Satira, che passione!
Francesco Minciotti
L’argomento — o, per meglio dire, le sue argomentazioni — sono così carenti e stantie che mi viene il latte alle ginocchia solo a pensare di confutarle; ma è giusto che mi prenda la briga di farlo, perché è col silenzio che si legittima l’avversario dialettico (o, più semplicemente, l’avversario, ché non desidero averne di fisici).
La storia è nota, per cui non ci dilungheremo sui fatti (potete leggerne dovunque, tipo qui e qui)
Quello che invece può essere interessante, è argomentare le posizioni di alcuni prelati che hanno dato fiato alle loro trombe e, più oltre, del signor Cossiga, col quale no, proprio non ci capiamo.
Per quanto riguarda i primi, dichiarazioni perentorie come quelle del cardinal Poupard:
a quello che mi riferiscono, è una cosa che offende una persona, non soltanto un cristiano o un credente, ma in primo luogo una persona. Sono - ha concluso - valori che non si toccano(qui, amplius)
non possono che mettere in luce una stolidezza argomentativa, basata su posizioni di puro metus reverentialis che vorrebbero inculcare alla comunità, ma che la stessa, per fortuna, non recepisce, e anzi ride alle battute.
Costoro tendono a ripetere il ritornello sofista del «ci sono dei temi che non si possono neanche sfiorare, con la satira», oppure il vecchio adagio «quando è troppo, è troppo!», detto ora con moto d’ira, ora con rassegnata saggezza, scotendo quasi la testa a mo’ di «no no, non ci siamo».
Eppure.
Si sa che il contrappeso di ogni potere, specialmente di quelli assoluti, è la satira; e, nel caso del Papa, tale assolutismo è addirittura duplice: in primo luogo, egli è la suprema guida spirituale della religione cattolica; in seconda battuta poi — e non dimentichiamolo — egli è anche un monarca assoluto dello Stato della Città del Vaticano. Per cui, se è vero che la satira è tanto più necessaria quanto più indirizzata verso centri di potere, direi che non c’è altra persona al mondo che ne possa attirare in quantità maggiori.
E proprio sulle quantità, diciamolo, non è che ci si sia sprecati: a memoria, non ricordo molte battute avverso il Papa; anzi, ne ricordo molte di più verso i politici, italiani e non.
E dire che, a tacer d’altro, motivi per fare satira ce ne sarebbero stati anche in passato, con l’accusa, rivolta all’allora cardinale Ratzinger, di aver coperto i ripetuti abusi su minori dei preti americani, e per il quale sospetto crimine era stato anche indagato da una corte texana, alla quale è stato intimato di stracciare la posizione del neo-papa Benedetto XVI in quanto la Santa Sede, volendo ovviamente fare assoluta chiarezza sulle eventuali responsabilità del signor Ratzinger in questa sordida storia, ha opposto l’immunità diplomatica per il capo di Stato.
La Corte Distrettuale del Texas non si è ancora pronunciata in merito alla procedura giudizaria civile presentata contro Papa Benedetto XVI, accusato di complotto per coprire le molestie sessuali contro tre ragazzi da parte di un seminarista: ma dopo l’intervento dell’Amministrazione Bush è assai probabile che la denuncia venga respinta.
Il vice ministro della Giustizia degli Stati Uniti, Peter Keisler, ha infatti bloccato la procedura giudiziaria ricorrendo alla cosiddetta “suggestion of immunity”, una misura legale che stando a quanto stabilito dalla Corte Suprema dev’essere obbligatoriamente recepita dai tribunali di grado inferiore. (qui, amplius)
Questo non per infamare chicchessia, ché la presunzione d’innocenza vale per tutti, anche per quelli che non si vogliono far processare; ma giusto per far presente come di materiale ce ne sarebbe stato, e di molto pesante anche.
Così, torno a stupirmi anche mentre scrivo quest’articolo, del fatto che, ancora oggi, si invochino limiti alla satira, quando essa non dovrebbe averne altri all’infuori di quello «popolare», e cioè del gradimento degli spettatori, la carenza o l’abbondanza del quale determinerebbe la continuazione o la cessazione della parodia.
Taluno potrebbe opporre il vincolo della calunnia, quando cioè il satiro inferisse deduzioni logiche che non si basano su fatti reali, e che ledono la personalità del protagonista; e allora, ribadisco, in quel caso non si tratterebbe già più di satira, e quindi non si potrebbe parlare, secondo logica, di limite giudiziale alla satira, ma di giusta sanzione ad un reato.
Infine, due parole su Cossiga, col quale non c’intendiamo proprio (anche se ritengo che sia lui a non intendersi con la civiltà di diritto): il 16 novembre ha presentato in Senato una mozione di reprimenda verso i satiri che avrebbero, a suo dire, trasgredito quei
particolare considerazione e rispetto [dovuti], particolarmente da parte del servizio pubblico, nei confronti del Capo della Chiesa Cattolica con la quale lo Stato italiano mantiene in base a patti garantiti dalla Costituzione della Repubblica rapporti privilegiati e che è anche Capo di uno Stato sovrano riconosciuto dallo Stato italiano e con la quale si mantengono normali e amichevoli relazioni diplomatiche. (qui, amplius)
Insomma, nel suo perverso discorso, proprio perché siamo amici, non ti posso prendere in giro.
Cossiga: e se fosse un nemico, la presa in giro sarebbe lecita? E l’ontologico rispetto dovuto a chiunque, qui non vale? Posto, ovviamente, che queste imitazioni marchino una mancanza di rispetto, cosa che non credo.
E poi, parlando delle imitazioni di Crozza (ché quelle di Fiorello non le ho sentite), non mi sono sembrate punto irriverenti, ma molto pertinenti ed ortodosse rispetto ai canoni della satira. Anche se quest’ultima frase lascia il tempo che trova, essendo un mio giudizio.
Per cui, eccovi il materiale, così potrete farvi una vostra opinione.
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