Siccome ho cominciato a scrivere la mia nuova tesi (a chi interessasse, è in diritto delle telecomunicazioni, dal titolo provvisorio «Lo sviluppo delle infrastrutture di rete nel diritto nazionale ed internazionale»), ho ricominciato a frequentare la bilbioteca Nazionale di Roma, a due passi da casa mia (e per fortuna, ché di passi al suo interno vanno fatti tantissimi, come scrissi due anni fa), come pure la biblioteca dell’antitrust, e di stranezze ne ho riscontrate tante, di cui mi piacerebbe parlarvi per ridere, piangere, incazzarsi e bruciarli vivi, o quant’altro.
Il problema però passa dalla semplice critica alle impiegate della Nazionale che non vogliono Internet Wi-Fi, perché lo ritengono dannoso («Magari poi uno si piazza qui e usa sempre Internet, e magari visita siti disdicevoli» dice l’impiegata, all’oscuro delle tecniche di blacklisting lato server), alla bibliotecaria dell’antitrust che fa entrare un solo studente esterno al giorno, perché c’è un solo computer a disposizione per fare le ricerche e sennò «si creerebbe la fila» (sic!), alla vera e propria vergogna per la «biblioteca» del Ministero delle comunicazioni. Uno guarda il sito e gli sembra figa, e pensa che ci sia ogni sorta di libro nuovo e aggiornatissimo, e che ci sia tutta l’informatizzazione e il collegamento ad Internet di questo mondo. In fondo, sono loro quelli che gestiscono la Rete in Italia, no?
Un cazzo.
Siccome lo ritengo — dicevo — uno scandalo, ho fatto delle foto per testimoniarvi il grado d’arretratezza della biblioteca, che non solo non ha Internet, ma non ha nemmeno un computer per la consultazione del catalogo. L’unico impiegato per due sale (e per questo, una delle due sale — che tra l’altro è così vecchia che l’hanno usata per girarci il film Buongiorno, notte che è ambientato negli anni ’70 — rimane aperta solo due ore al giorno) è stato gentile e m’ha fatto usare il suo computer — uno scassume, tra l’altro.
Libri più moderni del 2005 praticamente non ve ne sono, e così pure le riviste. Inoltre, molti atti dei convegni che si sono svolti dentro al Ministero stesso non ci sono.
Così è andato il colloquio:
— Buongiorno
— Buongiorno
— Ehm, io devo fare una ricerca bibliografica, dov’è il computer?
— Il computer non c’è, ci sono gli schedari.
— Gli schedari?! Devo fare a mano, nel 2007, al Ministero delle comunicazioni?!
— Eh, sì, e poi non ci sono molti libri né riviste dopo il 2005.
— …. Beh, chiedere una connessione ad Internet Wi-Fi, a questo punto, mi pare ridicolo…
— Lo è. Chiaramente non l’abbiamo.
— In fondo, è solo la biblioteca del Ministero delle comunicazioni, quello che regola Internet in Italia. Che mi sarei dovuto aspettare?
— Che poi non è proprio vero che non abbiamo un catalogo digitale; è semplicemente che non abbiamo un computer in biblioteca a disposizione degli utenti. Tutto qui.
— Ah, ecco, e uno come dovrebbe fare per consultarlo?
— Lo fa da casa!
— Certo, da casa. Io abito a 10 fermate di metro da qui; se, una volta arrivato e preso il mio primo libro, devo consultarne un altro, riprendo la metro, torno a casa, mi collego ad Internet, fo la ricerca, ri-riprendo la metro, vengo qui e compilo il modulo?
— … Beh, per questa volta le faccio usare il mio computer.
— Suppongo che dovrei dirle «grazie»; ma proprio non me la sento.
— Capisco. Purtroppo non è colpa nostra; è che non ci danno i fondi.
— Posso almeno dare un’occhiata così, a volo d’uccello, alle scaffalature con i libri, così magari trovo qualcosa a mò di serendipity?
— No, perché i libri non sono sistemati per ordine tematico.
— E per quale ordine?
— Nessuno.
E si vantano pure di avere la «biblioteca digitale» ‘sti scandalosi.
Le foto son venute male, ché il mio bel PixY ha sempre 4,5 anni, e non ha ‘sta grande fotocamera. Ma dovrebbero essere sufficienti a farvi scattare l’orrore.





Magari, a questo punto, è venuta voglia anche a voi di scrivere due righe (di apprezzamento, mi raccomando) al direttore della biblioteca, no? O magari direttamente al ministro Gentiloni.
Avete rivoltato la Rete per lo Skypephone? Beh, questo mi pare un tantinello più grave.













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