Frammenti di Roma /3

Oggi vi porto con me.
Si esce a pagare il bollettino per l’università; dobbiamo passare in mezzo alla città, non c’è scampo. Abbiamo le famose cuffie, è vero, e questo ci consente di sentire la musica e di osservare il mondo senza udirne alcun lamento. I System of a down graffiano, e la colonna sonora c’è già. Toh, guarda un po’ quel tipo: povero giovane, con la sua magliettina Lonsdale e gli occhiali da sole Versace in questa giornata uggiosa pensa d’aver capito tutto – ahi!, ci ha pure dato una spallata, perché probabilmente non riesce nemmeno a vedere bene, con quella tenuta da cieco di Sorrento.
Ad ogni modo, lo superiamo e siamo a Piazza della Repubblica.
Cazzo, saracinesca abbassata sull’ufficio postale – ah no, è solo aperto sull’altro lato.
Bolgia infernale all’interno. Che bellezza, guarda, c’è una fantastmagorica macchinetta elettronica (con addirittura il touchscreen) con la quale puoi pagare il bollettino! Sì, ma io tocco ‘sto cazzo di schermo e non succede niente; sentiamo qualche impiegato.
Scusi? Scusi, dico a lei. Perché mi evita? Volevo sapere perc – ah, e qual è il direttore? Quello col cartellino giallo sul taschino, ho capito. Eh, ma io le volevo solo chied – ok, il direttore, ho capito.
Signore, mi scusi, la macchinetta non funziona – e dov’è l’altra? Va bene, la provo.
L’altra ha – cito – “problemi di connessione con il sistema centralizzato”.
Esco da quell’inferno di mezze cartucce e sfigati che lavorano lì dentro con un buco di disperazione al loro interno. La vita è per loro una disgrazia, e la fanno scontare agli utenti.
Dai, andiamo all’ufficio a Termini.
Grande camminata, e la gente ti passa accanto con facce grigie, serafiche, tutte uguali. In mezzo a loro un uomo – un barbone, ma fa differenza? – piange disperato, coprendosi il volto con le mani. Come uno scoglio cui tutt’attorno scorre acqua, si ferma al centro, e la folla lo lambisce correndo via veloce. Sull’altro lato della strada c’è l’UPIM, e la vetrina è tutt’un brillantinìo di colori, palle di natale, alberi di natale, regali di natale, tuttouncazzodiammassoinutile di natale. E’ una piccola droga: regaliamoci qualcosa, siamo felici a comando (veri uomini pavloviani), o la nostra vita avrà perso un’altra occasione di gioia. E quando rimane solo il buco di disperazione all’interno, è dura. E’ l’emersione dell’inutilità del vivere.
Eccoci giunti alle Poste: cazzo, perché la porta è chiusa? Come fa a stare dentro tutta quella gente, passa attraverso le porte? Scusi signor agente, come devo fare per entrare alle poste? Come?! Passare in mezzo alla UPIM?! E’ come se per andare dal salumiere dovessi passare attraverso, chessò, un negozio di scarpe.
Tutt’attorno a noi una gabbia di denaro, e noi in mezzo. Ci murano vivi in un sistema teleologicamente orientato ad estrarci dalle tasche quelle poche banconote che abbiamo e poi grazie, e avanti il prossimo! (ma sempre col sorriso sulla bocca, sennò la concorrenza ci batte: il mese scorso ha fatturato il 20% di sorrisi in più).
Prima vasca nella UPIM; raggiungo il secondo ufficio postale – per carità, troppa gente (e manco una macchinetta evoluta per il bollettino); me ne torno a casa.
Ancora freddo, ancora silenzio. Ancora i System of a down.
Passa un autobus: su di esso una pubblicità di un reggiseno; per terra, di fronte ai miei piedi, una pozzanghera con l’acqua stranamente immota riflette alla perfezione il cielo. Guardo lì dentro, sperando di vedere un riflesso di bellezza, perché di sicuro il cartellone con la donna-androide non ne possiede. Tutte uguali, si vogliono costruire a pezzi: due fette di silicone nel petto, una colata di collagene nelle labbra. Non lo sanno che il silicone è infiammabile (per il fuoco) e affossante (per l’eccitazione sessuale)? Vi arrapereste a giocare con il Pongo? Se sì, siete dei cazzo di pedofili: vi consiglio di sintonizzarvi su raidue per “Art attack”, così prenderete due piccioni con una fava (la vostra).
Liquido, scivolo verso casa. Immigrati – tanti, tantissimi – povera gente: scappano dal loro paese, sottoacculturati e perseguitati (e forse alcuni semplicemente stupidi) per finire in un ghetto accuratamente scisso dal resto del Paese Italiano Glorioso. Ah, e ghettizzati, manco a dirlo (del resto, se vivi in un ghetto quasi desideri di essere ghettizzato, se non altro per coerenza semantica). Una ragazza di colore sta pulendo il piazzale della stazione: indossa una divisa e struscia con blanda solerzia la sua scopa sul selciato. Mi commuovo: c’è gente che vorrebbe vederla arsa viva, e lei che pulisce il loro vomito. Vorrei stringerle la mano e dirle “grazie”, ma poi penso allo spot dell’”economia che gira” e tutti quei beoti che si dicevano “grazie!” l’un l’altro, e penso che sarebbe avvilente. Quel lavoro che per qualcuno sarebbe una punizione, per qualcun altro è la salvezza. Dipende tutto dalle aspettative. E le aspettative dipendono dai bisogni. E i bisogni dipendono da loro stessi (se naturali) o da chi li crea. Lo diceva il Buddha: “la causa del dolore è il desiderio”. E tanto più si desidera, tanto più si soffre.

E il bollettino è ancora qui accanto a me, tutto compilato che attende di essere utilizzato. E quasi lo ringrazio, per avermi fatto pensare così profondamente. La scrittura è imperfetta, e infatti non ha reso appieno quello che provo; ma questa volta il silenzio è d’argento, e la parola d’oro.

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