Analisi giuridica e morale della vicenda «Vittorio Emanuele»

La storia è ormai nota (in Internet, tutto diventa noto nel giro di qualche ora; il che può essere un bene o un male, ma più spesso un bene, dacché l’informazione difficilmente nuoce): il principe (bleargh!) VIttorio Emanuele è stato sottoposto a misure cautelari in carcere poiché gli sono stati contestati reati del calibro della corruzione, del falso, addirittura dello sfruttamento della prostituzione.
Prima di esprimermi in termini che fra poco leggerete sull’aspetto morale, una parola sull’aspetto giuridico: le misure cautelari sono quelle che vengono prese, per l’appunto, per cautelarsi dalla persona indagata, poiché v’è pericolo che essa reiteri il reato che le viene addebitato, o che inquini le prove, o che tenti la fuga. Tali misure sono molteplici nel tipo (ne esistono di «personali», che riguardano le cautele da prendersi avverso un soggetto; e di «reali», avverso le cose [sequestri patrimoniali]) e nel numero, e di intensità differente: si va dal semplice divieto d’espatrio, passando per l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, fino agli arresti domiciliari o — caso più grave — quelli in carcere (qui, amplius).

Tali misure non implicano in alcun modo la colpevolezza dell’indagato (si badi: «indagato», non «colpevole»); con la loro applicazione ci si limita a tutelare l’integrità del processo e dei cittadini che potrebbero continuare ad esser lesi dall’attività criminale dell’indagato (posto che effettivamente vi sia). Ovviamente, tanto più si sale nell’intensità della misura cautelare irrogata, tanto più le prove nel senso della pericolosità aumentano; del pari, tanto più aumenta la restrizione a cui è sottoposto l’indagato, e così tanto più probanti devono essere i fatti che questi possa continuare il reato addebitatogli, che inquini le prove o tenti la fuga.
Secondo la prassi giurisprudenziale, per irrogare addirittura la custodia cautelare in carcere («il massimo della severità», per così dire) le prove devono essere schiaccianti: stiamo parlando, in fin dei conti, di incarcerare una persona senza ancora averla processata. E se fosse dichiarata innocente, magari «perché il fatto non sussiste»? Chi la risarcirebbe di una incarcerazione senza motivo?

Un fatto gravissimo!
Per questo — in linea di massima e fatte salve le eccezioni — all’irrogazione di tale misura cautelare da parte del g.i.p. (Giudice per le Indagini Preliminari) — su richiesta del p.m. — deve corrispondere una ragionevole certezza della colpevolezza del soggetto; si specifica: non tanto nel senso che egli sia sicuramente colpevole dei reati ascrittigli, quanto piuttosto che possa inquinare le prove o tentare la fuga. Ragionando a contrario però se ne deduce che, se un soggetto possa effettivamente inquinare le  prove o scappare, non deve ritenersi del tutto innocente e cristallino…

Questa, in breve, la corretta lettura dal punto di vista giuridico che deve essere fatta sul caso di Vittorio Emanuele, per comprendere fino in fondo le ragioni di questo «arresto», che troppo spesso la vulgata traduce nella certezza di colpevolezza; cosa che, abbiamo visto, non è (anche se vi sono forti indizi che depongono in tal senso).

  ***

Passando ora all’aspetto morale della questione (e così dicendo ci spostiamo dal diritto, campo della certezza, e passiamo alla sfera morale, dove regna l’approssimazione), il giudizio che mi sento di formulare è piuttosto netto: quest’uomo è ripugnante.
Leggendo infatti le numerose intercettazioni telefoniche effettuate a suo carico si evince un uomo cinico, fascista, sessista, profittatore, prevaricatore, arrogante e qualunquista, financo razzista.

Sottolineando ancora una volta che anche i peggiori vizi morali non possono e non debbono equivalere a colpa giuridica (ma, al limite, solo tendere a dare verosimiglianza ad alcune ipotesi di reato), mi preme riportare alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito, e non certo per la loro bellezza.
Parlando di una manifestazione a favore di un’associazione pro bambini che hanno subito abusi sessuali o maltrattamenti in famiglia, avviene questo scambio di battute fra Vittorio Emanuele e il suo fido aiutante Gian Nicolino Narducci:

Narducci: Speriamo che ci sian delle belle bambine, così le scopo.
V.E.: Subito, sì, urlando!

In altra conversazione, parlando di un maldestro tentativo di riparazione della loro barca chilometrica ad opera di meccanici sardi, così Vittorio Emanuele apostrofa la «gente sarda» (senza distinguo di sorta):

  V.E.: [i sardi] puzzano e basta!
Narducci: Sono figli di puttana deficienti!

In altra ancora, parlando del rapimento di Giuliana Sgrena, così commentano:

  V.E.: Quel pezzo di merda di quella gran troia malmestruata! (tutte le citazioni provengono da qui)

E ancora, sempre sullo stesso caso:

VE.: hanno detto che era un agguato fatto dagli Americani ! Ma figuriamoci!
  Quel pezzo di merda di quella vecchia troia.
  N.: (ride) Bisognerebbe, bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e
  poi darla agli alpini che se la sollazzino!
  VE.: no, ma poi dopo la buttano giù! La buttan giù dalla montagna,
  morta,a pezzetti! (qui, amplius)
  

In definitiva, e concludo, tutte queste parole non devono portare a ritenere Vittorio Emanuele di Savoia giuridicamente colpevole, presumendosi ex lege che egli sia innocente fino a giudizio definitivo dei tribunali (cosa che troppo spesso la gente dimentica, infangando con colpe chi magari, al fin della partita, si scopre non averne); e tuttavia, con riguardo al lato morale, non si può negare che quest’uomo sia veramente ripugnante. Nel campo morale infatti, le parole sono autoesplicative e definitive, non dovendosi attendere un triplice (o più) esame, ma bastando il vaglio della ragione dell’ascoltatore, poiché il suo giudizio (al contrario di quello della legge) non lede verso tutti il prestigio o i diritti della persona.

Un uomo così mi fa moralmente schifo.

P.s.: Ovviamente, il giudizio morale di ripugnanza si estende automaticamente e in maniera equivalente al suo compare, tale Gian Nicolino Narducci.

One Response to “Analisi giuridica e morale della vicenda «Vittorio Emanuele»”

  1. Isabella says:

    … e del resto non credo che la cosa abbia meravigliato molta gente!
    Si capiva da quelle poche interviste che rilasciavano: i Savoia sono sempre stati ignoranti, viziati, cretini e non sanno nè parlare nè starsi zitti. Parliamo sempre del giudizio morale: sono escrementi tutti quanti, anhe quella gatta morta che è entrata a far parte della famiglia ultimamente, tale Clotilde.
    La nobiltà non mi è mai piaciuta, mi ha sempre suggerito un’idea di mollezza e spreco, di noia e pigrizia mentale, ma questi… mi suggeriscono un’idea di AVANZI DI GALERA!

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