Ai miei tempi la «prova-costume» si faceva in teatro
Francesco Minciotti
Considerando che i jeans strappati costano di più di quelli integri, non se ne dovrebbe dedurre che paghiamo anche i buchi e, quindi, il nulla?
Ci stanno vendendo aria fritta. Anzi, senza grassi, ché è dietetica e così saremo tutti pronti per la (fanculofanculofanculo) «prova-costume» (mai sentita cosa più banale).
Analizziamo quest’abominio concettuale, tanto per il gusto di spaccare in quattro il capello (l’articolo sarebbe dovuto finire alla considerazione sui jeans, ma la mia vis polemica, gasata dalla nuova considerazione, ha preso fuoco. E ora ve la cuccate).
Tale «prova-costume» dovrebbe consistere nel presentarsi, per la prima volta nella stagione, in spiaggia con su solo il costume (intero, bikini o topless: fate vobis).
Ora: ad ogni prova corrisponde un giudizio; ad ogni giudizio, un giudice. I giudici possono essere di due tipi: «interiori» (sé stessi) o «esteriori» (gli altri). Dal momento che tale «prova-costume» sembra essere ossessione pubblicitaria verso terzi, dobbiamo dedurre che il giudizio in questione sia da qualificarsi come esteriore. Infatti, a ben guardare, se fosse un giudizio «interiore» potremmo formularlo a casa nostra, senza dover attendere di calcare la sabbia; e comunque sia, dato che in questo caso il nostro giudice saremmo noi stessi, il giudizio degli altri non conterebbe.
Quindi, il giudizio in questione è di tipo «esteriore».
Tanto considerato, chi è il giudice?
Se sono gli altri, bisogna concludere che tutto ciò che di buono riteniamo di fare deve essere validato dal giudizio estetico di altri; ma gli altri, in quanto molti, possono scegliere due vie: o dare tanti giudizi quanti sono, e allora si avrebbe una moltitudine di variegati commenti sul nostro aspetto, e non sapremmo a chi credere; oppure sarà un unico giudizio, poiché unico è il canone estetico al quale tutti si rifanno per giudicare. Ma se tale canone è univoco per tutti, tale sarà anche per noi, quindi il giudizio «esteriore» tornerà, automaticamente, ad essere un giudizio di tipo «interiore». Logica conseguenza: non esiste giudizio «esteriore», quindi non esiste alcuna «prova-costume» se non quella che possiamo fare su noi stessi comodamente a casa nostra. Il problema è che una pubblicità che spiegasse tutto questo dovrebbe durare troppi minuti perché le mie tasche possano permettersela, mentre fare urlare ad un’ochetta dei cereali «uh, tra poco c’è la “prova-costume”: vedrai, mangiando chili di cereali Kellog’s ce la faremo!» dura molto meno.
Sta a voi: divulgate il verbo. Ho detto DIVULGATELO! (N.d. Nelson).
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