Come saprete, il ministro Fioroni ha appena posto fine al fenomeno delle risse da scuola; sì, il bullismo di cui, grazie alle stesse immagini fornite con i cellulari, i telegiornali possono finalmente straparlare. Da millenni i ragazzini di tutte le latitudini si pestano, si distruggono di mazzate, ed ora – con un tratto di penna – Fioroni vi ha posto termine.
Andiamo subito al punto: per me è l’ennesimo, insulso, demagogico provvedimento preso dal classico “ministro atecnico da manuale Cencelli”, con l’aggravante dell’essere democristiano. Sì, ok, è stato eletto con l’Ulivo; ma prima d’entrare nel circuito della politica nazionale, politicheggiava a Viterbo, nelle mie zone, quindi – come dire? – conosco i miei polli. Ad ogni modo, se non ci credete, guardate cosa scrive fra le prime righe delle sue Linee d’indirizzo sull’uso dei telefoni cellulari:
Un’educazione efficace dei giovani è il risultato di un’azione coordinata tra
famiglia e scuola, nell’ottica della condivisione di principi ed obiettivi, evitando
quei conflitti che hanno sempre gravi conseguenze sull’efficacia del processo
formativo. (fonte)
Quale migliore cartina di tornasole della democristianità il fatto di spargere la famiglia, come il prezzemolo, più o meno in ogni discorso?
Ma tutto ciò, ne convengo, è solamente questione pregiudiziale al discorso che vorrei fare, che spero essere articolato e compiuto, e che tenderà a dare dell’imbecille a questa proposta di regolamentazione della scuola.
L’idea di fondo sottesa all’intero intervento di Fioroni è di una miopia che rasenta la vergogna anche per un qualunque cittadino mediamente interessato di politica; figurarsi, dunque, per il ministro dell’Istruzione. Essa suona più o meno così: i cellulari disturbano le lezioni e sono la causa degli atti di bullismo, quindi noi ne inibiamo l’uso nelle strutture scolastiche. Come a dire: lo specchio mi riflette una brutta immagine, quindi – invece di curarmi – lo frantumo.
Perché vedete, qui il problema non è del cellulare, ma dei teppistelli. E i teppistelli, nelle scuole, ci sono sempre stati: personalmente, ho nella mia videoteca un filmatino, girato con una vecchia telecamera a cassetti, di un mio amico che, per festeggiare una promozione, piglia a calci qualche banco e cestina un paio di vecchi volumi. E si parla di sette anni fa, ormai, quando non c’erano ancora i cellulari con videocamera integrata. Ma manco con la fotocamera, se è per questo. Ma manco con lo schermo a colori, in realtà…
E, andando ancora più indietro con la memoria, non c’è sempre stato il bullo nei telefilm americani di ogni età, tanto i moderni quanto i più vecchi? Ora, lungi da me voler dimostrare l’accusa muovendo da un film, ma sicuramente tutti voi avrete la possibilità di chiedere, a qualche cinquantenne se, ai tempi della loro avventura scolastica, ci fosse stato il bullo o meno. Scommetto due centesimi sulla risposta affermativa.
Così, proprio nell’anno in cui il protagonista della copertina del Time è you, cioè il singolo uomo al centro delle tecnologie di frattalizzazione dell’esistenza umana nella grande Rete, il ministro Fioroni decide che la tecnologia è il male, e ordina un rogo digitale dei telefonini.
E dire che una persona lungimirante tutto farebbe, in ambito educativo, tranne demonizzare la tecnologia: dovrebbe – quello sì – disciplinarne l’uso, tanto in negativo (spegnimento durante le lezioni) quanto in positivo: pensate, ad esempio, ad un podcast delle lezioni, ascoltabile (anche) tramite il lettore mp3 del cellulare (molti ragazzini oggi si comprano le varie memorie da 512mb per il cellulare, quando non hanno già l’iPod). Un’eventuale videoripresa della lezione per gli amici assenti, magari da memorizzare nel sito della scuola (protetto da password per i soli alunni oppure no, dipende dall’importanza che il singolo professore dà alla libertà della cultura). Non è difficile, ci sono professori che già lo stanno facendo: come Luigi Gaudio, insegnante del Liceo Bramante di Magenta, che pubblica una serie di podcast delle sue lezioni.
Negli anni Venti dello scorso secolo gli Stati Uniti proibirono le bevande alcoliche, dando così potere alle mafie statunitensi, salvo poi rendersi conto che il fenomeno era insopprimibile e ritornare sui passi della legalità; come poi dimenticare i farneticanti allarmismi dei telegiornali d’una decina d’anni fa (ma, ahimé, anche meno) che, sbattendo il mostro in prima pagina, demonizzavano Internet per la supposta facilità con cui innocenti bambini potevano incontrare pedofili (salvo poi constatare che gli allora bambini ne sapevano ben più dei giornalisti, in fatto di Internet)?
Oggi Fioroni fa la stessa cosa: demonizza le tecnologie proibendole, salvo poi, magari fra qualche anno, decidere che la diffusione audio/video del sapere non ha miglior canale che passare per l’indossabilità tecnologica (“informatica da taschino”, diciamo), e riabiliterà i podcast delle lezioni e l’interattività degli alunni coi siti della scuola.
Intanto, per ora, fa la figura del coglione.













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