Do you know «spìccie»?

Terza liceo classico, gita dell’ultimo anno a Vienna. Terra meravigliosa, quella: così fredda eppure così avvolgente. Sì, però… di notte non si dormiva, e di giorno s’era tutti rincoglioniti; di qui, l’incredulità di quello che sto per raccontarvi, perché quel giorno, in quel Mc Donald’s, nessuno potè facilmente credere che quel che le nostre orecchie sentirono era stato veramente detto!
M., nostro compagno di classe poco sveglio, si alzò dal tavolino presso il quale tutti stavamo trovando ristoro (leggasi “dormendo”), ed andò alla cassa per ordinare qualcosa.
Era febbraio del 2002: l’Euro era appena entrato in circolazione, ed eravamo davvero tutti esaltati di poter uscire fuori dai confini nazionali e pagare con la stessa moneta: tanto non ci capivamo comunque un cazzo; vuoi mettere la soddisfazione di non capirci un cazzo all’estero?
Andò così che M. si sentì dire una cifra in inglese smozzicato; perplesso, piegò — come i cani — la testa su d’un lato e chiese che venisse ripetuta. La signorina, gentilmente, eseguì; lui s’illuminò, mise la mano in tasca alla ricerca di qualche spicciolo e, per far capire alla cassiera che stava cercando le monetine, iniziò a parlare lentamente e ben sillabando, come si fa ai bambini piccoli (e stupidi):

Un at-ti-mo, le cer-co spic-cie! Do you know, spiccie?

Come se a parlare in montefiasconese più lentamente una cassiera austriaca potesse meglio comprendere.

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