Ovvero “come passare l’adolescenza in mezzo alla feccia e uscirne puliti”.
Sì, in questa rubrica voglio raccontarvi qualcosa di me da piccolo; qualcosa di divertente, qualcosa di assurdo e qualcosa di così dannatamente banale da risultare stucchevole come un dolce con troppo zucchero.
A 14 anni s’era perso il lume della ragione a favore delle “cinque carte”: così veniva chiamato il poker, nobilissimo gioco. Iniziammo tutti per scherzo, passando mani su mani, senza soldi. Arrivammo a giocare inviperiti, bluffando fino alla morte e scommettendo pesante.
Già, ma con chi? Ecco una per niente esauriente lista degli avversari: c’era l’Asso, nomignolo affibbiato ad uno molto più grande di noi, e - si dice - per ragione non attintenti alle cinque carte; bulletto di paese, lavorava come cameriere in sala giochi e spendeva la paga al tavolo. Al tempo, quando i cellulari erano ancora un bene di superlusso e nessuno sognava anche solo lontanamente di averne uno (i miei 14 anni sono di un bel po’ di tempo fa), questo losco figuro lo gettò nel piatto come estremo rilancio: terrore negli altri giocatori, io scartai un poker di re. Chi non risica non rosica, è risaputo.
M.B., nostro coetaneo, era talmente indebitato alla fine della stagione che non uscì più di casa per un anno intero. Dal momento in cui i debiti erano divenuti virtuali (es. io ti devo 100€, M.B. mi deve 100€, vai a chiederli direttamente a lui), si riversarono tutti su di lui: perdeva qualcosa come un milione di lire, o anche più. Il leit-motiv dell’intera sala giochi era: “Dov’è M.B. che mi deve ‘cifra-a-caso‘?”.
F.D.A., molto più vecchio di noi, incallito baro del tavolo verde: recenti fonti mi hanno informato che passò la sua infanzia ad imparare a fottere i compari. Monopoly, risiko, briscola o tresette, non importava il gioco o la posta: lui fotteva per il gusto di farlo. E gli riusciva bene.
R., psicolabile (nel vero senso del termine) e violento, molto più grande di noi, era un vero spauracchio: difficile vincergli qualcosa, intascarlo e rimanere in salute. Di solito si cercava di non sedersi al suo stesso tavolo; perché batterlo non era consigliabile per lo stato fisico, ma farlo vincere apposta era impensabile per noi, custodi dell’ortodossia delle cinque carte. Il periodo d’isolamento di M.B. dipese in gran parte dal debito contratto con R..
La lista dei giocatori verrà aggiornata in altri resoconti: ora è il momento del racconto.
Era sera, d’inverno: motorino parcheggiato fuori dalla sala giochi, proprio sul portone. Al secondo piano, in mezzo ad una cerchia silente di spettatori, si consuma il dramma: la genesi delle giocate forti. Urge una precisazione: parlare di “giocate forti” e di cifre quali 30.000£ a piatto può far sorridere. Tenete però sempre a mente che si parla di quattordicenni, che disponevano di 10.000£ a settimana!
Purtroppo, l’impennata delle poste dipese da una sciagurata mano di cui io fui l’artefice: si distribuiscono le carte - ho due puttane (=regine, da “donna”), le tengo. Aprono, due se ne vanno, io cambio tre carte. Rimaniamo dentro in tre, mi entrano tre capponi (=re, dalla “K” con la quale è segnata la carta del re). Full di capponi con due puttane, dunque. Full di re con dietro donne, per i non avvezzi. La mano è mia, non c’è che dire. “1.000£ per vedere”, dico. Dall’altra parte del tavolo, M.B. alza un sopracciglio, posa le sue carte e butta due fiches sul tavolo. Dice: “le tue mille più altre mille”. Non so che punto abbia, ma potrebbe ancora bluffare; insomma, la posta è medio-bassa. Il terzo: “Cinquemila per vedere”. Sbracia (=bluffa), è chiaro come il sole. Lui non mi spaventa; è M.B., generalmente tirchio, che mi insospettisce. E a quel punto, dico la cosa più stupida che abbia mai detto ad un tavolo di poker; una cosa che avrebbe indirettamente rovinato decine di persone, innalzato le poste, distrutto il piacere del gioco fine a sé stesso. “Cinque più venti”, mi esce dalla bocca: senza calcoli, senza volerlo, senza una contrazione d’un muscolo.
Silenzio in sala.
Silenzio.
Altri trenta secondi di silenzio.
Poi, si sente distintamente M.B. deglutire. Sgrana gli occhi, poggia le sue cinque carte sul tavolo, si passa una mano tra i capelli, e chiede: “Dici sul serio?”.
Mai rispondere ad una domanda così: qualunque cosa dirai, la tua emozione ti tradirà. Dirà se hai il punto, o se sbraci. Se ce l’hai, perdi la venuta del pollo (=l’avversario che sta alla tua giocata per vedere che punto tu abbia); in caso contrario, ti ci viene e ti lascia in mutande. Io il punto ce l’avevo, ma volevo tutte le sue ventimila; aveva messo solo mille più mille, non dimenticatelo. E il terzo solo cinquemila. Una sbraciata così storica vuole essere incensata da molta più mirra.
Non rispondo, non muovo un muscolo.
Torna il silenzio.
Il terzo guarda tutti: non ce la fa più, dice: “Non s’era mai giocato così forte prima, e tu che cazzo punti così forte?!”. Dice: “Io me ne vo” (=passa la mano, perdendo quello che aveva puntato finora). E getta le carte, incrociando le braccia ed infilando le mani fin sotto le ascelle.
Rimaniamo io e M.B..
Silenzio, poi La sbraciata. Dice: “Le tue venti più altre dieci”. Unico rumore, il soffio liberatorio del terzo che se ne è andato: ci ha rimesso mezza paga, ma almeno non deve indebitarsi.
Ricapitolo mentalmente: devo mettere altre diecimila, e se vinco prendo trentaseimila; se me ne vado, consolido la perdita di ventimila; se vedo e perdo, pago trentamila. Trentasei, venti, trenta: in ogni caso, più di un mese di paghette. Una fortuna. Alzo gli occhi, e mi accorgo d’essere seduto in mezzo a una folla immensa di spettatori: dovunque guardassi, vedevo cinture e patte, a non finire. Il nostro tavolo, solitamente sgombro tutt’attorno, era circondato da una folla di curiosi e intimoriti spettatori. Tutti si guardavano, e si davano di gomito; ma nessuno - nessuno parlava.
E’ per questo che M.B. dovette prendersi un “anno sabbatico” dalla sala giochi: perché, di poker, non ci ha mai capito un cazzo.
Gli fo: “Vedo”, e getto dieci ulteriori fiches nel gigantesco mucchio che s’era creato al centro del tavolo.
Silenzio.
Poi, si percepisce il rumore del pallore crescente di M.B.: il labbro superiore trema, le mani sudano, lui butta le cinque carte sul tavolo e dice: “Non c’ho un cazzo”. Aveva bluffato alla grande.
Io metto a tavola il mio full di capponi, e dico: “Full di capponi con due puttane dietro”. E’ la regola: il punto lo dici sempre, pure se hai vinto, pure se gli altri se lo possono controllare con le carte, pure se l’altro non ha un cazzo in mano ed ha sicuramente perso. Prima regola: il punto si dice sempre.
In un momento, rimanemmo soli: il pubblico si disperse ai quattro venti a rendicontare l’epica partita cui aveva assistito.
Raccolsi il piatto, chiesi ad M.B. se volesse continuare; come previsto, rinunciò dicendo: “Ho già perso abbastanza per questo mese“.
Scesi al piano terra passando fra due ali di folla. Il punto di non-ritorno era stato superato, e la soglia l’avevo varcata io.
(1 - Continua)