Ultimamente, a causa della preparazione dell’elefantiaco esame di procedura civile, passo molto tempo — l’intera giornata — in biblioteca. Sì, un po’ più del solito. E lasciatemi dire che la biblioteca della mia facoltà è abitata da strani esseri: molti cafoni; qualche svitato; pochissimi savii. Inutile dire dove mi situi.
Fra gli svitati ce n’è uno che, ultimamente, fa finta di conoscermi e con nonchalance ogni mattina mi saluta, mi chiede consigli sugli esami e — fresca di stamane — mi chiede se per la mia laurea triennale ho fatto qualche tipo di festa, stupendosi (rectius: scandalizzandosi) della mia risposta negativa. E menandomela per qualche minuto sul fatto che la festa si deve fare. Diciamo sulla giustezza morale della festa di laurea, per dir così. E no, «qualche minuto» non è poco: «qualche minuto» è un tempo interminabile, soprattutto se situato fra le 10:15 e le 10:19.
Così, quest’ameno ragazzo è diventato la mia fonte di divertimento quotidiano. E ogni tanto ri-rido al pensiero di quello che mi disse un paio di settimane fa, e che per mancanza di tempo non vi ho mai raccontato.
Erano i primi tempi in cui faceva finta di conoscermi. Un giorno mi si avvicinò per chiedermi consiglio su come si «usa un libro per una tesi» (sic!) — cioè, come si cita un libro. Tesi triennale in giurisprudenza. Vabbè, con due anni di ritardo, ma sempre un laureando è. Io provo a spiegarglielo, ma l’alunno non recepisce molto bene.
Mostrandomi un volume, mi fa:
— Questo come lo inserisco?
— Beh, lo citi e poi ne metti in nota gli estremi: autore; titolo; editore; anno d’edizione; pagina citata.
— Ah, allora scrivo: Felid e Ganz, Enciclopedia, Repubblica.
— …
Sapete qual era il libro dei notissimi autori Felid e Ganz?
Questo:

L’ottavo volume dell’enciclopedia giuridica Utet nell’edizione allegata a Repubblica, comprendente i lemmi da Felid a Ganz.
Un laureando in giurisprudenza.