Mia zia ha 91 anni, ed è in realtà mia prozia. Però tutti la chiamiamo zia, forse perché quel «pro» sembra così formale, così codicistico, e pertanto così poco incline agli affetti familiari. Mia zia è italiana, ma ha vissuto la sua vita facendo la spola fra gli Stati Uniti e il Belpaese. Per la teoria dell’«uva acerba», quand’era qui le mancavano le cose di là, e quand’era là — manco a dirlo — le mancavano le cose d’oltreoceano. Le sono molto legato, e sono davvero molto felice di vederla; questo, come potrete facilmente arguire, non capita poi così tanto spesso. Negli ultimi dieci anni, ad esempio, ci siamo visti quattro volte: due viaggi io da lei, due lei da me. Eppure, contrariamente a quanto possa sembrare — davvero una frequentazione così sporadica può renderti così cara una persona? —, lei è per me una di quelle vecchine adorabili, premurose e coccolose. Avete presenti le vecchie zie acide? Ecco: l’esatto contrario. L’ultimo nostro incontro risale allo scorso agosto; quella volta la trasvolata dell’oceano toccò a lei (novantun’anni, mica un giorno!), e non si fece di certo pregare. In fondo, anche per una che abita vicino al Lago Michigan (uno dei cinque Grandi Laghi), una vista così non ha prezzo. Arrivò dunque, e ne fui davvero molto felice. Parlammo a lungo del più e del meno: del clima «là», della casa, e di molte cose che non vi interesserebbero neanche a pagamento, ma per me molto preziose. Infine, le chiesi della passeggiata che aveva fatto il giorno precedente, al parco pubblico del paese. Lei mi rispose che aveva incontrato tanti suoi amici d’infanzia che non vedeva più da «oh… beh, da almeno sessant’anni». Tanto stupore, tanta incredulità in quegli occhi, che vedevano la cara Amelia, l’«americana», di nuovo qui al paese! Di rito, da angelo quale è, rispose a tutti amabilmente. Venne poi il turno d’un vecchietto, il quale le si accostò dappresso, la fissò («he stared me» «zia, siamo in Italia, si dice “mi ha fissato”» «ah, sì, sì, well, hai ragione») e le chiese: «Ma tu… tu sei Amelia?!» Mia zia, ovviamente, le rispose che sì, lei era Amelia, quella che partì “anta” anni prima per l’America. Il vecchino le si fece ancora più vicino, scrutandola con occhi estasiati; la venerava con gli occhi, che brillavano felici. Dopo un ulteriore attimo di silenzio, le disse: «Amelia, ma tu ti ricordi chi sono io?», e mia zia, imbarazzata, dovette dirgli la verità: «No…». Il vecchino, senza perdersi d’animo per quel mancato riconoscimento (che sottindendeva la scarsa importanza che lui aveva rivestito nella sua vita), le disse: «Io sono quello che ti corteggiò a lungo, prima della tua partenza! Ma tu non accettasti mai il mio invito a fare la passeggiata al parco». A questo punto del racconto mia zia rise, di quel riso disincantato e tenero che hanno sempre i vecchi, quando i loro capelli bianchi, dall’alto della loro saggezza diafana, ondeggiano morbidi sulle gote raggrinzite, esperte anch’esse della futilità dell’esistenza. Ripresasi dai singulti del divertimento, mi disse: «Ti rendi conto?, quell’uomo — di cui ancora oggi non ricordo il nome — non mi ha mai dimenticata; mi ha portata dentro di lui per oltre sessant’anni!». E allora pensai a quell’uomo, e alla sua vita: forse ha vissuto i suoi lunghi anni ossessionato dal ricordo di quella fanciulla (mi dicono che mia zia fosse bellissima), oppure l’ha sepolta in fondo a sé per decenni, fino all’incontro in quel parco (scherzo del destino) in cui lei non volle mai andare a passeggiare; o forse, ha nascosto il suo ricordo sotto la quotidianità, ed ogni tanto, al buio delle segrete notti, quando tutto è immoto e anche sua moglie dormiva girata nel letto dandogli le spalle, quell’ignoto vecchino chiudeva gli occhi, si portava i ginocchi verso la pancia in posizione fetale, e sorridendo andava incontro al sonno, portando la mia zia Amelia sotto braccio in quel “Prato Giardino” dove insieme, in quell’altro sogno che è la vita reale, non andarono mai.
Può durare in eterno anche l’amore non corrisposto?













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