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    Microhoo: non s’ha da fare (forse)

    04 05 2008 di Francesco Minciotti

    Logo Agenzia RadicaleA notte inoltrata — ora italiana — Steve Ballmer, amministratore delegato di Microsoft, ha ufficialmente comunicato la rinuncia all’acquisto di Yahoo!, dopo la presa di posizione di quest’ultima a non accettare offerte inferiori a 37$ per azione. Microsoft, in quest’incontro, aveva espresso la volontà di rilanciare l’offerta originaria (29,4$ ad azione) per un aumento di capitale pari a 5 miliardi di dollari, il che ha portato l’offerta finale ad essere di 47,5 miliardi. Nonostante Ballmer ritenga la scelta di Jerry Yang (il co-fondatore di Yahoo!, e suo amministratore delegato) dannosa per la sua società, ritenendo «la nostra offerta l’unica alternativa in grado di fornire agli azionisti di Yahoo! un pieno ed equo valore alle loro azioni», e chiudendo la lettera indirizzata alla controparte: «Nel mancato raggiungimento di un accordo con noi, voi e i vostri azionisti avete lasciato sul tavolo un significativo valore», Jerry Yang è convinto di aver agito con saggezza, e nel migliore interesse degli azionisti: «Rimaniamo concentrati sulla massimizzazione del valore delle azioni e nella ricerca di opportunità strategiche che portino Yahoo! al raggiungimento di una leadership nei mercati di riferimento».
    Un nulla di fatto, insomma, con Microsoft convinta che Yahoo! abbia tirato troppo la corda, e quest’ultima preoccupata che l’assorbimento in Microsoft avrebbe pregiudicato l’indipendenza della propria missione.
    Eppure, non è stato tutto così netto, anzi: è stata una negoziazione lunga, con colloqui frequenti ed altrettanto frequenti cambiamenti di rotta da ambo le parti: dapprima Microsoft, stanca del silenzio prolungato di Yahoo!, dichiarava il 5 aprile di essere pronta ad un’«azione ostile», locuzione finanziaria che indica l’acquisto sul mercato di una percentuale dell’azionariato tale dall’acquisire la potestà di cambiare i vertici amministrativi della società con uomini fedeli a Microsoft, che avrebbero poi votato a favore dell’acquisto, se non avessero ricevuto risposta entro tre settimane. Nel mentre, la stessa Microsoft tentava di formare una cordata con altre azienda per poter alzare il prezzo come richiesto da Yahoo!, iniziando colloqui con l’americana AOL o News corp. di Rupert Murdoch. Il 18 aprile, in una teleconferenza fra i banchieri delle due aziende emergeva la possibilità che un’offerta di 40 dollari ad azione avrebbe potuto chiudere la trattativa; considerazione prontamente smentita da Jerry Yang in una telefonata a Steve Ballmer, che riteneva quella cifra non necessaria, ben potendosi trattare a condizioni meno onerose (che si sarebbe poi scoperto essere i 37 dollari rifiutati stanotte da Microsoft).
    Secondo fonti riservate citate dal New York times, parte delle ragioni che hanno portato all’innalzamento del prezzo richiesto da Yahoo! sarebbe stata la preoccupazione di ritrovarsi invischiate in lunghe e potenzialmente pericolose indagini antitrust, che avrebbero potuto rallentare l’azione delle compagnie, svalutandone le azioni; quindi, il prezzo giudicato troppo alto avrebbe dovuto fungere da «assicurazione» contro questo rischio.
    E non è neanche stata una trattativa priva di colpi bassi: oltre alla già citata minaccia di azione ostile da parte di Microsoft, nel corso di questi tre lunghi mesi di trattative pubbliche e private anche Yahoo! ha giocato sporco, annunciando un breve periodo di prova con il redditizio servizio pubblicitario di Google — l’azienda primeggiante nel settore che Microsoft sperava di contrastare con l’acquisto di Yahoo! — che avrebbe portato ad un’integrazione dei sistemi pubblicitari delle due aziende, con il motore di ricerca di Yahoo! che avrebbe mostrato, fra i risultati pubblicitari delle ricerche compiute dall’utente, anche le pubblicità di Google. Tutt’altro che necessario (a meno di una vendita di Yahoo! a Google, assolutamente improbabile), questo test è servito solamente a «mostrare i muscoli» nei confronti delle sgarbatezze di Microsoft; messaggio recepito nel quartier generale di Redmond, ché Steve Ballmer, nella pluricitata lettera di stanotte, chiosa: «Guardiamo con timore all’apparente tentativo di rispondere all’azione ostile di Microsoft attraverso il coinvolgimento di Google nel sistema pubblicitario di Yahoo!. Per quanto ci riguarda, riteniamo che un accordo di tal genere con l’operatore dominante nel settore pubblicitario su Internet renderebbe l’acquisto di Yahoo! non più desiderabile per noi per un elevato numero di motivi (seguono, in effetti, numerosi motivi, e tutti piuttosto fondati, ndr)».
    D’altro canto, c’è chi giura che non sia finita qui: in caso di pesante svalutazione del titolo nei prossimi mesi — vedremo cosa ne penseranno gli azionisti della rinuncia di Microsoft — Yahoo! potrebbe trovarsi costretta a dover riaprire le trattative, e questa volta non potrebbero che acconsentire alla proposta di Microsoft, che sicuramente scenderebbe rispetto ai livelli odierni. Non è un’ipotesi così assurda, considerato il volume d’affari attorno a questa offerta; né mancano esempi, posto che la BEA Systems, azienda di software statunitense, ha dovuto accettare in un secondo momento l’offerta avanzata da Oracle e rifiutata in prima battuta, proprio a causa di una pressante domanda in tal senso proveniente dai propri azionisti, a causa di una caduta del valore delle azioni susseguenti il rifiuto alla vendita.

    A partita chiusa, o quantomeno sospesa in maniera profonda, rimane il tempo per valutare criticamente questa operazione commerciale: sebbene motivata dalla necessità di contrastare il dominio di Google nel settore della ricerca e della monetizzazione pubblicitaria su Web, e forte tanto dei suoi sonanti denari quanto dei suoi ripetuti ma vani tentativi di conquistare una porzione considerevole dell’utenza di Internet, Microsoft si sarebbe trovata (si trovera?) di fronte ad un’integrazione societaria quanto mai difficile e pericolosa: al di là dei comparti doppioni (entrambi hanno aree d’intervento negli stessi settori, che dovrebbero integrarsi in qualche modo — con licenziamenti, magari), la filosofia aziendale è, nei due casi, profondamente diversa: mentre Microsoft è il regno del software chiuso, proprietario e a pagamento, tanto da essere stata condannata due volte dalla Commissione europea per pratiche anticoncorrenziali, Yahoo! è improntata all’apertura, con l’abbraccio dei programmi open source e — come dire? — un «egualitarismo» fra azienda e utente che la rende molto più vicina a Google che a Microsoft. Il tutto, ovviamente, senza contare i legittimi dubbi della possibilità legale di una fusione di due giganti dell’informatica di tal fatta, prospettiva che avrebbe reso tutt’altro che remote complicazioni di tipo legale sotto il profilo della concorrenzialità del mercato.

    Insomma: se niente, in questo tipo di mercato così fluido ed in costante evoluzione, può dirsi concluso definitivamente, è certo che lo scambio di lettere di questa notte fra i due amministratori delegati segna la battuta d’arresto più profonda dell’intero trimestre di trattative che, complici tutte le altre difficoltà enunciate sopra, potrebbe portare a far desistere Microsoft da questo «sogno»; d’altro canto, voci più o meno insistenti di trattative fra i due colossi si rincorrono nella stampa di settore da molti anni. Tutto, insomma, lascia percepire come la parola fine sia ben lungi dall’essere davvero intesa, e non meramente pronunciata, dalle due parti.

    (Agenzia radicale)

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