Ammaniti, Niccolò
Francesco Minciotti

Una Uno turbo GTI nera (vestigia di un’epoca in cui, per qualche lira in più rispetto al modello base, ci si comprava una bara motorizzata che filava come una Porsche, beveva come una Cadilllac e si accartocciava come una lattina di cocacola) [...]
Ti prendo e ti porto via, Oscar Mondadori, Milano, 2000, p. 19
La prima ossessione della signora Biglia era l’igiene. La seconda, la religione. La terza e più grave di tutte, cucinare.
Preparava quantità industriali di cibo sopraffino. Sformati di maccheroni. Ragù tirati per tre giorni. Cacciagione. Parmigiane di melanzane. Sartù di riso alti come pandori. Pizze farcite di broccoli, formaggio e mortadella. Tortini ripieni di carciofi e béchamel. Pesce al cartoccio. Calamari in umido. E cacciucco alla livornese. Vivendo da sola (suo marito era morto oramai da cinque anni), tutto quel ben di Dio finiva o nei congelatori (tre, zeppi come uova) o regalato alle clienti.
A Natale, a Pasqua, a Capodanno e a ogni festa che meritasse un pranzo speciale, perdeva completamente il senno e rimaneva chiusa in cucina anche tredici ore al giorno a scodellare, a ungere teglie, a sgranare piselli. Paonazza, gli occhi indemoniati, una cuffia per non ungersi i capelli, fischiava, cantava con la radio e sbatteva uova come un’invasata. Durante il pranzo non si sedeva mai, galoppava come un tapiro birmano avanti e indietro tra sala e cucina sudando, sbuffando e lavando piatti e tutti s’innervosivano perché non è piacevole mangiare con un’assatanata che ti controlla ogni espressione del volto per capire se la lasagna è buona, che non ti lascia finire e già ti ha riempito ancora il piatto e sai che, nelle sue condizioni, le potrebbe prendere un coccolone da un momento all’altro.
No, non è piacevole.
Ed era difficile capire perché si comportava così, cos’era quel furore culinario che la tormentava. Gli invitati, alla dodicesima portata, si domandavano sottovoce cosa volevare fare, dove voleva arrivare. Voleva ucciderli? Voleva cucinare per il mondo intero? Sfamarlo con risotti ai quattro formaggi e scaglie di tartufo, linguine al pesto e ossobuco con il purè?
No, questo alla signora Biglia non interessava.
Del Terzo Mondo, dei bambini del Biafra, dei poveracci della parrocchia alla signora Biglia non fregava proprio niente. Lei si accaniva senza compassione su parenti, amici e conoscenti. Voleva solo che qualcuno le dicesse: “Gina cara, gli gnocchi alla sorrentina che fai tu non li sanno fare neanche a Sorrento”.
Allora si commuoveva come una bambina, balbettava dei ringraziamenti, abbassava la testa come un grande direttore d’orchestra dopo un’esecuzione trionfale e prendeva dal congelatore un contenitore pieno di gnocchi e diceva: «Tieni, mi raccomando non li mettere in acqua così, sennò vengono cattivi. Tirali fuori almeno un paio d’ore prima».
Quella donna ti ingozzava senza pietà e, se imploravi di smetterla, ti rispondeva di non fare complimenti. Uscivi da casa sua barcollando, mezzo ubriaco, con la patta dei pantaloni sbottonata e con la voglia di andare a Chianciano a fare una cura disintossicante.
pp. 56-7
Ecco, finalmente, la rabbia di Graziano era arrivata al culmine, a saturazione. Poteva riempirne una piscina olimpionica. Era più incazzato di uno stallone in un rodeo, di un corridore che sta vincendo il campionato del mondo e gli si rompe il motore all’ultima curva, di uno studente a cui la fidanzata per sbaglio cancella la tesi di dottorato dal computer, di un malato a cui hanno tolto un rene per sbaglio.
p. 151
Sì, quello poteva essere l’ultimo gesto di un latin lover. Come l’addio al ring di un grande pugile. Poi avrebbe attaccato il preservativo al chiodo e se ne sarebbe andato in Giamaica. Si diede una ravviata ai capelli e andò dalla professoressa.
p. 232
Giovanni Cosenza, cinquantatré, sposato e padre di due figli, invece, era uguale a un Dodocon. Questo animaletto con il muso appuntito e gli incisivi in fuori, secondo alcun paleontologi è il primo mammifero apparso sul pianeta quando i rettili la facevano da padroni.
Piccoli, invisibili, questi nostri progenitori (anche noi siamo mammiferi!) allevavano la loro prole nascosti negli anfratti della terra, si nutrivano di bacche e semi e uscivano allo scoperto dopo il tramonto quando i dinosauri dormivano, con il metabolismo rallentato, e gli fottevano le uova. Quando ci fu il gran casino (meteora, glaciazioni, spostamento dell’asse terrestre, quello che è) i bestioni squamati schiattarono uno dopo l’altro e i Dodocon si ritrovarono improvvisamente padroni di tutto il bendidio.
Spesso è così, quelli a cui non daresti una lira, alla fine te lo mettono in culo.
pp. 246-7
La guerra con Contarello andava avanti da un’infinità di tempo. Una storia loro, incomprensibile al resto del mondo, incominciata per un paio di metri di pascolo che tutti e due consideravano propri. Ed era proseguita con insulti, minacce di morte, sgarbi e dispetti.
A nessuno dei due era mai venuto in mente di guardare le carte al catasto.
pp. 287-8
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