Dopo la pubblicazione a mezzo Internet delle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti italiani avvenuta nella giornata di mercoledì, le polemiche divampate con furia crescente minuto dopo minuto non hanno ancora trovato sopimento, né è possibilità concreta che ciò avvenga a breve; la vicenda è infatti così lungi dall’essere conclusa, che il servizio è stato meramente «sospeso», e per di più su iniziativa del Ministero – sebbene su invito del Garante della riservatezza – che ha ricevuto apposita comunicazione ai sensi dell’articolo 154 del codice in materia di protezione dei dati personali, che predispone una serie di misure a gradiente progressivo – dal mero invito alla cessazione della divulgazione al vero e proprio potere d’imperio a terminarla – in capo al Garante stesso.
Eppure, dicevo, è stata proprio la «necessità di chiedere ulteriori chiarimenti» ad «invitare in via d’urgenza l’Agenzia a sospendere nel frattempo la pubblicazione dei dati personali contenuti negli elenchi dei contribuenti sopra menzionati tramite il sito web http://www.agenziaentrate.gov.it» proprio e solo «nelle more della definizione degli ulteriori accertamenti da parte di questa Autorità»; invito poi recepito nel tardo pomeriggio di ieri da parte dell’Agenzia delle entrate, che ha interrotto il servizio di libera consultazione. Il tono dubitativo — tuziorismo evidente e mai tanto necessario come in questo tema — nasce dal riconoscimento della pubblicità di questo tipo d’informazioni, già liberamente consultabili fino ad oggi presso i Comuni. E se è certo che altro è il grado di facilità di consultazione dell’intero patrimonio d’informazioni una volta digitalizzate e caricate in Internet, questo non dovrebbe distogliere l’attento osservatore dalla ratio di norme siffatte, che ad altro non mirano che ad una trasparenza finanziara del corpo sociale – e un corpo sociale come quello italiano, nella sua generalità, ha di che temere dall’iper-esposizione mediatica dei propri conti; ratio evidente fin dai considerando della decisione di ieri del Garante, che fa notare la propria posizione tendenzialmente favorevole alla pubblicazione di dati di per sé già pubblici, «come è desumibile dai numerosi pronunciamenti di questa Autorità in materia di trasparenza, non vi è incompatibilità tra la protezione dei dati personali e determinate forme di pubblicità di dati previste per finalità di interesse pubblico o della collettività», sebbene nel caso di specie è sembrato ad esso Garante, «all’esito di una preliminare verifica effettuata da questa Autorità, la pubblicazione dei predetti elenchi attraverso il sito web http://www.agenziaentrate.gov.it risulta allo stato non conforme alla normativa di settore».
Cronistoria della vicenda a parte, un commento personale mi pare necessario: assumendo che il pagamento delle imposte è impegno che parte dal singolo ma arriva alla comunità ed è ad essa (e, quindi, di rimando al singolo stesso come parte del tutto) finalizzata, e che è incombenza sancita da legge dello Stato come obbligo, non credo ci sia qualcosa di sbagliato nel rendere pubblico l’adempimento o meno ad un dovere civico prim’ancora che giuridico. E se il mezzo tecnologico ne agevola la consultazione, ciò non deve essere inteso come una macchinazione orwelliana teleologicamente orientata al male — c’è stato chi ha detto che questo sistema altro non è che un regalo ai malfattori, i quali con più perizia aiuta ad identificare i bersagli della loro azione criminale: come se si capisse solo dalla dichiarazione dei redditi, quale sia il tenore di vita e la floridezza finanziaria… — quanto piuttosto come un’equa verifica, agli occhi dei cittadini consociati e co-obbligati, dell’adempimento dei singoli, in nome del bene comune.













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