Isolamento urbano
Francesco Minciotti
Buongiorno-buongiorno, miei cari raccoglitori onirici di margheritine!Eccomi di nuovo tra voi, dopo una afosa settimana romana (altro che vacanze romane…), passata ad imprecare per il fatto di non avere vestiario estivo con me; vi assicuro che uscire di casa a mezzogiorno con i pantaloni di vigogna non è buona cosa (anche se sono molto casual-chic, ohi ohi).
Che si rendiconti, allora.
Anzitutto, ho ottenuto la tesi triennale che tanto speravo di fare: tratterà del post-umanesimo e del cyborg. Un argomento meraviglioso, quasi di pura filosofia, che mi ha sempre affascinato e che, se non fosse stato per questa opportunità, non credo avrei mai approfondito a tale livello. Sono felice. A questo proposito ho iniziato a leggere un po’ di robine sull’argomento: per ora, Psiche e techne: l’uomo nell’età della tecnica, di Umberto Galimberti. Un testo filosofico, in pratica, che richiede una buona dose di concentrazione, ma che apre nuovi mondi. Due concetti tanto per gradire: secondo il Galimberti (e chi siamo noi per dubitarne?) l’uomo non si differenzia dall’animale per la presenza della ragione, ma per l’assenza degli istinti, che lo rende meno adatto a vivere nel mondo; a questa carenza, l’uomo supplisce con la tecnica, che gli fa colmare quel gap che aveva in partenza con l’animale.
Altro esempio: nel periodo - per così dire - pre-tecnica, l’uomo aveva una visione del tempo circolare, mutuata dall’osservazione della natura (ciclo nascita, vita, morte, rinascita); con l’avvento della tecnica (mitologicamente donata - insieme al più famoso fuoco - agli uomini da Prometeo [colui che vede prima], per riparare alla cazzata di Epimeteo [colui che vede dopo] , suo fratello deficiente, che, avendo ricevuto l’incarico di distribuire qualità agli esseri viventi, aveva sperperato tutte quelle che aveva nel sacco per gli animali, e aveva lasciato l’uomo ignudo come un verme e senza qualità; insomma, l’opera di Eschilo, il Prometeo incatenato, o come qualcuno una volta ebbe a dire, il Prometeo scatenato), essa dona all’uomo un nuovo orizzonte di senso, rompendo la circolarità del tempo perché finalmente questi può passare da un punto temporale A (il non costruito) ad un punto temporale B (il costruito), senza più circolarità. Il tempo in linea retta, quindi.
Insomma, difficile ma interessante e stimolante. Vi terrò aggiornati.
Saltando di palo in frasca, vi racconterò a che livello di alienazione urbana siamo arrivati a Roma: il comune della capitale, assieme a non ricordo bene quale radio, ha indetto una festa pubblica chiamata Vicini vicini (con lo slogan: Cin c’incontriamo). In che consiste? Organizzare una festa con tutti i condomini: cene, pranzi, party, chi ne ha più ne metta. “Per combattere la solitudine urbana”, dicono gli organizzatori.
Ora, oggetto di desolante riflessione non è il fatto che il comune abbia indetto questa festa, ma la necessità che abbia dovuto indirla: se infatti si è arrivati a livelli di alienazione urbana tali da dover quasi “obbligare” i cittadini a festeggiare, si capisce come in città si possa rimaner soli.
Ed è così, fidatevi: non è stata un’iniziativa esagerata. Figuratevi che, dopo tre anni di vita in un condominio nella famigerata via Montebello in Roma, io e i miei coinquilini eravamo convinti che l’appartamento sotto di noi fosse vuoto: una sera bussarono alla porta, andammo ad aprire e un tipo ci disse: “Vi dispiace fare meno casino, che da sotto si sente tutto?”. A prescindere dal fatto che noi casino non ne facevamo, scoprimmo che l’appartamento di sotto era abitato. Vivevamo lì da tre anni.
Vi rendete conto che inferno possa essere la metropoli per il povero anziano, o per la persona malata che non ha conoscenze, o per chi comunque non ha amici anche solo per scambiare una parola? C’è da averne terrore. La storia che il maestro Michael Mann ci racconta su Collateral (quella del tipo che muore in metro a L.A., e la gente se ne accorge solamente dopo 6 ore), a Roma potrebbe accadere veramente.
Tutto ciò mi fa paura.
A risentirci.
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