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    L’erba del vicino è troppo lontana; meglio la mia!

    30 06 2006 di Francesco Minciotti

    Avvertito di tale aneddoto da D. — protagonista S., una mia ex-compagna di classe, fatta dalla mattina alla sera — ve lo ripropongo in tutto il suo splendore; la tal S. cerca di convincere la madre dell’antieconomicità dell’attuale «sistema gestionale» del proprio consumo d’erba, proponendo un’alternativa più a buon mercato.

      Ma’, sono sette anni che mi faccio le canne, ti rendi conto quanti soldi che tu hai guadagnato ho speso? Se tu mi permettessi di coltivare la roba nell’ orto dietro casa, me la caverei con appena trenta euro di semi l’anno! E’ un affare.

    La madre, in maniera davvero geniale:

      Eh vabbé, però mi devi promettere che la pianti con la roba pesante!

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  • Vergogna per tutti, nessuno escluso

    29 06 2006 di Francesco Minciotti

    Battaglie tra mufloni

    «E’ stata una giornata durissima che è finita bene» (Vannino Chiti, ministro per i Rapporti con il Parlamento e le Riforme Istituzionali, qui, amplius)

    Una scena così fa ribrezzo ad ogni convinto assertore della democrazia, in cui il ricorso alla fisicità violenta dovrebbe essere così remoto da non essere preso neanche in considerazione dall’intelletto, né dal subconscio umano.
    Persone così violentemente ignoranti non dovrebbero sedere in rappresentanza del popolo. Nessuno escluso.

    La dichiarazione del ministro Chiti è gravissima, e va censurata: un ministro per i rapporti con il Parlamento che si rispetti avrebbe dovuto chiedere scusa al popolo per questo spettacolo degradante.
    Ecco cosa mi ricorda, e non troppo da lontano (la differenza sta nell’abito, o poco più):

    Rissa allo stadio

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  • Il calcio italiano non gode proprio di ottima salute…

    28 06 2006 di Francesco Minciotti

     

    (Pagina iniziale di Repubblica.it del 27/6/2006, ore 18:50)

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  • Tanti auguri a me

    26 06 2006 di Francesco Minciotti

    Ed eccomi qua ad aggiungere un altro piccolo anno alla schiera di quelli che già mi sorreggono con le loro esperienze (poche) e la loro forza.
    Ho ricevuto dei bei regali, auguri dagli amici: tutto molto bello :)
    Vi volevo solo far vedere cosa mi ha preparato la mia Stella per oggi…mi invidiate un pochettino, non è così?
    La mia torta di compleanno

    P.S.: Se osservate bene, noterete che “Pap” è mancante di una “z”: ieri sera nono sono riuscito a resistere e, come Homer, ho rovinato questa bella torta tutta ricamata e letterosa :)

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  • Discorso d’insediamento del sig. Ministro

    25 06 2006 di Francesco Minciotti

    Finalmente, sono diventato Ministro della Giustizia. Anzi, per la precisione, BlogMinistro.
    No, non sto delirando (anche se vi piacerebbe: ammettetelo, sadici che non siete altro!); vi sto solo mettendo al corrente di un progetto al quale sono stato invitato a prendere parte.

    Si tratta di una sorta di «governo-ombra» gestito su Web, che controlla l’operato, giorno per giorno, dei vari Ministri della Repubblica, per vedere se, quanto e come stanno dando consona attuazione all’agenda di governo.
    Così, date le mie inclinazioni pseudo-professionali, mi è stato offerto il BlogMinistero della Giustizia, e ne ho volentieri profittato.
    Sul sito del BlogGoverno troverete quindi miei articoli (non so ancora se pubblicarli in copia anche qui sul sitYno o meno…) riguardanti il sig. Mastella e il suo operato, e, più in generale, argomenti giuridici.

    Al di là della mia presenza (che sola, per voi mujahedin, varrebbe già il prezzo del biglietto :P), vi esorto a visitare il BlogGoverno quotidianamente, perché materiale nuovo non manca mai (siamo quarantasette autori…), ed è tutto di estremo interesse.

    Ora, se interessati, andatevi a leggere il pezzo di presentazione: Sulle problematiche dell’atecnicismo governativo.

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  • Ma allora i Tool esistono davvero!

    24 06 2006 di Francesco Minciotti

    Non posso scrivere due volte sullo stesso argomento, per cui incollo il mio intervento sul forum di Toolband, integrando, fra quadre, gli spunti necessari per capire il rimando.
    Certo, al di là di tutte le note negative che leggerete, ho visto i Tool dal vivo. Ho-visto-i-Tool-dal-vivo. Il che postula che essi esistano sul serio, e non che fossero solo una manifestazione del divino in una sala incisione. Erano umani, e non sembrava playback.

    Rimango basito nel leggere alcune opinioni particolarmente scioviniste, secondo le quali questo sarebbe stato «il miglior concerto mai visto/sentito». Concedo senza meno che il gusto sia soggettivo, e che anche a mio parere sia stato un buon concerto, ma: l’acustica era VER-GO-GNO-SA, in particolar modo le frequenze della voce (io ho usato il vecchio, ma sempre utile, trucco del tapparsi le orecchie); non hanno suonato alla perfezione (su Schism hanno cambiato di tempo un paio di volte, sempre più veloce… dubito sia stato voluto, anche se forse potrebbe essere una variazione «da concerto» che a volte i gruppi fanno); Maynard ha preso un paio di stecche, in particolar modo una verso la fine (non ricordo in quale canzone), e, come da qualcuno in questo filone ricordato, ha abbassato di un’ottava ben più d’un acuto (Right in two su tutte); a titolo personalissimo, mi aspettavo scenografie più fastose: ho visto qualche video di concerti del tour di Lateralus e lì avevano giganteschi maxischermi e, addirittura, i due «uomini-giraffa» del video di Schism che «brucavano» sul palco!
    Certo, i lati positivi ci sono stati, e vedere un musicista che stimi dal vivo è sempre un’emozione unica, ma forse ne sono stato leggermente deluso.

    Io ero al secondo anello sulla sinistra, molto vicino al palco (e i panini al prosciutto che m’ero portati non m’han fatto rimpiangere lo zozzone Laughing[I panini dello «Zozzone» sono quelli, dalla dubbia igienicità, che vengono venduti dai camioncini alimentari fuori dagli stadi, NdA]
    Una considerazione sui flash: se fosse vero della malattia di Maynard [un utente segnalava una supposta patologia oculare che affligge il cantante, dato che all'ingresso hanno distribuito volantini con esplicita richiesta di non usare flash, a loro detta per evitare di «rovinare l'atmosfera», NdA], allora dovrebbero dirlo chiaro e tondo, così che la gente possa farsene una ragione valida (anche se quella, estetica, del «rovinare l’atmosfera» è, a mio giudizio, già sufficiente). Tra l’altro — lo dico da fotoamatore — usare il flash da venti o trenta metri dal soggetto (e spesso flash del cazzo, di macchine non professionali) è del tutto INUTILE: la maggior parte dei flash ha un’influenza di pochi metri, sicuramente meno della distanza palco-fotografo. Quindi, oltre il danno, la beffa. Meglio regolare (come dicevano altri) l’ISO molto alta, e — aggiungo — aumentare il tempo dell’otturatore (ma occorre avere mano ferma) e aprire al massimo il diaframma. Così si ottiene anche una luce più naturale, catturando maggiormente il realismo della scena, perché si usano le stesse fonti di luce che l’occhio del fotografo vede.
    Il flash è una cazzata.

    Sul pogo e sulla gente che canta è meglio che non mi esprima [un utente sosteneva che tutti quelli che non cantano in coro assieme al cantante sono degli «stupidi amorfi», NdA]. Anzi sì, sul/la tipo/a che ha scritto «ma che razza di gente amorfa è quella che non canta?!». Rispondo io: uno che ha pagato 40€ per sentir cantare MAYNARD, non Fracazzo da Velletri. Di quest’ultimo ho il cd pirata.

    [si parlava della maglietta che avevamo indosso, NdA] Io avevo la maglietta di Paperino azzurra. Tra l’altro, in argomento: buffo andare al concerto di un gruppo che da sempre sostiene «Think for yourself» ed indossare la stessa maglietta di tutti gli altri (dei Tool, taroccate e non). Se non ricordo male (ma non so citarne la fonte) mi pare che una volta pure Maynard disse che effettivamente risultava grottesco. Ve lo ricordate o me lo sono inventato?

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  • Indicazioni per uccidermi

    21 06 2006 di Francesco Minciotti

    Sto per partire da casa: tra un paio d’ore sarò al PALAGHIACCIO di MARINO a vedere gli immensi Tool.
    Io sono quello con la maglietta di Paperino azzurra (non scherzo); se qualcuno di voi mujahedin vuole baciarmi o uccidermi, beh, ora ne avrete l’occasione.

    A domani (vita permettendo), per le impressioni!

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  • Ipotesi d’una vita altrui

    20 06 2006 di Francesco Minciotti

    Mia zia ha 91 anni, ed è in realtà mia prozia. Però tutti la chiamiamo zia, forse perché quel «pro» sembra così formale, così codicistico, e pertanto così poco incline agli affetti familiari. Mia zia è italiana, ma ha vissuto la sua vita facendo la spola fra gli Stati Uniti e il Belpaese. Per la teoria dell’«uva acerba», quand’era qui le mancavano le cose di là, e quand’era là — manco a dirlo — le mancavano le cose d’oltreoceano. Le sono molto legato, e sono davvero molto felice di vederla; questo, come potrete facilmente arguire, non capita poi così tanto spesso. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, ci siamo visti quattro volte: due viaggi io da lei, due lei da me. Eppure, contrariamente a quanto possa sembrare — davvero una frequentazione così sporadica può renderti così cara una persona? —, lei è per me una di quelle vecchine adorabili, premurose e coccolose. Avete presenti le vecchie zie acide? Ecco: l’esatto contrario. L’ultimo nostro incontro risale allo scorso agosto; quella volta la trasvolata dell’oceano toccò a lei (novantun’anni, mica un giorno!), e non si fece di certo pregare. In fondo, anche per una che abita vicino al Lago Michigan (uno dei cinque Grandi Laghi), una vista così non ha prezzo. Arrivò dunque, e ne fui davvero molto felice. Parlammo a lungo del più e del meno: del clima «là», della casa, e di molte cose che non vi interesserebbero neanche a pagamento, ma per me molto preziose. Infine, le chiesi della passeggiata che aveva fatto il giorno precedente, al parco pubblico del paese. Lei mi rispose che aveva incontrato tanti suoi amici d’infanzia che non vedeva più da «oh… beh, da almeno sessant’anni». Tanto stupore, tanta incredulità in quegli occhi, che vedevano la cara Amelia, l’«americana», di nuovo qui al paese! Di rito, da angelo quale è, rispose a tutti amabilmente. Venne poi il turno d’un vecchietto, il quale le si accostò dappresso, la fissò («he stared me» «zia, siamo in Italia, si dice “mi ha fissato”» «ah, sì, sì, well, hai ragione») e le chiese: «Ma tu… tu sei Amelia?!» Mia zia, ovviamente, le rispose che sì, lei era Amelia, quella che partì “anta” anni prima per l’America. Il vecchino le si fece ancora più vicino, scrutandola con occhi estasiati; la venerava con gli occhi, che brillavano felici. Dopo un ulteriore attimo di silenzio, le disse: «Amelia, ma tu ti ricordi chi sono io?», e mia zia, imbarazzata, dovette dirgli la verità: «No…». Il vecchino, senza perdersi d’animo per quel mancato riconoscimento (che sottindendeva la scarsa importanza che lui aveva rivestito nella sua vita), le disse: «Io sono quello che ti corteggiò a lungo, prima della tua partenza! Ma tu non accettasti mai il mio invito a fare la passeggiata al parco». A questo punto del racconto mia zia rise, di quel riso disincantato e tenero che hanno sempre i vecchi, quando i loro capelli bianchi, dall’alto della loro saggezza diafana, ondeggiano morbidi sulle gote raggrinzite, esperte anch’esse della futilità dell’esistenza. Ripresasi dai singulti del divertimento, mi disse: «Ti rendi conto?, quell’uomo — di cui ancora oggi non ricordo il nome — non mi ha mai dimenticata; mi ha portata dentro di lui per oltre sessant’anni!». E allora pensai a quell’uomo, e alla sua vita: forse ha vissuto i suoi lunghi anni ossessionato dal ricordo di quella fanciulla (mi dicono che mia zia fosse bellissima), oppure l’ha sepolta in fondo a sé per decenni, fino all’incontro in quel parco (scherzo del destino) in cui lei non volle mai andare a passeggiare; o forse, ha nascosto il suo ricordo sotto la quotidianità, ed ogni tanto, al buio delle segrete notti, quando tutto è immoto e anche sua moglie dormiva girata nel letto dandogli le spalle, quell’ignoto vecchino chiudeva gli occhi, si portava i ginocchi verso la pancia in posizione fetale, e sorridendo andava incontro al sonno, portando la mia zia Amelia sotto braccio in quel “Prato Giardino” dove insieme, in quell’altro sogno che è la vita reale, non andarono mai.

    Può durare in eterno anche l’amore non corrisposto?

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  • Analisi giuridica e morale della vicenda «Vittorio Emanuele»

    18 06 2006 di Francesco Minciotti

    La storia è ormai nota (in Internet, tutto diventa noto nel giro di qualche ora; il che può essere un bene o un male, ma più spesso un bene, dacché l’informazione difficilmente nuoce): il principe (bleargh!) VIttorio Emanuele è stato sottoposto a misure cautelari in carcere poiché gli sono stati contestati reati del calibro della corruzione, del falso, addirittura dello sfruttamento della prostituzione.
    Prima di esprimermi in termini che fra poco leggerete sull’aspetto morale, una parola sull’aspetto giuridico: le misure cautelari sono quelle che vengono prese, per l’appunto, per cautelarsi dalla persona indagata, poiché v’è pericolo che essa reiteri il reato che le viene addebitato, o che inquini le prove, o che tenti la fuga. Tali misure sono molteplici nel tipo (ne esistono di «personali», che riguardano le cautele da prendersi avverso un soggetto; e di «reali», avverso le cose [sequestri patrimoniali]) e nel numero, e di intensità differente: si va dal semplice divieto d’espatrio, passando per l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, fino agli arresti domiciliari o — caso più grave — quelli in carcere (qui, amplius).

    Tali misure non implicano in alcun modo la colpevolezza dell’indagato (si badi: «indagato», non «colpevole»); con la loro applicazione ci si limita a tutelare l’integrità del processo e dei cittadini che potrebbero continuare ad esser lesi dall’attività criminale dell’indagato (posto che effettivamente vi sia). Ovviamente, tanto più si sale nell’intensità della misura cautelare irrogata, tanto più le prove nel senso della pericolosità aumentano; del pari, tanto più aumenta la restrizione a cui è sottoposto l’indagato, e così tanto più probanti devono essere i fatti che questi possa continuare il reato addebitatogli, che inquini le prove o tenti la fuga.
    Secondo la prassi giurisprudenziale, per irrogare addirittura la custodia cautelare in carcere («il massimo della severità», per così dire) le prove devono essere schiaccianti: stiamo parlando, in fin dei conti, di incarcerare una persona senza ancora averla processata. E se fosse dichiarata innocente, magari «perché il fatto non sussiste»? Chi la risarcirebbe di una incarcerazione senza motivo?

    Un fatto gravissimo!
    Per questo — in linea di massima e fatte salve le eccezioni — all’irrogazione di tale misura cautelare da parte del g.i.p. (Giudice per le Indagini Preliminari) — su richiesta del p.m. — deve corrispondere una ragionevole certezza della colpevolezza del soggetto; si specifica: non tanto nel senso che egli sia sicuramente colpevole dei reati ascrittigli, quanto piuttosto che possa inquinare le prove o tentare la fuga. Ragionando a contrario però se ne deduce che, se un soggetto possa effettivamente inquinare le  prove o scappare, non deve ritenersi del tutto innocente e cristallino…

    Questa, in breve, la corretta lettura dal punto di vista giuridico che deve essere fatta sul caso di Vittorio Emanuele, per comprendere fino in fondo le ragioni di questo «arresto», che troppo spesso la vulgata traduce nella certezza di colpevolezza; cosa che, abbiamo visto, non è (anche se vi sono forti indizi che depongono in tal senso).

      ***

    Passando ora all’aspetto morale della questione (e così dicendo ci spostiamo dal diritto, campo della certezza, e passiamo alla sfera morale, dove regna l’approssimazione), il giudizio che mi sento di formulare è piuttosto netto: quest’uomo è ripugnante.
    Leggendo infatti le numerose intercettazioni telefoniche effettuate a suo carico si evince un uomo cinico, fascista, sessista, profittatore, prevaricatore, arrogante e qualunquista, financo razzista.

    Sottolineando ancora una volta che anche i peggiori vizi morali non possono e non debbono equivalere a colpa giuridica (ma, al limite, solo tendere a dare verosimiglianza ad alcune ipotesi di reato), mi preme riportare alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito, e non certo per la loro bellezza.
    Parlando di una manifestazione a favore di un’associazione pro bambini che hanno subito abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia, avviene questo scambio di battute fra Vittorio Emanuele e il suo fido aiutante Gian Nicolino Narducci:

    Narducci: Speriamo che ci sian delle belle bambine, così le scopo.
    V.E.: Subito, sì, urlando!

    In altra conversazione, parlando di un maldestro tentativo di riparazione della loro barca chilometrica ad opera di meccanici sardi, così Vittorio Emanuele apostrofa la «gente sarda» (senza distinguo di sorta):

      V.E.: [i sardi] puzzano e basta!
    Narducci: Sono figli di puttana deficienti!

    In altra ancora, parlando del rapimento di Giuliana Sgrena, così commentano:

      V.E.: Quel pezzo di merda di quella gran troia malmestruata! (tutte le citazioni provengono da qui)

    E ancora, sempre sullo stesso caso:

    VE.: hanno detto che era un agguato fatto dagli Americani ! Ma figuriamoci!
      Quel pezzo di merda di quella vecchia troia.
      N.: (ride) Bisognerebbe, bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e
      poi darla agli alpini che se la sollazzino!
      VE.: no, ma poi dopo la buttano giù! La buttan giù dalla montagna,
      morta,a pezzetti! (qui, amplius)
      

    In definitiva, e concludo, tutte queste parole non devono portare a ritenere Vittorio Emanuele di Savoia giuridicamente colpevole, presumendosi ex lege che egli sia innocente fino a giudizio definitivo dei tribunali (cosa che troppo spesso la gente dimentica, infangando con colpe chi magari, al fin della partita, si scopre non averne); e tuttavia, con riguardo al lato morale, non si può negare che quest’uomo sia veramente ripugnante. Nel campo morale infatti, le parole sono autoesplicative e definitive, non dovendosi attendere un triplice (o più) esame, ma bastando il vaglio della ragione dell’ascoltatore, poiché il suo giudizio (al contrario di quello della legge) non lede verso tutti il prestigio o i diritti della persona.

    Un uomo così mi fa moralmente schifo.

    P.s.: Ovviamente, il giudizio morale di ripugnanza si estende automaticamente e in maniera equivalente al suo compare, tale Gian Nicolino Narducci.

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  • La vergogna a Cuba non è solo per Fidel

    17 06 2006 di Francesco Minciotti
      Mi piacerebbe chiudere Guantanamo, ma sono consapevole che abbiamo in custodia diverse persone maledettamente pericolose e che serve un piano per occuparsene nei tribunali (qui, amplius).

    Queste le vergognose parole pronunciate da quel deprecabile essere ch’è — lo sappiamo tutti, ormai — George W. Bush.
    In una repubblica presidenziale quale è quella americana (seppur temperata dal c.d. sistema di «checks and balances» ovvero «freni e contrappesi», come ogni studioso di diritto costituzionale sa) il presidente ha tutti i poteri di fare e disfare, molto più che in ogni altro sistema di governo.

    In una repubblica degna di portare questo nome inoltre, non servirebbe un «piano» ad hoc per occuparsi di tale o talaltro (supposto) criminale, perché il sistema avrebbe già le proprie strutture detentive (dove più, dove meno rigide, secondo necessità) capaci di accogliere chiunque meriti di esservi accolto (dovendo ciò essere stabilito con un regolare processo).
    Dacché tale frase infrange ben due assiomi del diritto moderno:

    1. Il diritto ad essere giudicati da tribunali precostituiti;
    2. il diritto ad essere trattati parimenti ad altri in situazioni simili.

    Per quanto riguarda il diritto sub 1), è proprio di ogni ordinamento giuridico democratico far sì che il giudice che deve giudicare circa un reato vi preesista, e non che la sua nomina segua il reato; altrimenti si potrebbe pensare che la nomina del tale giudice per il talaltro reato sia «pilotata» da qualcuno che vuole un determinato verdetto. La Costituzione italiana chiama questa caratteristica irrinunciabile dell’ordinamento giuridico «giudice naturale precostituito per legge», e ne sancisce l’irrefragabilità assoluta sistemandolo all’articolo 25.
    Il fatto quindi di parlare di «piano per occuparsene nei tribunali» è osceno tanto dal punto di vista linguistico (ci si «occupa» di cose, non di esseri umani; loro li si «giudica») quanto da quello giuridico (per i motivi sopra esposti).

    Passando ai motivi di cui sub 2), non è pensabile che degli uomini che abbiano commesso un determinato tipo di reato siano trattati in maniera diseguale ad altri; figurarsi se poi il reato ascritto ai prigionieri di Guantanamo non è stato ancora provato, visto che non li hanno ancora processati; e figurarsi ancor più se li stanno detenendo al di fuori di ogni qualificazione giuridica (non sono prigionieri di guerra, né altro). Li hanno, in una parola, sequestrati tra i tre e i quattro anni fa e li hanno isolati (è proprio il caso di dirlo) dall’altra parte del mondo, sottoponendoli a trattamenti inumani e degradanti, senza addebitar loro pubblicamente alcun crimine; sottacendo a lungo anche la loro identità al mondo; impedendo l’accesso ad ispettori di ONG sui diritti umani. E Condoleeza Rice oggi ha anche avuto la sfacciataggine di sottolineare come questi uomini sarebbero tutti senza dubbio colpevoli, nonostante li abbiano rapiti quattro anni fa senza dimostrare ad alcuno le loro colpe:

      Gli Stati Uniti non vogliono essere i carcerieri del mondo, ma abbiamo un problema oggettivo: c’e’ gente molta gente pericolosa che deve essere chiusa da qualche parte perche’ non rappresenti piu’ un pericolo (qui, amplius).

    In ogni paese civile un uomo deve essere trattato con rispetto, financo nella sua giusta pena che deve scontare per «regolare i conti» con la società. E questo rispetto non va molto d’accordo con l’assenza di processi; con il filo spinato e le gabbie e le tute e il Corano zuppo di piscio e le alimentazioni forzate e l’esposizione totale allo sguardo dei carcerieri e i misteriosi «suicidi» (in un campo in cui praticamente non esiste neanche un muro) e le docce fredde e le privazioni delle docce e l’assenza di servizi igienici e la derisione e l’umiliazione e l’assenza di diritto e la tortura.
    Bush, tu che hai invaso una nazione mentendo al mondo (la scusa delle «armi di distruzione di massa» è ormai tanto banale quanto quella del cane che ha mangiato i compiti dell’alunno); che te ne sei fregato dell’ONU; che sei il presidente degli Stati Uniti d’America: tu davvero non puoi far chiudere Guantanamo? Tu che un tempo l’apristi?

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