Che Caruso non sia nuovo a cazzate d’ogni ordine e grado, lo sapevamo. Che spesso confonde la legge — la parola obbligatoria della legge — con il buon cuore, pure. Il problema è che per fare il legislatore, la legge devi conoscerla; altrimenti, vai ad «arringare» le folle di quindicenni con la kefyyah alle manifestazioni contro i rincari capitalistici della zucchina, con tanto di scambio gemellare di zucchine italiane e albanesi, o so un cazzo io. Sul serio, però.
Che è ora ’sta sparata sul fatto che vuole sequestrare le case a chi non le affitta da più di due anni e le vuole ridistribuire, robinhoodianamente, agli indigenti? Dice che vuole la «riappropriazione dal basso» delle case, evitando di pensare troppo — fa male, Caruso — al fatto che parlare di ri-appropriazione postula che il nuovo inquilino un tempo la possedeva, quella casa; chissenefrega se non era la sua, basta usare le parole-chiave del movimentarismo proletario per smuovere le masse, solitamente con cipiglio critico in abbondanza, dei summenzionati quindicenni keffyahosi, che t’ascoltano fra un Capitale marxiano e la radiocronaca della partita della Lazio, o del Napoli.
La sentenza della Cassazione, che è una sentenza con rinvio — significa che la Suprema Corte censura la sentenza della corte d’appello e la rimette di nuovo al suo giudizio; un po’ come quando la maestra prende il compito e ti dice: «Sicuro di consegnarlo? Non è che gli vuoi dare un’altra occhiata? — questa sentenza con rinvio della Cassazione, quindi, non dice che è necessariamente sbagliata la deduzione dei giudici d’appello, ma che la Corte di Cassazione non può dirimere la questione senza scendere nel merito dei fatti (cosa che, per legge, non può fare); e quindi rispedisce al mittente con preghiera di attenta ponderazione. Sul merito vedremo, fra qualche mese/anno, le conclusioni della nuova corte d’appello.
Inoltre, la sentenza di Cassazione parla di case popolari, e di una loro occupazione da parte di un indigente; e se vogliamo, considerando che quelle case sono create apposta per gli indigenti, un’occupazione così, un po’ alla buona, potrebbe anche non essere considerata con eccessiva gravità, pur considerando che questa signora, col suo gesto, ha tolto un tetto non già ad un miliardario — ad un borghese, anzi, ché a Caruso gli stanno più sulle palle i borghesi, che i capitalisti — ma ad un altro pover’uomo come lei. O giù di lì.
Il fatto è che poi Caruso, partendo da un’istanza morale latalmente condivisibile («La casa è un diritto e non una merce») fa come fanno i bambini: ingrandisce ed esagera, assolutizzando le proprie istanze. Non divide, Caruso, fra case statali e abitazioni private; dice che lui, la casa, ce la leva a tutti; la villetta al mare, se non l’affittiamo per due anni, ce la frega un barbone (come si farà a provare che una casa non s’affitta da due anni, poi… i finanzieri si abboneranno a Porta portese?). Esagera, Caruso, come un bambino che, di fronte ad un’ingiustizia, vorrebbe annichilire il mondo intero. O almeno chiamare la mamma. Quando poi la Costituzione stessa riserva una primazia alla proprietà privata (artt. 42 e segg.) che non può certo essere sovvertita dalla legislazione ordinaria. Dalla proposta di legge di Caruso, ci pensate? La Costituzione la cambiano per la proposta di Caruso — pensa te uno studente di giurisprudenza del 2867 che deve, per storia del diritto, controllare le nostre leggi, e vede che Caruso ha fatto cambiare la Costituzione con una legge ordinaria: «Che mente illustre, che intelletto sopraffino!», dirà costui, pensando alla nostra notte dei tempi.
Tra l’altro poi, la proposta di legge di cui trattasi il Caruso non l’ha mai depositata, o per lo meno non ve n’è traccia sul sito della Camera. Che vi dico: controlleremo più avanti, ché forse ora avrà da portare la keffyah in tintoria.
Seriamente: quando si parla di legge, signori miei, si fa sul serio. Le cazzate aspettano fuori dalla porta.