La domanda, in effetti, appare assolutamente necessaria in un momento in cui il sanguinario presidente iraniano Ahmadinejad viene invitato a parlare (agli studenti? Agli Stati Uniti? Al mondo?) nientepopodimenoché alla Columbia University, tempio di cultura e di democrazia, ché la cultura non può che generare democrazia, e civiltà, e rispetto, anche.
Parla dunque, Ahmadinejad: e — diciamolo — dice un sacco di stronzate, false e perfino grottesche. Dice:
In Iran, noi non abbiamo omosessuali come nella vostra nazione. Noi non l’abbiamo nella nostra nazione (fonte)
Già, non si ha una nazione con omosessuali quando li si impicca per punirli della loro stessa omosessualità (in foto, l’impiccagione di due ragazzi omosessuali in Iran).
O come quando, in un passaggio successivo del suo «discorso», sostiene quasi la supremazia delle donne:
Non è un crimine essere donna. Le donne sono i migliori esseri creati da dio. Rappresentano la gentilezza, la bellezza che dio ha instillato in esse. Le donne sono rispettate in Iran (idem)
Ne sa qualcosa Pegah Emambakhsh, la donna iraniana condannata a morte per il suo essere lesbica (quindi «inesistente» e «essere migliore e più gentile» all’unisono, secondo l’illuminato Ahmadinejad), e salvata dall’Inghilterra che ne ha negato l’estradizione, altrimenti già tra le braccia degli aguzzini.
Sicché, mi e vi chiedo: il diritto alla parola, alla spiegazione di sé, della propria visione del mondo e delle proprie azioni, può essere accordata a chiunque e in qualunque luogo?
Io credo di sì, quantomeno per la prima parte: a volte può essere difficile concordare con questo assunto (ho esposto, sinteticamente perché quasi pleonastiche, le ragioni nel caso del presidente iraniano); eppure, nel segno del rispetto ontologico da accordare ad ogni essere umano, e della sua libertà esterna di relazionarsi col mondo, è necessario fare questo sforzo, per quanto il boccone possa essere difficile da deglutire. Tanto poi, se uno dice stronzate, quella che risuonerà di più sarà la voce dei suoi contestatori, che avranno facile giuoco nel confutarle; o forse, non serviranno manco i contestatori, ché a volte le parole si commentano da sole.
Insomma: fra i due estremi, meglio la stronzata e la smentita, che il silenzio. Il secondo ha una curiosa tendenza ad essere riempito di significati ambigui, da parte di chi l’ascolta.
Dicevano i Tool:
«Cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion» (Schism, Lateralus, 2001)













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