Bling get busted
Francesco Minciotti
Dentiere di diamanti, è moda negli Usa
Medaglioni dorati appesi a dozzine al collo fanno pendant con una cascata di oro e diamanti sui denti. Benvenuti nel «bling style», fatto di gioielli esagerati, arditi e appariscenti. Il nome è onomatopeico: richiama il suono dello scintillio dei preziosi. (qui, amplius)

Vediamo un po’, non facciamo i soliti bacchettoni retrogradi; cerchiamo di analizzare questo fenomeno di costume proprio dei ggiovani, e cerchiamo di carpire il segreto del loro successo.
Canta Paul Wall: «Mi sono messo i soldi in bocca, ho fatto diventare la mia bocca come una palla a specchio»
S’è messo “i soldi in bocca”, il Wall. Cerchiamo di soffocare lo sdegno suggerendo al Wall - secondo il nostro umile senso estetico - un altro orifizio, forse più adatto allo scopo.
«La gente all’inizio considerava il bling una sorta di ghetto dello stile», dice John Hallett, manager di Mr. Bling, una gioielleria di Las Vegas che vende ogni giorno da cinque a dieci «dentiere» preziose.
Come dire: qualcuno ancora oggi lo considera “ghetto dello stile”, parlando fuori dai denti (senza oro, al massimo un po’ di tartaro; tale rimane il colore).
«Ora però un sacco di gente bianca di Los Angeles viene apposta fin qui per acquistarle. Certo sono persone alternative, che sfoggiano già tatuaggi e piercing».
Arlecchini ambulanti ante litteram; mi pare di vedermeli davanti, con serpenti che partono dal pollice, mordono un orecchio impalato da spilloni da balia, scivolano sopra la bocca “indorata” (no, non è pissing) e arrivano all’ombelico, ove già li attende una morte con la falce che cavalca un’Harley Davidson, e iniziano una partita a poker, con un nugolo d’astanti (stile “trittico della metropoli” di Dix) degni del miglior strip-bar di Los Angeles. Ma forse la sto mettendo troppo sul cliché, che ne dite?

Osservando meglio tali elementi, pare proprio di poter affermare, con buona sicurezza, di esprimere giudizi finanche troppo eufemistici. In breve: quànno è troppo, è troppo.
Che poi, sempre a fare i reazionari non va bene, bisogna essere aperti ai messaggi ggiovanili che questi - ehm - “individui” (?) trasmettono ai ragazzini.
Ora, racconta, ci sono persino dei tredicenni tra i clienti.
Ok, partire subito con asce e bastoni da folla inferocita. Obiettivi: (a) I rapper e i negozi presso i quali si riforniscono; (b) i genitori dei tredicenni ingioiellati, che han sborsato per far incastonare la dentatura dei loro figli.
Da «Tv JewelryThere», le «parure» dentali possono essere ordinate sia in platino sia in oro e costano da 50 a 50mila dollari.
Soldi ben spesi, non v’è che dire. Altro che investire sui farmaci anti-AIDS da inviare ai bambini africani (alla cui razza ’sti rapper si rifanno quasi stucchevolmente in ogni loro cazzo di accozzaglia di suoni, che alcuni chiamano “canzone”), o cercare di sfamarli un po’. Meglio imbrillantarsi i denti. Che diamine.
«Nel profondo Sud i denti dorati sono sempre stati un simbolo di povertà - spiega Wall - ma gangster e trafficanti di droga li hanno riscattati, facendoli diventare un simbolo di rispettabilità».
Capite? Bisogna essere ggiovani anche noi, nei giudizi; sempre a sputar sentenze prima di comprendere ben bene di cosa si parli. Lo capite? Un tempo i denti dorati erano simbolo di povertà (?), ma poi, grazie a personcine affabili ed esempi morali d’antan, sono stati rivalutati: oggidì, chi si impiastriccia la bocca con oro e lapislazzuli è rispettabile. Rispettabile. Rispettabile. Rispettabile.
Uno così

è rispettabile. Chiaro? Da oggi in poi, chi vuol essere rispettato si deve agghindare in tal guisa.
Il sottoscritto informa la gentile clientela che, dal momento che ambisce ad essere membro rispettato dalla comunità, al più presto si abbiglierà così (prova: iò, iò, sono figo, sono imbrillantinato, iò, iò, non mi frega un cazzo di niente, iò, c’ho i soldi e me li spalmo sui denti, iò, iò. Ehm, andava bene?). Siete avvisati; spero possiate fare altrettanto.
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