Nel 2004, in 22 commenti ad opera di un utente in calce ad un articolo del blog spagnolo merodeando.com dal titolo «SGAE=ladrones» un giudice ha ravvisato oltraggio, e il 4 luglio 2008 ha conseguentemente condannato l’autore ad un risarcimento di 9000€, oltre a pene accessorie quali la rifusione delle spese legali della controparte e la pubblicazione della sentenza sul blog per quindici giorni. L’autore del blog, ovviamente (Julio Alonso), e non l’autore dei commenti denigratori.
Come dite, non vi torna? Dite che la responsabilità penale è, in ogni ordinamento giuridico civile che si fregi di tale titolo, personale? Dite che sarebbe come condannare il proprietario di casa per diffamazione se l’affittuario manda a fanculo la dirimpettaia dalle finestre dell’abitazione?
E allora lasciate che v’informi un pochino di più sulla vicenda, prima di giungere a bislacche conclusioni affrettate simili a quelle che avete sciorinato qui sopra. La SGAE è la società che tutela gl’interessi di autori ed editori; diciamo, insomma, l’equivalente spagnolo della nostra SIAE. E Julio Alonso è il titolare del blog su cui sono apparsi i commenti — un blog personale, non una testata registrata —, ed è stato reso così famoso — e quindi così lesivo dell’onore della SGAE, secondo il giudice di primo grado che l’ha condannato — dal cosidetto «Google bombing », cioè la citazione di una pagina Web fatta da moltissime altre, tale che la pagina citata venga presentata fra i primissimi risultati di una ricerca su Google stesso. Sicché Julio ha espresso una propria opinione avverso la SGAE, magari anche un po’ forte ma non giuridicamente rilevante, stando al giudice di cui sopra; un commentatore del suo pezzo s’è lasciato andare a grafomania di stampo evidentemente offensivo — e lo dico presumendolo, ché i commenti son stati da Julio stesso rimossi, in ottemperanza alla sentenza; e per questo, Julio è stato condannato. Julio, e non il commentatore. Il primo ha comunque già preannunciato la sua intenzione d’impugnare la sentenza «sucesivamente Audiencia Provincial de Madrid, Tribunal Supremo, Tribunal Constitucional y Tribunal de Justicia de la Unión Europea». Inoltre, in un altro articolo, ha prospettato l’idea d’istituire un «fondo di difesa della libertà d’espressione su Internet», iniziativa che comunque per ora rimane solo eventuale, quantomeno fintantoché la sentenza non passerà in giudicato e Julio non si dovesse trovare costretto a pagare i 9000€, o altra cifra che i successivi gradi di giudizio dovessero quantificare.
Una storia agghiacciante, che sottolinea una volta ancora lo iato fra il fenomeno Internet da un lato e l’incomprensione di questo da parte dei legislatori e, di riflesso, dei giudici. Di nuovo, sostenere strenuamente che una rinnovata attenzione alla tematica in sede legislativa sia assolutamente urgente è davvero dire poco, quando si assiste, impossibilitati a fare qualcosa, a storture concettuali di tal fatta.













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