatte ciclicamente, con enfasi e ridondanza. Quello che sembra di primo acchito è che la chiesa difenda (giustamente?¹) il diritto alla vita degli uomini, la loro dignità di esseri umani.
    Eppure, c’è una subdola semantica che rimanda a locuzioni usate per definire (anche) il famigerato terrorismo islamico, sul quale avrò modo di dilungarmi in altre occasioni; esso infatti viene etichettato in genere come “cultura della morte”. Essendo un concetto negativo, il suo contrario (”cultura della vita”) risulta gradito alle nostre orecchie, risulta salvifico e veritiero, indiscutibile perché dogmaticamente giusto. Questo richiamo quindi ci dà incosciamente l’input di giustezza di ciò che viene asserito come companatico di quelle vitali locuzioni; perché, diciamocelo, nessuno vorrebbe che una legge dello Stato promulgasse la liceità della temutissima cultura della morte: meglio la vita, che diamine!
    Ciò che in questi slogan non viene messo in risalto, è che nessuno è mai riuscito a provare che un mucchietto di cellule indifferenziate sia in realtà un essere umano: sarebbe come dire che è vietato distruggere uno spermatozoo perché un giorno esso, trasformandosi e congiungendosi con un ovocita, diventerà un essere umano; o ancora più paradossalmente, vietare che un agnello venga ucciso e mangiato, perché un domani remoto, grazie alle trasformazioni cellulari, potrà diventare parte dei gameti che daranno vita all’embrione che darà vita all’essere umano.
    Quindi, in definitiva, ciò che viene etichettato come “cultura della vita” è in realtà un nonsense, è una locuzione sotto vuoto spinto dal punto di vista semantico, è pura demagogia. Come si può difendere la cultura della vita quando non c’è ancora una vita da tutelare? E tuttavia, usando questo concetto, si demonizza come mortifero e nazistoide chiunque provi a difendere le ragioni di una scienza che vuole parlare a ragion veduta, senza dogmi (cioè senza aberrazioni del pensiero critico), che vuole indagare e scoprire, senza reticenze morali che non siano suffragate da verità verificabili (è qui la differenza fra verità e dogma).
    Usando questa locuzione, gli ecclesiastici (e più in generale il fronte del “no”) utilizzano un puro artifizio retorico, che non esprime nulla se non un tentativo demagogico di screditare l’avversario, dipingendolo come propugnatore di una “cultura della morte”, e assimilandolo ai terroristi e ai sanguinari: per farvi capire che tutto ciò non scaturisce solo dalla mia mente malata, vi ricordate i manifesti che quell’illuminato di Giovanardi fece affiggere al tempo della raccolta firme per il referendum, che ritraevano un gruppo di nazisti incorniciati nello slogan: “Hitler avrebbe detto sì”? Ecco, da qui si capisce cosa cerco di dire: tentare di equiparare il fronte del “sì” ad un’accolita di sanguinari neo-Mengele, e loro ad una sorta di messia difensore della vita.
    Non fatevi ingannare da queste frasi da imbonitore televisivo: la verità è più in profondità, cercatela!

    Attenzione a giocare con le parole, che scottano…

    ——————————–
    ¹ La Chiesa, a mio avviso, ha avuto sempre troppo da ridire su questa sacralità della vita: premettendo che io sono un profondo sostenitore del diritto alla vita (chi mi conosce lo sa), non ho mai condiviso la sua pulsione alla tutela della vita anche in condizioni che attengono alla libera determinazione dell’essere umano, quali il suicida o colui il quale chieda l’eutanasia.

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  • Scarsa intelligibilità del mondo moderno

    08 04 2005 di Francesco Minciotti

    Ci sono cose nella vita che non capisco.
    Vedasi, per esempio, alla voce lutto nazionale: esso rappresenta un momento straordinariamente tragico per lo Stato che lo indice. Con la sua proclamazione, si vuole che la comunità statuale ricordi la perdita di uno o (più spesso) molti concittadini. Ora, che uno Stato che si dice laico indica ben 6 giorni di lutto nazionale (quando, ad esempio, per la strage di Nassyria se ne indissero la metà) per la morte di un leader religioso, non sta proprio in piedi. Potrà anche essere l’idolo della maggioranza, della moltitudine, della quasi totalità o finanche della totalità della popolazione italiana (veramente improbabile, ne converrete), ma a mio avviso non ricorrono le specifiche per integrare la fattispecie di lutto nazionale: perché, semplicemente e fortunatamente, il Papa non è nazionale.

    Altre cose che non capisco sono, sempre per esempio, il rischiare la propria salute (letteralmente) per andare ad “omaggiare” il corpo di un defunto: sono stato testimone di una persona che ha atteso in fila per 8 ore consecutive (dalle 20 alle 4 del mattino), e poi è svenuta e l’han portata via con l’ambulanza. E’ isteria.
    Che poi, ad essere puntigliosi, il culto del corpo (o “spoglie mortali”, come enfaticamente lo definiscono i Cattolici) è incomprensibile: la religione Cristiana prevede la vita ultraterrena dell’anima (questo fantasmino…), che se ne va in Paradiso e sta come un pascià. Potrei quindi comprendere maggiormente che un materialista rischi la propria salute per un corpo morto, perché egli ritiene che la persona umana sia tutta lì; ma che questo comportamento sia tenuto da un Cattolico, è cosa ardua a capirsi.

    Ancora, sempre su quest’onda: come dice il mio buon amico Wile,

    [...] Io, controcorrente, rimango col mio pensiero: un Papa che e’ stato grande, si’, come grandi sono stati i suoi errori ed i suoi pregiudizi

    . Io mi aggrego a questo giudizio, e cerco inutilmente di capire come la televisione abbia trasformato quest’uomo in un Santo; ma, come poc’anzi sostenevo, inutilmente. Perché è vero, avrà fatto anche cose buone, nessuno lo nega (vedasi: il suo impegno per le popolazioni dimenticate da tutti e il suo ” no” alla guerra), ma vogliamo ricordare anche la presa di posizione contro i diritti dei gay, contro la diffusione dei metodi anticoncezionali come il preservativo (la cui diffusione in Africa potrebbe salvare milioni di persone dal contagio con l’AIDS ed altre malattie veneree), contro le famiglie di fatto, contro l’eutanasia e la procreazione assistita e la ricerca scientifica, a favore di una e una sola tavola etica, ed altro ancora?
    Ma tanto, per l’uomo comune, tutto ciò non conta: con il riverbero accecante sui 6 canali televisivi dei tanti “E’ il Papa di tutti” (manco per il cazzo!, come dicono in Papuasia), dei “Ha fatto tante cose buone” (senza mai entrare nello specifico), dei “Ha distrutto il comunismo” (come se fosse stato lui e solo lui), l’uomo comune si convince della santità di quest’uomo e dimentica - sempre che ne sia mai stato a conoscenza - tutti i suoi lati negativi.
    E’ stato un mare mediatico in burrasca, con onde di retorica sempre più grosse, forza 10 e oltre, verso l’infinito del buonismo e dell’uomocomunismo. Riporto, una per tutte, la frase di un omuncolo con spiccato accento partenopeo, che così ci ha detto del Papa (da leggere con accento napoletano, NdF): “E’ stato un grande Papa, ha fatto tante cose buone, noi lo vogliamo tanto bene!”.
    Se solo un mese fa si fosse chiesto alla popolazione un atto di preghiera per il Papa che già allora versava in condizioni di salute alquanto precarie, ci sarebbe stata un’affluenza in S. Pietro di non oltre 10.000 persone, ad essere generosi. Questa teoria è confermata dall’afflusso continuamente crescente di persone dal Lunedì ad oggi: i primi giorni un po’ di fila, ma niente di anormale; e poi, via via, sempre crescendo, fino a che la Protezione Civile è stata obbligata a mandare un sms a tutti i cellulari italiani con preghiera di non mettersi in marcia verso Roma perché non c’era più posto.
    Due parole: isteria collettiva.

    Per finire, chiudo con le sagge parole del mio amico Stefano: “Che c’entra lo stop al campionato di calcio per il Papa? Per il calciatore, giocare è un lavoro, non un divertimento!”. Conciso ed efficace.

    P.S.: Avrete sicuramente sentito parlare (o sarete stati destinatari) della catena di S. Antonio via sms che chiedeva di lasciare accesa una luce di notte in balcone per testimoniare qualcosa per il Papa blablabla etc.; io avrei voluto iniziare un’altra catena, con questo testo: “Questa notte, spegnete una luce in ogni balcone illuminato per ogni vittima della religione”. Il mondo sarebbe rimasto al buio, quella sera.

    P.S.2: Ricevuto dalla mia Stella, così pubblico questo sms che girava (mittente, Pres. Cons. ministri): “Causa grave situazione paese, On. Berlusconi assume ad interim incarico di Pontefice. Deciso anche il nome: Pio tutto”.

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  • Pesce d’Aprile?

    01 04 2005 di Francesco Minciotti

    Vorrei tanto svegliarmi domattina e leggere sulle prime pagine di tutti i giornali che sì, è stato uno scherzo: ma non l’avevate capito che era un bel Pescione d’Aprile?!
    In realtà non è così; non è per un cazzo così.

    Siamo arrivati all’assurdo.

    Dopo i vari sciacalli dell’informazione che sminuzzano lo stato di salute di Karol Wojtyla, elucubrando teorie sul possibile decorso della malattia, prognosi e diagnosi infauste, e mandando affanculo il giusto rispetto della privacy che spetterebbe ad un uomo in fin di vita, ora abbiamo toccato veramente il fondo.
    I nostri laicissimi politici (ché lo Stato è laico, dice la Costituzione…) hanno ritenuto opportuno interrompere gli ultimi comizi elettorali (notoriamente i più importanti, nell’economia dei voti), e addirittura qualche temerario ha paventato l’ipotesi di un rinvio del voto in caso di morte del Papa.
    “Per rispetto”, dicono questi loschi figuri. Credo che il vocabolo “rispetto” debba essere pronunciato alla mafiosa, tipo Vito Corleone; ché l’amicizia della Chiesa fa comodo, ai politici italiani.

    Non c’è più dubbio alcuno, ormai: abbiamo raggiunto i livelli di commistione religione-politica propri della Repubblica Islamica dell’Iran; la quale peraltro, è comodamente esposta al pubblico ludibrio per la sua antidemocratica confusione delle sfere religiosa e politica dagli stessi politici che oggi vogliono sospendere le votazioni politiche per la morte di un leader religioso, e che hanno già sospeso dei comizi politici per lo stato di salute di un leader religioso.

    La coerenza è una malattia dalla quale la nostra classe politica è immune.

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