USA06 — Il pagamento elettronico è la via, la verita e la vita (qui, almeno)
Francesco Minciotti
Partiamo subito da una verità incontestabile, e particolarmente utile per coloro che desiderano mettersi in viaggio per quest’altra sponda dell’oceano: la carta di credito è irrinunciabile. Certo, anche qui accettano i famosissimi verdoni di carta; ma, con la sola eccezione di uno dei gestori ferroviari di zona - sì, ovviamente qui ci sono molte compagnie ferroviarie che si fanno concorrenza, mica come la nostra Trenitalia - non esiste negozio, piccolo o grande che sia, che abbia rifiutato un pagamento con carta di credito. E per pagamento intendo un qualunque pagamento: da centinaia di dollari fino alla singola bottiglia di 7up, qui nessuno fa storie. Probabilmente, anche perché il piccolo negozietto stile alimentari di paesino non esiste quasi più, e le grosse catene riescono a strappare tariffe vantaggiose alle società emittenti, o semplicemente perché questo è il futuro dei pagamenti, lo si voglia o meno, e allora tutti vi si adattano, perché altrimenti il cliente potrebbe pure rompersi le palle di avere spicci in tasca e decidere d’andare a fare acquisti in un altro negozio. Io, il motivo vero non lo so, ma so perfettamente che mi verrà l’orticaria al solo pensiero di tornare al nostro povero Paese e dover far storie col salumiere perché non accetta pagamenti elettronici, tanto carta di credito quanto bancomat. E anche il procedimento di pagamento alle casse dei vari negozi non è certo uguale al nostro, con quella cazzo di macchinetta che il negoziante deve girare ogni volta presso il cliente per inserire il PIN far firmare lo scontrino di carta; no, qui, almeno nei negozi più grandicelli le casse sono dotate di uno schermo sensibile al
tocco come quello nella foto a lato, nel cui lato destro il cliente striscerà autonomamente la propria carta non appena il totale sarà apparso sullo schermo stesso. E lo scontrino da firmare per l’accettazione della transazione, direte voi? Nei posti in cui c’è lo schermo in questione, è pura archeologia: dopo aver strisciato la carta infatti, apparirà una casellina su cui apporre la propria firma con l’apposito pennino (a lato, la Stella che autografa la mia magliettina di Gap), e voilà, il pagamento è completato, in modo rapido ed ecologico. E siccome molti usano la carta di credito, nella maggior parte dei negozi ti chiedono se vuoi lo scontrino (receipt) o meno; e la gente dice quasi sempre di no perché tanto avrà dettagliate tutte le proprie spese sull’estratto conto mensile della propria carta di credito. Perché, dunque, fare affidamento su un talloncino di carta, facile a perdersi e rovinarsi? Un’ultima annotazione per gl’italici viaggiatori che volessero tentare la traversata facendo affidamento, per il soggiorno nella terra a stelle e strisce, sulla propria Postepay: non funziona. O quantomeno, non può esservi fatto affidamento come unica fonte di sostentamento. Un buon 30-40% delle volte in cui abbiamo provato ad usarla, il gestore di turno ha ricevuto un “niet” dalla società emitente, e va’ a capire perché. A volte, invece, ha funzionato.
Un trucco per i negozi in cui la transazione non va a buon fine è questo: chiedere che il codice della carta venga inserito a mano, anziché strisciarla; se il negoziante accetta/può, dovrebbe funzionare (a noi ha sempre funzionato, con i pochi negozianti che hanno accettato di fare questo piccolo compito aggiuntivo). Comunque, considerando che la Postepay ha un costo di ricarica di 1€, e che una vera e propria carta di credito che si appoggi sul conto Bancoposta costa circa 20€/anno, non c’è davvero alcun motivo per continuare ad usare la gialla prepagata. O comunque, non a farci affidamento oltreoceano, checché ne dicano varie fonti che ho trovato su Internet. Tra l’altro, non funziona neanche come fonte di prelevamento di denaro al bancomat (qui li chiamano ATM), per cui sareste ulteriormente nei guai. Il Bancoposta, invece, funziona per il prelievo nei bancomat che espongono il logo “Maestro”.
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