Collazione di incoerenze
Francesco Minciotti
Mi è sempre piaciuto tenere diari di dichiarazioni sullo stesso argomento di vari uomini politici per sondare quanto profonda possa essere la loro ondivaga disonestà. Eppure, nel caso di specie non si può proprio più tacere: è notizia di pochi minuti fa che Berlusconi non voleva la guerra in Iraq. Eh già, proprio così: lui non la voleva, era in disaccordo con Bush.
Io non sono mai stato convinto che la guerra fosse il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa (qui, amplius)
E dice di più: talmente tanto persuaso dell’errore di una guerra preventiva che si alleò - temporaneamente e segretamente - con un altro esponente illuminato del circuito internazionale, uomo di pace anch’egli, per tentare di far rinsavire Bush: Gheddafi. Non vi ricordate chi sia costui? Un piccolo estratto della sua quasi quarantennale “carriera politica”:
La legislazione continua a proibire la formazione di associazioni e partiti politici al di fuori dell’esistente sistema politico. Fatta eccezione per la Società per i diritti umani della Fondazione internazionale Gheddafi per le associazioni di beneficenza, che è presieduta da Saif al-Islam al-Gheddafi, figlio del colonnello Mu’ammar al-Gheddafi, alle organizzazioni per i diritti umani e alle persone che si occupano di diritti umani continua a essere impedito di operare liberamente. [...] Nonostante il colonnello Mu’ammar al-Gheddafi abbia dichiarato la propria opposizione alla pena di morte, ribadendola ad AI a febbraio, le condanne a morte hanno continuato a essere comminate, anche al termine di processi iniqui. [...] Sono stati segnalati con frequenza arresti di massa di persone provenienti dall’Africa subsahariana, compresi possibili richiedenti asilo. Alcuni hanno rischiato di essere rimpatriati nei loro Paesi di origine dove sarebbero stati a rischio di gravi violazioni dei diritti umani. Sono stati segnalati molti casi di maltrattamenti a danno di questi detenuti. (qui, amplius)
Insomma, dovendo cercare alleati per dissuadere Bush dall’attuare quell’inutile strage che è la guerra in Iraq, Berlusconi pensò bene di rivolgersi ad una personcina per bene, anziché cercare alleati quali l’ONU o gruppi di nazioni veramente democratiche.
Di seguito, estratti di dichiarazioni del Nostro Presidente Del Consiglio Silvio Berlusconi (le maiuscole fanno tanto massone) sull’affaire Iraq, per ricordare un po’ a tutti che, effettivamente, lui è sempre stato coerente con l’idea che l’attacco non fosse
il sistema migliore per arrivare a rendere democratico un paese e a farlo uscire da una dittatura anche sanguinosa
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In realtà, basterebbe il fatto che i soldati italiani - ancora adesso mentre sto scrivendo - sono in Iraq a destare perplessità circa il pieno possesso delle facoltà mentali da parte di Berlusconi, ma è sempre meglio indagare a fondo prima di giudicare:
23 gennaio 2003: Il governo americano, per bocca del portavoce Ari Fleisher, lo dice a chiare lettere: “L’Italia fa parte della coalizione pronta alla guerra contro l’Iraq: Francia e Germania possono restare in panchina”. Gli Usa dunque sono convinti: “L’Europa ed il resto del mondo risponderanno ad una richiesta di partecipare ad una robusta coalizione armata contro l’Iraq”. [...] E così tocca a Silvio Berlusconi in persona cercare di fugare i sospetti di affrettate fughe in avanti dell’esecutivo: “Non ci sono novità, attendiamo una risoluzione dell’Onu e, comunque, il via libera ad un eventuale intervento militare dovrà passare attraverso un voto parlamentare”. Nulla di nuovo, assicura il premier, anche se la determinazione degli Usa sembra poggiare su “prove certe” che testimonierebbero “l’esistenza di armi di distruzione di massa”, dice il premier. (qui, amplius)
30 gennaio 2003: “Crediamo che dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre ci possa essere l’intenzione da parte dei terroristi, di una terribile strage”. Con questa convinzione, espressa da Silvio Berlusconi è cominciato l’incontro fra il presidente del Consiglio italiano e George Bush. Un attentato, quello previsto da Berlusconi, che “richiederà l’uso di quelle armi di distruzione di massa che l’Iraq possedeva e che non ha dimostrato di avere distrutto”. Pronta dunque la motivazione per schierare l’Italia a fianco degli Stati Uniti. E Berlusconi, che Bush ha definito “un mio amico personale”, ripaga l’amico americano specificando il senso della sua missione: “Convincere gli alleati” sulla giustezza delle posizioni Usa. “Sono qui per dare una mano al presidente Bush, per convincere tutti che questo è interesse di tutti” (qui, amplius)
9 febbraio 2003: Un discorso severo anche rispetto all’asse franco-tedesco: Berlusconi dichiara che se fossero solo gli Stati Uniti ad aprire il conflitto con l’Iraq ci sarebbero “risultati catastrofici per l’Europa”. [...] Parole che suonano come un invito a seguire la linea di condotta tracciata con chiarezza dall’amministrazione americana. Anche se poi Berlusconi non rinuncia nemmeno al ruolo di colomba: tutto il suo impegno a livello internazionale. assicura, è volto a “cercare in tutti i modi di evitare una guerra”. “Ma - aggiunge - non ci si può nascondere dietro a un dito”. Conseguenza: al momento, “la percentuale della possibilità di evitare la guerra è molto bassa”. (qui, amplius)
28 febbraio 2003: “Un’azione militare al di fuori dell’Onu sarebbe un fatto nefasto, e credo che nessuno si prenderà una responsabilità così grave” (qui, amplius)
12 marzo 2003: Ieri il premier ha ricevuto una telefonata del presidente americano George W. Bush. Berlusconi sintetizza così il colloquio: “Si sta facendo di tutto per evitare il ricorso a un’azione militare e il presidente Bush è il primo a non volere la guerra”. (qui, amplius)
14 marzo 2003: Non ci è stata chiesta e non ci sarà nessuna partecipazione di militari italiani a un’eventuale azione di disarmo forzoso”, spiega il premier e aggiunge: “L’Italia si è invece messa a disposizione attraverso il governo e attraverso i colloqui che il presidente del Consiglio ha avuto con il presidente americano e con il premier inglese, per dare aiuti umanitari e servizi logistici per dopo un’eventuale, ripeto eventuale, operazione di disarmo forzoso”. (qui, amplius)
10 aprile 2003: Tornando all’Iraq, il presidente del Consiglio spiega che c’è la disponibilità del governo, “dopo un voto del Parlamento”, a fornire un contingente di pace, perché “da tempo sia gli Stati Uniti che la Gran Bretagna, ci hanno rivolto la richiesta di inviare soldati dopo la guerra”; ma sulla richiesta alleata di inviare i Carabinieri, di cui si parla da ieri, non si sbilancia: “Sono famosi per il loro operato, ma è presto per dire quale Corpo sarà mandato in Iraq” (qui, amplius)
21 luglio 2003: Sintonia su tutto, dall’Iraq al Medio Oriente alla lotta contro il terrorismo. Silvio Berlusconi dichiara di essere completamente d’accordo con George Bush. Nella conferenza stampa congiunta che chiude la visita del presidente del Consiglio nel ranch di Crawford, in Texas, i due leader non si risparmiano reciproci attestati di stima. (qui, amplius)
6 dicembre 2003: Berlusconi dimostra di scavalcare a destra. Secondo il premier, infatti, “la comunità delle democrazie” deve tenersi pronta ad usare la forza, come in Iraq. “A suo dire”, scrive il Ny Times, “questo approccio implica che possa rendersi necessaria una modifica al diritto internazionale, che ha finora asserito che la sovranità di uno Stato è inviolabile”. “Oggi noi ci chiediamo se non debba essere possibile, guardando al futuro, adoperarci come esportatori di democrazia e di libertà in tutto il mondo”, prosegue Berlusconi. La risposta che lui stesso si dà è, chiaramente, sì. [...] Il Cavaliere si dichiara “stupito” che le sinistre in Europa possano ritenere l’America imperialistica. “L’unico territorio realmente occupato dagli Stati Uniti è quello in cui giacciono i suoi soldati, morti per la nostra libertà”, dichiara. E ancora: tutti i Paesi europei dovrebbero unirsi allo sforzo americano in Iraq. (qui, amplius)
6 aprile 2004: il premier Silvio Berlusconi: “La nostra missione non cambia”. Con queste parole il governo, in una giornata tesissima, mentre in Iraq infuria la rivolta e negli scontri sono coinvolti anche i militari italiani, annuncia che non c’è “alcuna ipotesi” di ritiro per le truppe del nostro Paese. (qui, amplius)
28 aprile 2004: Per il resto, vale a dire per quanto riguarda la nostra presenza in Iraq, le parole del premier non fanno che ribadire quanto già noto. “Continueremo a fare quello che riteniamo essere il nostro dovere e continueremo a farlo senza esitazione, anche se costa, come è costato a voi”, dice il premier rivolgendosi ai familiari dei morti di Nassiriya, aggiungendo che se siamo lì “non è per un’azione militare, ma per garantire la sicurezza, per consentire il passaggio della sovranità dalle truppe anglo-americane ai rappresentati della società irachena, con libere elezioni per un libero governo”. (qui, amplius)
18 maggio 2004: Non nomina mai Bush, che incontrerà domani. Ma dice che il governo lavora “attivamente” per una nuova risoluzione dell’Onu. Aggiunge che con il passaggio dei poteri in Iraq “ci deve essere una svolta netta”. Ma precisa che “non permetterà” l’abbandono del Paese “al caos e alla guerra civile”. (qui, amplius)
20 maggio 2004: “Noi - ha confermato ieri Berlusconi - non ce ne andremo adesso dall’Iraq: sarebbe immorale e lascerebbe il paese nel caos. Tantomeno lasceremo solo l’amico americano. Non dobbiamo essere sleali nei confronti dei nostri alleati e non dobbiamo spaventarci alle prime responsabilità, dobbiamo continuare sulla strada che ci sembra giusta. E io credo che sia giusta la strada che abbiamo battuto sin qui andando a difendere i deboli dove si aprono le ferite del mondo” (qui, amplius)
20 maggio 2004: Per il premier, infatti, la mozione dell’opposizione, per il ritiro delle truppe, appare “come un segnale di debolezza e di cedimento ai terroristi”.
20 maggio 2004: Quindi l’Italia, ha affermato il premier, “resterà in Iraq fino a quando quel Paese non sarà messo in grado di autogovernarsi in condizioni di sicurezza e di libertà” anche perché “ritirarsi significherebbe oltraggiare i nostri caduti, resteremo fedeli alle nostre responsabilità”. (qui, amplius)
5 giugno 2004: Tra un complimento e l’altro Silvio Berlusconi e George W. Bush durante la conferenza stampa che chiude la visita del presidente Usa in Italia confermano con forza: “Le truppe italiane e americane resteranno in Iraq per assicurare la democrazia”. (qui, amplius)
19 marzo 2005, ore 16:35: “Dopo le elezioni del 30 gennaio, mentre si consolida il percorso costituzionale individuato dal governo ad interim e sostenuto dalla coalizione, si può cominciare a parlare di ‘missione compiuta’ senza escludere per il futuro nuovi, seri, solidi impegni nel sostegno politico, militare e diplomatico alla nascente democrazia irachena”: lo afferma Silvio Berlusconi in un intervento su “Il Foglio” dedicato all’annuncio di un ritiro italiano dall’Iraq.
Ore 19:36: Non è “mai stata fissata una data”, “il mio era solo un auspicio, il ritiro deve essere concordato con gli alleati. Non siamo una forza di occupazione, non vogliamo stare lì a vita”. Così Silvio Berlusconi, rientrando a Palazzo Garzioli, torna sull’annuncio fatto ieri a Porta a Porta. (qui, amplius)
8 luglio 2005: La missione italiana in Iraq continua, “gli impegni si mantengono”, ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nella conferenza stampa tenuta a Gleneagles, dopo la conclusione del G8, tuttavia da settembre rimane confermato il ritiro iniziale di 300 militari italiani. (qui, amplius)
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