Passata l’onda del mare mediaticum, e spentisi — funziona così, la TV — i riflettori del circo televisivo sul bel faccione di Grillo, rimane il tempo, per i meditabondi, di articolare il proprio pensiero su tutta questa grossa faccenda.
Perché grossa è senza dubbio stata, e fin qui non ci piove: i numeri sono stati roboanti, trattandosi di circa 5 milioni di partecipanti per circa 200 piazze in Italia (Wikipedia). Ma comunque, non pretendo rigore su questo punto: che siano stati effettivamente 5 milioni per gli organizzatori, o i soliti 352 per la Questura, poco importa, visto che è chiaro a tutti che s’è mobilitata una massa rilevante di persone.
E non m’importa molto neanche parlare dei motivi che hanno spinto in piazza tutta quella gente, per la verità molti giovani (e tutti sappiamo come si aggrumino facilmente): questo è lavoro per sociologi.
Quello di cui m’importa, invece, è chiarire alcuni punti in merito alla proposta di legge popolare che tutta questa compagnia cantante ha smosso, di cui riporto la sintesi e qui, in pdf, il testo depositato in Cassazione (è abbastanza legalese):
- Nessun cittadino italiano può candidarsi in Parlamento se condannato in via definitiva, o in primo e secondo grado in attesa di giudizio finale.
- Nessun cittadino italiano può essere eletto in Parlamento per più di due legislature La regola è valida retroattivamente.
- I candidati al Parlamento devono essere votati dai cittadini con la preferenza diretta. (fonte)
Chiariamo subito dicendo che i primi due punti, a mio strettissimo e personalissimo avviso, sono due cazzate madornali, tenute salde dalle particolari e critiche condizioni della classe politica italiana, ma che — in specie la seconda — se applicate ad un Parlamento di sana e robusta costituzione, sarebbero la rovina per un sistema democratico. Sulla terza, invece, posso anche concordare.
Ora, punto primo —per brevità, oggi tratterò solo questo; gli altri, in seguito —: il cittadino condannato, anche in modo non definitivo, non può fare politica. A ssurdo e contro ogni principio costituzionale. La Costituzione italiana e, con essa, anche il buon senso, ci dicono che un cittadino è innocente fino a che non venga giudizialmente accertata, in maniera definitiva, la sua colpevolezza. Pertanto, punire qualcuno impedendogli di fare politica sulla scorta di un reato non certamente commesso è un abominio giuridico, e morale, anche.
Il bello della Legge è che essa è equanime, e non importa che si tratti di un’evidentissima condanna in primo grado ad un soggetto chiaramente colpevole, o piuttosto di una dubbia, fors’anche risultato di un complotto: la legge è uguale per tutti, ed essa statuisce che si è innocenti fino a sentenza di condanna definitiva. E fintanto che essa non intervenga, non si possono comminare pene.
Sempre sul punto, giova poi sottolineare come in realtà una pena che possa evitare un Parlamento infestato da scarafaggi illegali esiste già, e prende il nome di interdizione dai pubblici uffici (artt. 28 e 29 codice penale). Essa è considerata dal codice penale una pena accessoria, una pena cioè che si aggiunge a quella principale che può essere l’ergastolo o l’arresto. Essa varia da un minimo di un anno ad un massimo di cinque, se temporanea; oppure dura finché morte non la separi dal condannato, qualora sia perpetua. Inoltre, in caso di condanna all’ergastolo o ad un reato che comporti almeno un soggiorno al fresco di cinque anni, l’interidizione perpetua viene comminata automaticamente. Se invece la condanna principale è la reclusione da tre a cinque anni, è prevista automaticamente l’interdizione temporanea di cinque anni. E’ questo un chiaro segnale del legislatore, per il quale se compi un reato tanto grave da sbatterti al fresco per tre anni o più, è chiaro che tu non possa amministrare la cosa pubblica. In alcuni casi, mai più.
Ricapitolando, quindi: se sei stato condannato in primo o secondo grado, la Costituzione garantisce che tu possa candidarti; così pure se sei stato condannato in via definitiva ad una pena inferiore a tre anni.
La proposta di Grillo, invece, mira a fare piazza pulita di tutti i condannati, sulla scorta d’un populismo inaccettabile, benché perfettamente comprensibile: sono tutti animati da questo spirito antipolitico (di questa politica, almeno), e sappiamo tutti che le rivoluzioni non si fanno con gli scusi, per cortesia; però è pure vero che le vere rivoluzioni si fanno col forcone e le pire nelle pubbliche piazze, e non con le proposte di legge depositate in Cassazione; ché se imbocchi quest’ultima strada, poi, devi sottostare alle regole del nostro sistema costituzionale.
E a proposito di Costituzione e del suo rispetto, altri due profili critici della proposta di legge «di Grillo»: l’interferenza dei potere giudiziario in quello politico; e l’(impossibile) espiazione.
Quanto al primo, dico: è dai tempi di Montesquieu che il mantra della tripartizione del potere è fatto proprio da ogni democratico che si rispetti, no? E, con esso, l’esecrazione della nefanda ingerenza dell’uno negli altri (in special modo, il giudiziario con il politico). Ebbene, noi che abbiamo criticato fino a perder la voce gl’insulti di Berlusconi alla Magistratura, oggi con questa legge consegneremmo, nelle mani dei giudici, un potere sproporzionato: quello di poter bandire dalla politica i personaggi sgraditi. Infatti, con questo sistema anche da un semplice «vaffanculo», tanto caro a Grillo, potrebbe scaturire una condanna penale per ingiuria, che nonostante la piccola pena, è sempre una condanna penale, tale — nei suoi sogni — da permettere ad un tribunale da espellere per sempre, dalla politica, un uomo. Una sproporzione gargantuesca, e pericolosissima.
E, passando oltre, l’espiazione, o meglio la sua negazione. Come sappiamo, il condannato che sconta la sua pena secondo le modalità indicate dallo Stato, si riabilita e riacquista completamente i suoi diritti civili e politici. Così come ogni cosa ha un prezzo nella vita, e quindi un buon prosciutto di Parma costa 22¤ al chilo e il Montagnolo ben di più, così anche la riacquisizione della piena libertà da parte di un condannato ha un prezzo ben definito: la sua pena. Tralasciando le illuminate pagine di molti filosofi del diritto che vedevano la pena come necessaria per il condannato, affinché esso potesse avere un viatico per tornare al sole dell’uomo libero e autodeterminantesi e non rimanere con-dannato per sempre, non possiamo assolutamente negare all’uomo la sua pena: in un certo senso, ne va della sua (nuova) innocenza. E la proposta di Grillo, invece, va nel senso opposto. Il senso inaccettabile.
Concludendo (dico sul serio: concludendo), da un punto di vista squisitamente morale, posso anche capire che dà fastidio che un condannato per corruzione possa poi votare leggi sulla corruzione; però ci sono pure condannati per reati sicuramente meno gravi, taluni quasi esclusivamente morali (la diffamazione di Lino Jannuzzi, ad esempio; o la resistenza a pubblico ufficiale di Maroni quando era duro e puro e voleva la secessione della sua amata Padania), difficilmente assimilabili ai primi. E allora, si obietterà, perché punirli allo stesso modo? Sembra quasi un’ondata di moralismo imperante e pertanto, come ogni ondata travolgente, assolutamente antidemocratica (il vecchio trattare situazioni diseguali in maniera uguale, insomma).
Cosa si può fare?
Ci vorrebbe — dite — un sistema più proporzionato, che tenga conto della gravità delle pene comminate a ciascun condannato. E quale potrebbe essere?
Guarda un po’: proprio l’interdizione dai pubblici uffici, che si «appende» alle condanne solo da tre anni in su, e non ad altre.
Non è perfetta, lo so (alcuni reati, politicamente odiosi, hanno dei minimi di pena troppo bassi perché ad essi si accompagni l’interdizione); ma penso sia il caso di limare quei minimi edittali di quei reati politicamente odiosi che non rientrano nello schema, piuttosto che fare di tutta l’erba un fascio e cacciar via dal Parlamento Umberto Bossi perché ha urlato «Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo»?
Se permettete, Bossi voglio cacciarlo via per motivi molto più seri, altro che bandiere&deretani!
(1 – Continua)













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