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    . . .Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima Madre sempre vergine Maria, nella causa et cause predette al presente vertenti in questo Santo Offitio tra il reverendo Giulio Monterentii, dottore di leggi, procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra Giordano Bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte: per questa nostra difinitiva sententia, quale di conseglio et parere de’ reverendi padri maestri di sacra theologia et dottori dell’una et l’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiaramo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace [et ostinato], et percio’ essere incorso in tutte le censure ecclesiastiche et pene [dalli sacri] Canoni, leggi et constitutioni, cosi’ generali come [particolari, a] tali heretici confessi, impenitenti, pertinaci et ostinati imposte; et come tale te degradiamo verbalmente et dechiaramo dover esser degradato, si come ordiniamo et comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gl’ordini ecclesiastici maggiori et minori quali sei constituito, secondo l’ordine dei sacri Canoni; et dover essere scacciato, si come ti scacciamo, dal foro nostro ecclesiastico et daUa nostra santa et immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno; et dover esser rilasciato alla Corte secolare. — Sentenza di condanna di Giordano Bruno

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    A (not so) straight story

    07 07 2008 di Francesco Minciotti

    Misà che oggi vado a ripescare la storia del vescovo di Viterbo e del paralizzato a cui ha impedito di sposarsi in chiesa. Sì, lo so, è successo un po’ di tempo fa, ma fa niente: ho un mio pensierino da estrinsecare sul punto, ed è uno di quelli senza tempo; inoltre, visto che nessuno (sì, ok, tranne il sempiterno Malvino) s’è preso la briga di puntualizzare qualcosa di veramente importante, mi metto a svolgere il temino. E procediamo.

    Ricorderete tutti la storia, no? La riepilogo dalla penna (molto romanzesca) del cronista del Messaggero, che — pare — per primo abbia rilanciato la notizia:

    A meno di due mesi dalla fatidica data, lui è protagonista di un bruttissimo incidente stradale che mette in pericolo la sua vita. Dopo qualche giorno di sala di rianimazione riesce a recuperare, ma la sentenza dei medici è comunque una tegola in testa: nell’urto è stata lesa la spina dorsale e quindi il ragazzo ha perso l’uso degli arti inferiori. Solo il tempo e le cure potranno dire se un giorno la capacità motoria potrà essere recuperata. [...] quando i due sposini comunicano la loro decisione al parroco, lui chiede una dichiarazione di consapevolezza dei rischi e delle difficoltà future cui andranno incontro. Loro ci rimangono un po’ male, più che altro per quella che potrebbe apparire come una mancanza di fiducia nei loro confronti, ma accettano di buon grado di mettere nero su bianco. Del resto la loro determinazione è tale che nulla può fermarli. Il foglio di carta viene dunque recapitato al vescovo Chiarinelli, il quale neanche chiama i due giovani per un eventuale colloquio. La sua risposta è “non possumus”, senza tanti giri di parole, perchè non è certa - da parte di lui - la capacità di procreare. E così niente candele, niente altare, niente marcia nuziale. (Il Messaggero)

    Ora, tanti ne ho sentiti, di ragazzi e meno, proclamare il loro sdegno per la questione — per le mie orecchie, parole dolci come musica —, sostenendo che «la chiesa è amore, no? Quindi perché impedire a due innamorati di sposarsi?» e che «il vescovo è stato insensibile/ignorante/dimentico del ruolo d’amore della Chiesa/eccetera», ad libitum.

    Ma la verità è una e una sola: il vescovo Lorenzo Chiarinelli ha svolto egregiamente il suo lavoro, applicando alla lettera il codice di diritto canonico; esattamente, il canone (così si chiamano, nel linguaggio della chiesa, gli articoli del codice) 1084, comma 1, che recita:

    L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio. (vatican.va)

    L’«impotenza copulativa» — in lingua della chiesa impotentia coeundi — è l’incapacità dell’uomo di penetrare la donna mercè la mancata erezione, o comunque un’erezione sufficiente affinché avvenga la copula (sempre in gergo ecclesiastico, et quo coniuges fiunt una caro); il che è radicalmente differente dall’impotenza di generare — impotentia generandi —, che deriva da una infertilità maschile o femminile.

    «Antecedente e perpetua», dice il codice; e sebbene vi siano voci di urologi che contraddicono il parere del (perito del) Chiarinelli sul piano medico, e precisamente sul fatto che una lesione di questo tipo possa generare un’impotenza «perpetua» o anche solo un’impotenza, il vescovo s’è mosso — si ripete fino a perdita di fiato — all’interno dell’ortodossia della chiesa cattolica, e cioè secondo il suo pensiero più rigoroso.
    Pertanto, a tutti coloro — cattolici dichiarati — che hanno espresso sdegno per il fatto, ritenendolo addirittura contrario all’essenza della chiesa — che è «amore», dicono — io dico: un cazzo, cari miei: questa è la chiesa; questa e non altra, una idealizzata dalla vostra ottusità e mancanza d’informazione. E se vi dite cattolici, non potete che uniformarvi al giudizio del vescovo di Viterbo.
    Oppure non ditevi cattolici.

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