W Basaglia (ma anche no)

La vicenda del professor Calogero Crapanzano, anziano signore che ha ucciso il proprio figlio affetto fin dalla nascita da una forma grave d’autismo è ormai nota ai più (qui, se non lo fosse). Il fatto, eclatante, ha riportato in superficie — ma solo per un attimo — il gravissimo problema della cura dei malati di mente i quali, a volte violenti o comunque irrequieti, diventano per le famiglie un peso enorme (e pensare al proprio figlio come ad un «peso» è di per sé già una punizione enorme). Il caso in esame è paradigmatico: un povero padre (e un povero figlio) costretto a compiegarsi, giorno dopo giorno per ventisette anni (quasi diecimila giorni) — una buona parte della sua vita — alle stramberie dettate al figlio dalla grave malattia. Se il caso ha già distrutto la vita del malato, non si può dar luogo anche alla distruzione della sua famiglia che, spesso impreparata, si trova a dover rinunciare ad un’esistenza libera per legarsi alle imprevedibili assurdità del male.
Il signor Crapanzano, la cui intervista ai telegiornali mi ha fatto riflettere profondamente per la sua totale placidità nel raccontare l’omicidio del figlio, ha probabilmente fatto tutto ciò che un padre poteva fare: non credo sia possibile accettare di dedicare la propria vita alla pazzia essendo sani — perché dedicarsi anima e corpo alla cura di un grave malato di mente ciò comporta.
La famigerata legge Basaglia, tenendo fede a buoni propositi di dignità del malato (molti manicomi dell’epoca sembravano usciti dritti dritti dalla penna di Sade), ha peccato di draconismo, chiudendo completamente i manicomi, e scaricando l’abnorme peso dei malati ai famigliari. Non tutte le famiglie possono, vogliono o riescono a rinunciare alle loro vite normali per dedicarle, quasi votivamente, alla cura di un malato. E così come esistono gli ospedali per la cura dei corpi, altrettanto dovrebbero esistere strutture per la cura della mente. Lo Stato non può chiudere tutto, disperdendo i malati di mente restituendoli alle famiglie, e far finta che il problema di eticità sollevato dai manicomi non sussista più. Questa si chiama delocalizzazione delle patate bollenti.

Così, la storia del signor Crapanzano mi ha profondamente colpito, nei suoi aspetti morbosamente affascinanti; e mi ha colpito anche il taglio, profondamente e a torto sensazionalistico, di alcuni articoli di giornale, che volevano far passare per assurda la mancata applicazione di misure cautelari al padre-omicida («Si è consegnato ai carabinieri con il cadavere in auto. Il giudice lo scarcera»): in verità, il giudice ha agito impeccabilmente, mancando l’ipotesi di inquinamento probatorio (il padre ha confessato); il pericolo di fuga (s’è consegnato spontaneamente alla polizia); la reiterazione del reato (è stato un reato diretto esclusivamente contro una persona ben determinata).
Tanto per spettacolarizzare un po’, insomma: la classica moda dei giornali italiani.

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