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    La relazione annuale 2008 dell’AGCOM ci rattrista un po’

    22 07 2008 di Francesco Minciotti

    Lo so, lo so, in interiore homine m’ero ripromesso di parlarvene prima, che ormai quest’articolo puzzerà  come pesce al sole tant’è vecchio, ormai; però non ho avuto modo di farlo prima, e ve lo puppate così com’è, e nulla più. E’ lungo, tecnico e piuttosto palloso: saltare, per i non appassionati di telecomunicazioni.

    Il 15 luglio il presidente dell’AGCOM Corrado Calabrò ha presentato la Relazione annuale 2008 dell’Autorità: un po’ la fotografia dello stato delle telecomunicazioni in Italia. E lo stato delle cose non è per niente ridente, ben bastando qualche citazione per farvi tastare il polso del Paese in merito alla materia di cui parliamo:

    Televisione

    Come dicevo, la principale fonte di informazioni per i cittadini rimane, al momento, la televisione.
    Tuttavia, aggregatori di contenuti video offerti dagli utenti o siti di social networking (come YouTube o Facebook), convivono accanto ai grandi players fornitori di contenuti tradizionali e ai produttori di nuovi generi.
    La multimedialità è il comportamento emergente tra i giovani: l’uso dei vecchi media (radio, televisione) si integra con quello dei nuovi media (Internet, pay-tv, videofonino, lettori mp3). I ragazzi si appropriano di contenuti audiovisivi in tutte le ore. Gli adulti, in genere, sono ancora legati a orari e eventi standardizzati. Ma, mediante il PVR - personal video recorder -, sempre più persone di tutte le età tendono a guardare in video, nell’orario da loro scelto, trasmissioni (anche notiziari) conservate in memoria che non hanno potuto vedere in diretta. I connotati di ricezione immediata, unica, escludente e passiva della trasmissione televisiva tendono così a diventare recessivi e si confondono con i metodi tipici della fruizione - individuale ed elettiva - dei contenuti su Internet. (fonte, pp. 4-5)

    Ci siamo accorti che guardare la TV — in particolar modo, sorbirci i fratelli, le isole, i Costanzo, i Cucuzza — in maniera passiva e subendo il diktàt del palinsesto deciso da qualche attempato dirigente con un occhio anche ai ricavi pubblicitari non paga più (come prima), vista l’infinita scelta presente su Internet (sia legale, come YouTube e parentame vario, sia illegale, come eMule e i suoi fratelli) e il suo carattere on-demand (vedi quando vuoi, quanto vuoi e per quanto vuoi).

    Dall’inizio del decennio ad oggi, nei grandi mercati televisivi europei, l’emorragia di telespettatori dai canali generalisti va dai 20 punti percentuali del Regno Unito ai 7,5 punti dell’talia. (p. 5)

    E comunque, nonostante il bouquet dell’offerta di contenuti sia penoso, siamo molto indietro nello sfruttamento delle nuove tecnologie per la veicolazione di contenuti, visto che solo il 7,5 percento degli spettatori ha buttato il telecomando nel cesso.

    nell’ultimo anno si sono registrati un ulteriore consolidamento del peso della televisione a pagamento rispetto all’ammontare complessivo delle risorse del settore (ibidem)

    Quel poco di transumanza che s’è avuta, purtroppo, non s’è avuta in direzione della rete, ma di Sky, che offre contenuti a pagamento, che quindi contribuiscono ad alzare la spesa per gli utenti; certo, i contenuti che oggi offre Sky la rete non li offre se non ai più smaliziati (il p2p per i film, qualche trucco cinese per il calcio a pagamento), ma la direzione non può essere che quella.

    Permane la concentrazione binomiale di emittenti per quantoriguarda l’audience, ma in un assetto economico complessivo che vede ormai tre soggetti in posizioni comparabili, per il ruolo sempre crescente assunto da Sky Italia: nel 2007 la RAI ha registrato ricavi per 2.739 milioni di euro, RTI per 2.411 milioni, SKY per 2.347 milioni. (p. 6)

    E Sky guadagna così tanto — prelevando dalle tasche degli utenti più che dalla pubblicità, come fanno le altre due — che è diventato il terzo polo, scavalcando di brutto quel La7 di telecommiana memoria che avrebbe dovuto fungere essa da terzo polo. Beato chi ci credette, all’epoca.

    Tutto questo, per quanto riguarda gli assetti finanziari; ma per quanto riguarda la semplice qualità del prodotto offerto? Magari le TV commerciali dovranno correre dietro alla spettacolarizzazione e alla livellazione al ribasso della fruibilità dei loro contenuti, ché il dio denaro richiede la sua offerta in moneta sonante; ma la TV di Stato — oh!, la TV di Stato —” saprà  tenere alta la bandiera della qualità!

    Le differenze tra i programmi del servizio pubblico radiotelevisivo e la TV commerciale nel corso degli anni sono diventate evanescenti,
    con un’omologazione al ribasso che sbiadisce la missione del servizio pubblico e colloca la nostra televisione al di sotto di altre televisioni europee. (pp. 6-7)

    Manco per il cazzo: famo ride.
    Ma non saremo soli, no di certo: anche i nostri compari europei faranno cagare!

    Abbiamo l’esempio della BBC che fornisce a tutto il mondo (Italia compresa) interessanti documentari scientifici, storici, geografici, e più in generale realizza prodotti di valido contenuto culturale (spettacoli teatrali, concerti, ma anche manifestazioni sportive di cult) con destinazione mirata. Anche la televisione francese ha fatto grandi passi in questa direzione. (ibidem)

    Oh quanto acquistiamo in giro per l’Europa; oh, quanto! Ma produrre in casa no, eh?

    Rimanendo in tema di qualità  televisiva e di etica dei professionisti della TV, una staffilata inoppugnabile viene indirizzata nei confronti di chi spettacolarizza la giustizia e il dolore delle vittime, che spesso vengono trasfigurate dalle telecamere fino a sostituirsi, in quanto più celermente consegnate in pasto al pubblico, alle sentenze dei tribunali, unica vera fonte di diritto e di giustizia:

    Il quadro che emerge da una recente ricerca è che sia i notiziari che gli approfondimenti sono dominati dai fatti di cronaca raccontati con l’occhio rivolto all’audience; il che porta a smodate intrusioni nella vita privata delle persone che travalicano l’ambito d’intangibilità
    della libertà  e dignità  personale garantito dalla Costituzione.
    Assistiamo con sempre maggiore frequenza alla «mimesi del processo» in televisione, la quale si impossessa di schemi, riti e tesi tipicamente processuali, riproducendoli con i modi, i tempi ed il linguaggio del mezzo televisivo. La giustizia viene percepita soprattutto per come appare, ed essa appare come è rappresentata dai media. Dall’informazione sul processo - giustificata dal «diritto di cronaca» - si è passati al processo celebrato nei mezzi di informazione: un’aula mediatica che si costituisce come foro alternativo, un modo «onnivoro» di raccogliere ogni conoscenza che arriva ad un microfono o ad una telecamera. In tale dinamica, è la sentenza pronunciata nel processo, quello vero, a risultare meno attendibile e comunque tardiva, avendo l’opinione pubblica già registrato come «vera» quella subliminalmente propinata dal mezzo audiovisivo. (pp. 11-2)

    Telecomunicazioni

    Mobile

    Si parte coll’affermare una verità  ormai storicamente radicata: l’Italia ha il maggior numero di cellulari pro-capite nel mondo (il 140%, cioè quasi un cellulare e mezzo per abitante); siamo i primi in Europa, e i secondi nel mondo dopo il Giappone, quanto a diffusione dei servizi mobili che si basano su UMTS.
    Nonostante i piagnistei sul carovita, gl’italiani spendono meno, in rapporto ad anni fa, per telefonare in mobilità:

    L’evoluzione tecnologica e dei servizi è stata accompagnata da una continua contrazione dei prezzi che, in netta controtendenza all’incremento del costo della vita e all’aumento dei prezzi di tutti gli altri servizi di pubblica utilità, nell’ultimo decennio ha quasi raggiunto il 30% (28,3%). (p. 15)

    E scenderanno ancora nei prossimi tre anni, per effetto dell’intervento della stessa Autorità:

    Intervenendo ancora, nel maggio di quest’anno21 l’Autorità ha approvato uno schema di provvedimento che delinea un percorso di
    ulteriore riduzione delle tariffe di terminazione della telefonia mobile che porterà, nel 2011, le tariffe dei tre principali operatori a ribassi di circa il 35% - 40%, con un ulteriore risparmio per i cittadini di 1,5 miliardi di euro (ibidem)

    Fissa

    Telecom è sempre operatore stra-dominante, con percentuali bulgare:

    Nella telefonia fissa Telecom Italia mantiene il suo primato storico di ex monopolista, ma negli ultimi tre anni la quota di mercato dell’incumbent è scesa di 10 punti (dal 94 all’84%) (p. 16)

    Che uno dice «è in diminuzione di addirittura 10 punti», ma è sempre all’84% dell’intero mercato; alla faccia del libero mercato che livella i concorrenti…

    Scende Telecom, salgono gli operatori alternativi (c.d. OLO): ovvio

    A ciò ha corrisposto un deciso recupero di redditività degli operatori alternativi a Telecom, con incrementi che arrivano al 60% (ibidem)

    Consumatori

    Le telco hanno preso, e continuano a prendere, il consumatore a pesci in faccia; e tanti cazzi se sono proprio loro a fornire il proverbiale piatto di pasta (e ben condito!) in tavola a chi nelle telco ci lavora:

    Insoddisfacente è ancora il rapporto delle imprese del settore delle telecomunicazioni con gli utenti, cui, pure, è finalizzato il loro
    servizio. Nell’ultimo anno le segnalazioni pervenuteci hanno raggiunto le 60.000. (p. 18)

    E’ vero: in quanto abbiamo molti operatori alternativi, la gente s’arrischia a trasferire la propria utenza da uno (generalmente Telecom) all’altro; e, in questo atto di funambolismo sconsiderato (il sottoscritto ne sta provando uno da Tiscali a Telecom usando un nuovo sistema di migrazione di cui vi parlerà in un futuro articolo) i consumatori se la prendono sistematicamente in culo: dall’esperienza accumulata col mio servizio di assistenza legale che offro a mezzo sito ho avuto modo di quantificare un passaggio da un operatore all’altro nell’arco di mesi, con disservizio telefonico di svariati giorni e buio ADSL anche di mesi (!):

    L’Italia, tra i Paesi europei, ha il primato di trasferimenti di numeri telefonici da un operatore all’altro; ma (specie nel fisso) i tempi per il trasferimento sono ancora troppo lunghi e vanno ridotti. (ibidem)

    Le reti di nuova generazione (NGN)

    Sono loro le vere protagoniste del futuro delle comunicazioni. Non servono solo a far scaricare i pischelli più velocemente, ma sono un volano per l’economia nazionale:

    Recenti stime della Commissione europea attestano che il settore della comunicazione ha contribuito fino al 2,5% alla crescita annua della produttività dei sistemi economici nazionali. (p. 19)

    Soldi veri, non gingilli. Per dirne una, guardiamo al Giappone:

    Il Governo giapponese prevede che, a fronte di un investimento di 50 miliardi di dollari nel progetto di cablatura in fibra ottica dell’intero Paese, vi sarà un incremento netto del prodotto interno lordo pari a circa 1.500 miliardi di dollari. (p. 22)

    E per farli servono infrastrutture nuove — traduzione: fibra, fibra e ancora fibra ottica.

    è necessario un cambio di velocità: occorre un’alta velocità trasmissiva; ci vogliono, in altri termini, la banda larga e ultra-larga. (p. 19)

    Ma siamo indietro, tanto nel numero di utenti che usano un collegamento a banda larga, quanto nelle velocità effettivamente raggiunte:

    In Italia il numero di utenti broadband ha raggiunto e superato i 10 milioni, con un tasso di crescita del 20% nell’ultimo anno. Il tasso di penetrazione della larga banda rimane però appena del 17,8%, mentre in Europa è mediamente del 23,3%; nei Paesi asiatici (Giappone, Corea, Singapore e Taiwan) supera il 30%.
    L’Italia è in ritardo non solo in termini di diffusione (ultima nel G7) ma anche di qualità delle connessioni broadband, essendo caratterizzata da velocità di connessione più basse che altrove: da noi solo il 27% degli utenti dichiara di avere connessioni con capacità di banda superiore ai 4 Mbps, mentre negli Stati Uniti siamo al 41%, in Germania e nel Regno Unito si arriva al 46%, in Francia al 54% ed in Giappone addirittura all’86%. (ibidem)

    La falla è a livello strutturale:

    L’architettura della rete fissa e di quella mobile non è stata progettata per il nuovo traffico (sic!) (ibidem)

    Rimedio? La fibra (che speriamo rida; vero, Stefano?), che pure tarda ad arrivare:

    Stime di analisti indicano che nel 2011 servirà una capacità di banda di almeno 50 Mbps, rispetto agli attuali 3-8 Mbps; si tratta di un futuro prossimo se si tiene conto del tempo occorrente per la realizzazione delle infrastrutture.
    In tutto il mondo ci si sta muovendo verso quell’obiettivo: Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Germania, Francia puntano a una grandezza, appunto, di 50 Mbit/s. Giappone, Corea, Cina stanno attuando programmi per una velocità trasmissiva di 100 Mbit/s; e già si parla di Gbit/s. Queste alte e altissime velocità presuppongono la cablatura in fibra ottica (p. 21)

    Siamo indietro, cazzo, siamo terribilmente indietro rispetto agli altri Paesi. E la rete di nuova generazione ci serve per incrementare l’economia a livello nazionale, mica bruscolini.
    Già che ci siamo, tuttavia, l’Autorità non glorifica solo la fibra, ma pensa anche alle altre nuove reti (WiMAX, per dirne una):

    Nel rispetto del principio di neutralità tecnologica l’Autorità non ha mancato e non mancherà di perseguire una politica regolamentare che favorisca tutte le tecnologie trasmissive (ibidem)

    Ma è pure ovvio — e per fortuna! — che la fibra è il futuro della roba davvero veloce, e non altro:

    Ma, nell’attuale stadio evolutivo, ai fini del passaggio all’alta e altissima velocità le altre tecnologie sono integrative e complementari rispetto alla fibra ottica (ibidem)

    Nelle pagg. 22-5 si analizzano le varie possibilità di addivenire alla creazione delle NGN (non le riporto: sono lunghe e non sintetizzabili). Spiace constatare, tuttavia, che — vado a memoria, la usai per la mia tesi — nella relazione annuale 2007 Calabrò ripeté le stesse menate. Un anno, e nulla è cambiato.

    Per questo — perché sembrano, ancora una volta, un po’ solo parole, e manco tanto nuove — questa nuova relazione un po’ ci rattrista. Speriamo di sbagliarci.

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