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    Siamo un paese laico /1

    30 09 2005 di Francesco Minciotti

    Tant’è che ieri s’è festeggiato il patrono (San Michele Arcangelo, con Tante Maiuscole) della Polizia di Stato, con tanto di Sante Messe in tutta Italia.

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  • Vedo (e riconosco) l’Unto dal Signore!

    30 09 2005 di Francesco Minciotti

    L’esposizione mediatica aiuta; e come chiosa bene il giornalista del Corriere.it: neanche Orwell (forse) si sarebbe mai immaginato qualcosa di così inquietante (qui, amplius):

    Detto in modo molto succinto, il caso di V. Z., casalinga italiana di 66 anni, testata ripetutamente da Mondini e Semenza per anni, mostra che una lesione cerebrale specifica può gravemente compromettere la nostra capacità di riconoscere oggetti in genere e volti umani in genere, ma non la capacità di riconoscere Silvio Berlusconi. E’ come se il volto del premier fosse stato inciso nel cervello in un suo canale particolare, in un formato speciale, diverso da quello ordinario degli oggetti e da quello pure ordinario, ma separato, dei volti.
    [...]
    La tranquilla paziente V. Z., destinata adesso a diventare internazionalmente famosa, è affetta da un caso raro di deterioramento progressivo dell’area cerebrale chiamata, in gergo neurologico, lobo temporale mesiale, con conseguente atrofia di questa zona in ambedue i lati del cervello, ma più pronunciata nell’emisfero destro, quello soprattutto deputato all’elaborazione delle immagini. Parla normalmente e appropriatamente, ma ha difetti di memoria ed è incapace di riconoscere perfino il volto del marito e dei più stretti familiari.

    La signora quindi ha problemi neurologici molto gravi e molto rari; eppure, caso strano, riesce a riconoscere il Berlusca e ad associarvi la giusta descrizione.
    Ma l’ameno viene ora: l’unica altra figura che riconosce distintamente, e cui associa la giusta descrizione indovinate chi è?

    La sola altra vera, stabile, eccezione era l’immagine di Cristo in croce.

    Forse c’è qualcosa di vero nell’auto-soprannome di “Unto dal Signore”.

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  • Facile Cassandra

    29 09 2005 di Francesco Minciotti

    Io lo dicevo già un po’ di tempo fa; AltroConsumo c’è (meritoriamente) arrivata appena ieri

    Nuovi numeri telefonici al posto del 12, non aprite quella porta! Costi alle stelle, dal 2000 si paga 12 volte di più

    E il Corriere.it dà risalto solo a loro:

    Indagine di Altroconsumo sui costi delle chiamate per informazioni
    Il 12 in pensione. I nuovi numeri? «Più cari»
    Offerta di servizi più ampia e flessibile, ma la chiamata sarà più costosa. Ecco le stime di una prova e le prime polemiche

    è un complotto, vogliono farmela pagare per aver smascherato la loro incompetenza!

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  • La peggio gioventù: l’incastro del pollo (ep. 2)

    29 09 2005 di Francesco Minciotti

    C’erano l’Asso e F.D.A. al tavolo con me: l’uno spaccone col soldo in tasca; l’altro baro provetto. E io, povero derelitto alle prime armi con le cinque carte.
    S’erano accordati, l’Asso e il compare, per mettermi in mezzo: l’incastro del pollo, si chiamava. In pratica, due giocano per mettere in ginocchio il terzo, e spartirsi quanto spillato al pollo.
    Mi invitano a giocare: i miei soliti mancavano, e non avevo nessuno con cui giocare; d’altra parte, la febbre del gioco aveva una virulenza impressionante. So più o meno dove andrò ad imbucarmi, conoscendo il soldo facile del primo e l’innata ladroneria del secondo, ma non conoscevo la tecnica dell’incastro del pollo. L’avrei imparata bene di lì a poco, però.
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  • La peggio gioventù: La presentazione (ep. 1)

    28 09 2005 di Francesco Minciotti

    Ovvero “come passare l’adolescenza in mezzo alla feccia e uscirne puliti”.

    Sì, in questa rubrica voglio raccontarvi qualcosa di me da piccolo; qualcosa di divertente, qualcosa di assurdo e qualcosa di così dannatamente banale da risultare stucchevole come un dolce con troppo zucchero.

    A 14 anni s’era perso il lume della ragione a favore delle “cinque carte”: così veniva chiamato il poker, nobilissimo gioco. Iniziammo tutti per scherzo, passando mani su mani, senza soldi. Arrivammo a giocare inviperiti, bluffando fino alla morte e scommettendo pesante.
    Già, ma con chi? Ecco una per niente esauriente lista degli avversari: c’era l’Asso, nomignolo affibbiato ad uno molto più grande di noi, e - si dice - per ragione non attintenti alle cinque carte; bulletto di paese, lavorava come cameriere in sala giochi e spendeva la paga al tavolo. Al tempo, quando i cellulari erano ancora un bene di superlusso e nessuno sognava anche solo lontanamente di averne uno (i miei 14 anni sono di un bel po’ di tempo fa), questo losco figuro lo gettò nel piatto come estremo rilancio: terrore negli altri giocatori, io scartai un poker di re. Chi non risica non rosica, è risaputo.
    M.B., nostro coetaneo, era talmente indebitato alla fine della stagione che non uscì più di casa per un anno intero. Dal momento in cui i debiti erano divenuti virtuali (es. io ti devo 100€, M.B. mi deve 100€, vai a chiederli direttamente a lui), si riversarono tutti su di lui: perdeva qualcosa come un milione di lire, o anche più. Il leit-motiv dell’intera sala giochi era: “Dov’è M.B. che mi deve ‘cifra-a-caso‘?”.
    F.D.A., molto più vecchio di noi, incallito baro del tavolo verde: recenti fonti mi hanno informato che passò la sua infanzia ad imparare a fottere i compari. Monopoly, risiko, briscola o tresette, non importava il gioco o la posta: lui fotteva per il gusto di farlo. E gli riusciva bene.
    R., psicolabile (nel vero senso del termine) e violento, molto più grande di noi, era un vero spauracchio: difficile vincergli qualcosa, intascarlo e rimanere in salute. Di solito si cercava di non sedersi al suo stesso tavolo; perché batterlo non era consigliabile per lo stato fisico, ma farlo vincere apposta era impensabile per noi, custodi dell’ortodossia delle cinque carte. Il periodo d’isolamento di M.B. dipese in gran parte dal debito contratto con R..

    La lista dei giocatori verrà aggiornata in altri resoconti: ora è il momento del racconto.

    Era sera, d’inverno: motorino parcheggiato fuori dalla sala giochi, proprio sul portone. Al secondo piano, in mezzo ad una cerchia silente di spettatori, si consuma il dramma: la genesi delle giocate forti. Urge una precisazione: parlare di “giocate forti” e di cifre quali 30.000£ a piatto può far sorridere. Tenete però sempre a mente che si parla di quattordicenni, che disponevano di 10.000£ a settimana!
    Purtroppo, l’impennata delle poste dipese da una sciagurata mano di cui io fui l’artefice: si distribuiscono le carte - ho due puttane (=regine, da “donna”), le tengo. Aprono, due se ne vanno, io cambio tre carte. Rimaniamo dentro in tre, mi entrano tre capponi (=re, dalla “K” con la quale è segnata la carta del re). Full di capponi con due puttane, dunque. Full di re con dietro donne, per i non avvezzi. La mano è mia, non c’è che dire. “1.000£ per vedere”, dico. Dall’altra parte del tavolo, M.B. alza un sopracciglio, posa le sue carte e butta due fiches sul tavolo. Dice: “le tue mille più altre mille”. Non so che punto abbia, ma potrebbe ancora bluffare; insomma, la posta è medio-bassa. Il terzo: “Cinquemila per vedere”. Sbracia (=bluffa), è chiaro come il sole. Lui non mi spaventa; è M.B., generalmente tirchio, che mi insospettisce. E a quel punto, dico la cosa più stupida che abbia mai detto ad un tavolo di poker; una cosa che avrebbe indirettamente rovinato decine di persone, innalzato le poste, distrutto il piacere del gioco fine a sé stesso. “Cinque più venti”, mi esce dalla bocca: senza calcoli, senza volerlo, senza una contrazione d’un muscolo.
    Silenzio in sala.
    Silenzio.
    Altri trenta secondi di silenzio.
    Poi, si sente distintamente M.B. deglutire. Sgrana gli occhi, poggia le sue cinque carte sul tavolo, si passa una mano tra i capelli, e chiede: “Dici sul serio?”.
    Mai rispondere ad una domanda così: qualunque cosa dirai, la tua emozione ti tradirà. Dirà se hai il punto, o se sbraci. Se ce l’hai, perdi la venuta del pollo (=l’avversario che sta alla tua giocata per vedere che punto tu abbia); in caso contrario, ti ci viene e ti lascia in mutande. Io il punto ce l’avevo, ma volevo tutte le sue ventimila; aveva messo solo mille più mille, non dimenticatelo. E il terzo solo cinquemila. Una sbraciata così storica vuole essere incensata da molta più mirra.
    Non rispondo, non muovo un muscolo.
    Torna il silenzio.
    Il terzo guarda tutti: non ce la fa più, dice: “Non s’era mai giocato così forte prima, e tu che cazzo punti così forte?!”. Dice: “Io me ne vo” (=passa la mano, perdendo quello che aveva puntato finora). E getta le carte, incrociando le braccia ed infilando le mani fin sotto le ascelle.
    Rimaniamo io e M.B..
    Silenzio, poi La sbraciata. Dice: “Le tue venti più altre dieci”. Unico rumore, il soffio liberatorio del terzo che se ne è andato: ci ha rimesso mezza paga, ma almeno non deve indebitarsi.
    Ricapitolo mentalmente: devo mettere altre diecimila, e se vinco prendo trentaseimila; se me ne vado, consolido la perdita di ventimila; se vedo e perdo, pago trentamila. Trentasei, venti, trenta: in ogni caso, più di un mese di paghette. Una fortuna. Alzo gli occhi, e mi accorgo d’essere seduto in mezzo a una folla immensa di spettatori: dovunque guardassi, vedevo cinture e patte, a non finire. Il nostro tavolo, solitamente sgombro tutt’attorno, era circondato da una folla di curiosi e intimoriti spettatori. Tutti si guardavano, e si davano di gomito; ma nessuno - nessuno parlava.

    E’ per questo che M.B. dovette prendersi un “anno sabbatico” dalla sala giochi: perché, di poker, non ci ha mai capito un cazzo.
    Gli fo: “Vedo”, e getto dieci ulteriori fiches nel gigantesco mucchio che s’era creato al centro del tavolo.
    Silenzio.
    Poi, si percepisce il rumore del pallore crescente di M.B.: il labbro superiore trema, le mani sudano, lui butta le cinque carte sul tavolo e dice: “Non c’ho un cazzo”. Aveva bluffato alla grande.
    Io metto a tavola il mio full di capponi, e dico: “Full di capponi con due puttane dietro”. E’ la regola: il punto lo dici sempre, pure se hai vinto, pure se gli altri se lo possono controllare con le carte, pure se l’altro non ha un cazzo in mano ed ha sicuramente perso. Prima regola: il punto si dice sempre.

    In un momento, rimanemmo soli: il pubblico si disperse ai quattro venti a rendicontare l’epica partita cui aveva assistito.
    Raccolsi il piatto, chiesi ad M.B. se volesse continuare; come previsto, rinunciò dicendo: “Ho già perso abbastanza per questo mese“.

    Scesi al piano terra passando fra due ali di folla. Il punto di non-ritorno era stato superato, e la soglia l’avevo varcata io.
    (1 - Continua)

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  • Eppure Fassino lo stimavo…

    26 09 2005 di Francesco Minciotti

    Ma perché, perché!, Fassino si rovina sul più bello? Mi piace, è lui l’uomo su cui la sinistra deve puntare; Prodi no, è un Berlusconi tinteggiato di sinistra, un populista-clericale-demagogo-antiberlusconi. Ma Fassino no: lui mi piaceva. Certo, il mio voto l’avrei comunque dato ai Radicali, però in seconda battuta c’era lui.
    E guardate come mi si rovina il pupo (qui amplius):

    Credo - sostiene Fassino - che sia assolutamente normale che una persona possa essere credente, come lo sono io, avere una fede e fare scelte politiche di impegno come quelle che ho fatto finora.

    Ma che dice, Fassino mio?
    Non si può essere qualcosa e il suo contrario allo stesso tempo: o si è cattolici, o si è laici. O si è a favore del matrimonio come unica forma di associazione umana, oppure si è a favore di una società che riconosce più tipologie di unioni; o si è contro le unioni sessual-sentimentali non eterosessuali, o se ne è a favore; o si è contro l’aborto, o si è a favore.

    Ugualmente, abbiamo fatto una buona legge sull’aborto senza stravolgere le famiglie italiane.

    Fassino, Fassino: se lei è cattolico, come cazzo fa a parlare di buona legge sull’aborto?! Se fosse davvero cattolico, e non all’acqua di rose (come lo è almeno il 50% di coloro che si professano cattolici), dovrebbe inorridire, implodere di rabbia virulenta di fronte alla parola “aborto”; non mediare con quell’aggettivaccio che in politica dice tutto e il contrario di tutto, “buona”.

    Vede, caro Fassino, io uno come Ruini (brr!) lo odio, sinceramente e profondamente. Mi sa un pazzo integralista, omofobo e reazionario. E lo dico, subendone (?) le conseguenze; perché preferisco così, che svendermi al politicamente corretto. Però lo rispetto, quando è ineccepibile. Lui dice “a me fanno schifo i gay, perché secondo i dettami della religione cui aderisco sono contro natura“? Bene, dico io. Lo rispetto; è una sua visione, (pazza e) personale. Semmai il problema nascerà nel momento in cui Ruini verrà ad ammonire i rappresentanti delle istituzioni sedendo in Parlamento… come dite? C’è già stato Giovanni Paolo II? In Parlamento? Ad ammonire? E c’era pure (giuro!) l’obbligo di cravatta per i parlamentari, quel giorno? Ah, non lo sapevo. Cancello.

    Ecco, insomma, vede caro Fassino: si è fatto scavalcare nella mia classifica personale - in questo frangente - anche da Ruini. Però non s’abbatta, giammai!, che quegli è sempre l’ultimo.
    Ma perché non s’allea con i Radicali e manda a fare in culo Prodi? Sareste ganzi, con Pannella e De Michelis. Io vi voterei, ma lei sembra non apprezzare. A lei da solo, ahimé, non posso.

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  • Morte di un fesso viaggiatore

    25 09 2005 di Francesco Minciotti

    Se avessi uno psicologo, mi consiglierebbe di aprire un sito per sfogare tutte le incazzature represse che mi porto dentro, ed essere - al contatto con gli altri - una persona gradevole.
    Ora: io non ce l’ho, uno psicologo; un sito invece sì, ed è pure bello ;) Ragion per cui, oggi vi tocca l’ennesimo sfogo di un rompicoglioni (che sarei io).
    Quando un viaggiatore quasi-pendolare (quale io sono) vede titoli di notizie sui treni, rizza all’erta le orecchie, per cercare di capire di che morte si muore. A volte è quella burocratica, a volte quella dilatoria, a volte quella da incazzatura madornale (come questa).
    Ecco quella odierna (qui, amplius):

    ROMA-La rivoluzione nei trasporti e nel modo di viaggiare degli italiani comincia dal 12 dicembre con l’inaugurazione della nuova tratta ad alta velocità che collegherà Roma e Napoli in un batter di ciglio.

    Il sottoscritto viaggia da tre anni, un paio di volte a settimana, avanti e ‘ndrera sulla tratta Montefiascone - Roma Termini (90km, 1h 40m ca., 1 cambio, 5,16€ di biglietto). Sempre, da tre anni a questa parte, trova tra i 10 e i 15 minuti di ritardo nel cambio Orte - Montefiascone; non ad un orario qualunque: sempre al treno delle 20.10. Sembrerà una quisquilia, ma che per tre anni di seguito, dopo lamentele quotidiane dei pendolari, questo treno continui imperterrito a ritardare senza che nessuno faccia il proprio lavoro, e cioè correggere i ritardi dei treni, fa incazzare coloro i quali questi ritardi li subiscono quotidianamente. E tale imbufalimento viene corroborato dai roboanti annunci di meravigliosa tecnologia trenitaliesca, come ’sto cazzo di treno che va a 10.0000 km/sec (o giù di lì). Ma cazzo, risolvete prima i problemi dei pendolari, e poi pensate a sparare i treni alla velocità della luce, no? Prima risolvete i problemi di chi da Bari a Taranto non ha il treno e deve andarci con l’autobus; prima risolvete i problemi di chi deve chiedere “permesso” alle zecche, per sedersi al proprio posto (d’altronde, se sul treno ci fate salire i piccioni della pubblicità, vi meravigliate di qualche zecca?!); prima restaurate il sistema dei biglietti a bordo, perché nella gran parte delle stazioncine di paese (e l’Italia è formata da 8103 comuni, di cui solo un centinaio superano i 50.000 abitanti) non esiste la biglietteria se non quella elettronica (che va solo a monete, nell’era della moneta elettronica), che si inceppa con una facilità vergognosa.
    Poi, e soltanto poi, pensare a compiere atti di una così avvilente prosopopea come questo. Che - tra l’altro - è riuscito pure male:

    Il battesimo della Roma-Napoli dovrà però fare i conti con un temporaneo stato di stand by legato al termine dei lavori dell’avveniristica stazione di Afragola. Chi salirà a bordo del nuovo pendolino il 12 dicembre per raggiungere la destinazione finale dovrà infatti percorrere parte della vecchia linea Roma-Napoli-Formia pur non cambiando treno. Disagio provvisorio ampiamente previsto dalle Ferrovie dello Stato [...]

    Io dico: fate una linea per collegare due città (quando poi lasciate nella merda tutto il resto d’Italia) con un treno che viaggia a 250km/h, e poi gli fate trovare la strada dissestata, e lo fate camminare sulle linee vecchie? E il tutto era “ampiamente previsto”?! Ma cazzo, aspettate qualche giorno prima di lanciare il supertreno; riparate il guasto, ampliate le stazioni, e soltanto dopo lanciate il treno-missile!
    Voi invitereste amici a pranzo per festeggiare la nuova casa in costruzione, quando ci sono ancora i muratori che lavorano?!

    Tanto per essere cerchiobottisti, vale la pena sottolineare due meritorie iniziative di Trenitalia, che qualcuno di voi già conoscerà: Ticketless, e i biglietti a 29€ e 39€ per gli Eurostar, e a 15€ per gli Intercity, indipendentemente dalla distanza da percorrere. Biglietti flat, insomma.

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  • Caso giudice Tosti /1

    24 09 2005 di Francesco Minciotti

    Buongiorno carissimi,

    un’altra piccola, flebile ma pur sempre esistente voce laica s’è levata: è quella del giudice Tosti, di Camerino (AN), per il quale ci sarà un

    Giudizio immediato per il magistrato di Camerino (Ancona) Luigi Tosti, accusato di omissione di atti di ufficio, per “essersi indebitamente astenuto dal tenere le udienze a causa della presenza del crocifisso nelle aule giudiziarie”.

    (qui, amplius).

    Inutile dire come la si pensi da queste parti: anzi no, è sempre utile, sebbene l’abbia ripetuto fino alla nausea, lo ripeto ancora. Questa è casa mia, e il sitYno mi dà la possibilità di essere ripetitivo.
    Quando cerco di spiegare il mio punto di vista all’Interlocutore, in merito alla problematica della laicità dello Stato, sono solito utilizzare questa metafora: le aule pubbliche (scuole, uffici comunali, tribunali, etc.) sono come le gambe e le braccia dello Stato. Ora, se lo Stato stesso si professa laico (e lo fa nella più tonante delle maniere, cioè menzionando tale volontà nella Costituzione, con un combinato di più articoli), come può portare “al collo” o “al polso” (cioè affisso nelle aule pubbliche) un simbolo religioso? Non è un controsenso?
    Se lo Stato vuole regolare i rapporti con le varie confessioni con “indipendenza e sovranità”, come può farsi portatore dei simboli di una specifica religione? La sua credibilità come arbitro imparziale ne esce seriamente mutilata.
    Insomma: sentirsi dire “lo Stato è laico” (come ha ribadito pochi giorni fa, da ultimo, Ciampi) poi entrare in un’aula di tribunale e trovarci un simbolo religioso è una solenne, profonda e premeditata presa per il culo.

    Per quanto riguarda il giudice Tosti, cercherò di seguire la sua vicenda da imputato, dal momento che egli stesso ha avuto ad annunciare:

    Il 18 novembre prossimo - ha detto il magistrato - dovrò entrare in un’aula giudiziaria non in qualità di dipendente dell’Amministrazione giudiziaria ma come “utente”, cioè da imputato: dal momento, però, che si riproporrà la stessa identica questione, inoltrerò al tribunale dell’Aquila e al ministro di Giustizia la richiesta di rimuovere i simboli religiosi dalle aule giudiziarie, preannunciando il mio rifiuto a presenziare all’udienza in caso di inottemperanza

    Avanti, giudice Tosti: tenga fede al suo cognome, e faccia valere la sua ragione. Gliela dà la Costituzione. Il sitYno (e suo padre) sono con lei. In bocca al lupo.

    Di palo in frasca: aggiunte nuove foto nella sezione “Fotografia“.

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  • L’eterno ritorno

    22 09 2005 di Francesco Minciotti

    Un ministro dell’economia che se ne va;
    un uragano temibilissimo sulla costa occidentale degli USA;
    un nuovo caso di bambino morto a causa dell’anestesia;
    nuove inchieste su quel ladro in doppiopetto di Fazio.

    Il mondo è bello perché è vario. Il mondo è bello perché è vario.

    ***

    Che poi, una cosa la voglio dire, perché è impossibile stare zitti di fronte ad un’oscenità così vergognosa: Fazio che è ancora al suo posto, e Siniscalco costretto ad andarsene, perché ha menato duro sul filo-pretino di palazzo Koch senza un briciolo d’ausilio da parte del governo. Zitto Berlusconi - perché sennò la Lega se ne va dal governo -, l’UDC non aspetta altro che un accenno di terremoto per levare le tende. L’unico paese in cui un governo (o un parlamento), di fronte a uno scandalo così grave, non vota compatto una sfiducia verso Fazio.
    Chiudo con le parole di Siniscalco:

    Mi dimetto per l’assoluto immobilismo del governo. Il problema non è Fazio, ma chi è incapace di risolvere il problema. Per questo non sono amareggiato: sono scandalizzato
    [...]
    Ho chiesto in tutti i modi di impedire i danni. Ma l’ambiguità continua. Vedo incontri, messaggi. Cose che non capisco, ma che ci sono. E allora meglio tagliare corto. No, non mi piace un Paese nel quale una grande banca straniera per venire ad investire i suoi soldi deve chiedere il permesso di Luigi Grillo. No, non ci voglio stare

    Avviso: Salvo imprevisti, domani, cari mujahedin, avrete una bellissima sopresa “fotografica”…stay tuned!

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  • Se ti becca Calderoli, sono PACSi tuoi!

    21 09 2005 di Francesco Minciotti
    Adesso Prodi si sta interessando anche alle Pacs, alle coppie di fatto, ai culattoni, non avrà mica anche quel difetto lì? Sarebbe troppo

    Eccoci a parlare nuovamente del Nostro. Al raduno di Venezia (dove si va a gettare l’acqua raccolta nel Po, icasticamente nominata “la festa dell’acqua” dai leghisti), ha avuto ancora il modo di dare prova della sua ignoranza, rilasciando questa dichiarazione.
    Tanto per analizzare minuziosamente (compito di questa rubrica, d’altronde), si deve parlare di PACS al maschile, non al femminile: infatti, quella sigla è l’acronimo di Patti Civili di Solidarietà. Ma io dico: se non sa manco il significato della sigla, come si permette di parlarne e porre veti?!
    E poi, ultimo ma non per ultimo, ancora ad insultare centinaia di migliaia di persone in Italia… ancora con quest’insulto (“culattoni”) per definire gli omosessuali: che tristezza che mi fa, caro Calderoli…Ma quando, quando!, la cacceranno a calci in culo dal parlamento? Quando verrà destituito dal ruolo di rappresentate di tutti gli italiani (un fautore della secessione al governo!)?

    ***

    Calderoli (Lega) attacca la sinistra «razzista contro la normalità».

    (qui,amplius).
    Ed eccolo qua, ancora una volta, a difendere la presunta “normalità” delle unioni eterosessuali, comunque suggellate sul piano giuridico. Mi dica, caro Nostro, da dove deriva il suo concetto di normalità? Dalla statistica? Sa – per farle uno dei milioni di esempi possibili – che l’80% della popolazione mondiale ha il 20% della ricchezza? Quindi, sulla base della statistica, ne dovrebbe conseguire che è bene che in Africa muoiano di fame, perché – secondo lei – è la “normalità”?
    O forse dalle convinzioni religiose? Come ho già spiegato in altra sede (cfr. il mio saggio sull’omosessualità), quelle non dettano canoni di normalità, in quanto vincolano solo coloro che si pongono volontariamente alla loro lettera, e non altri.
    Si rifà forse convenzioni sociali? Ma le unioni omosessuali, benché non certificate dalla legge, sono sempre esistite; per quanto le faccia schifo infatti, mentre scrivo (e mentre molte persone leggono quello che scrivo, e un giorno la rovesceranno da quel dannato scranno parlamentare) ci sono esseri umani che dividono la loro vita con altri dello stesso sesso: e non c’è niente di malsano in questo, niente di catastrofico o di amorale.
    Suvvia – ancora una volta -, dia basi logiche ferree a quello che dice.

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