E’ freddo, qui.
Il giorno va scemando; il buio avanza, e comincia a fare il paio con quello che è dentro di me.
Qui, una me traballante su questi tacchi vertiginosi, fasciata in stivali di gomma che puzzano come copertoni bruciati, e poi più su nulla fino alla vita, o quasi, dove un altro minimo pezzo di pelle mi fascia il culo e poco altro, staziono sul ciglio d’asfalto, cercando un impossibile rifugio nelle mani incrociate sul petto.
Non posso cercare riparo; la vergogna è bandita su questa striscia di strada.
Prigioniera, prigioniera più volte: del mio corpo, così orribilmente mascolino, non nascondibile — i soldi per l’operazione, quelli mancano sempre; e prigioniera dei miei aguzzini. Dei miei padroni. Mi piacerebbe aver studiato un poeta italiano per conoscere un verso che mi descrive tanto bene: «Lasciatemi così, come una cosa posata in un angolo e dimenticata». Sono stata lasciata là, sono una cosa, inutile nasconderlo; e sono stata dimenticata, almeno dalla mia gente, dalla mia famiglia — non ricordo più nemmeno i loro volti; il mancato ricordo coincide con l’inesistenza? — Dimenticata da tutti tranne che da loro, dai miei proprietari, a causa dei quali sto qui, su questo metro d’asfalto periferico, ad aspettare. Aspettare, aspettare, aspettare.
Un utilizzatore.
Quelli arrivano, abbassano il finestrino — li vedi, sprezzanti, freddi, menefreghisti; brutti, spesso fuori e sempre dentro, ti attribuiscono l’importanza che dànno al loro pacchetto di sigarette: aprire, usare e poi buttare — e ti urlano in faccia qualcosa. Meno d’un etto di salame, o d’un paio di scarpe: su quelli, non si contratta il prezzo.
Perché io ho un prezzo (o sono un prezzo?).
Arrivano, mi usano, poi mi scaricano un po’ più avanti e si puliscono la coscienza con cento euro allungati attraverso il finestrino, con la mano ancora affannata.
Se avessi potuto studiare, parlerei di reificazione della persona umana. Ma col cazzo che ho potuto.
La schiavitù, le violenze, le torture da parte dei miei proprietari me lo hanno impedito.
Se fossi stata una persona, forse avrei potuto descrivermi ora con le parole di un Poeta: «Angelo tutto gaiezza, conosci tu l’angoscia, la vergogna, i rimorsi, i dolori, i singhiozzi, e i vaghi terrori di quelle orrende notti che strizzano il cuore come una carta s’appallottola? Angelo tutto gaiezza, conosci tu l’angoscia?»
E ora c’è un sindaco, uno che comanda, che ha fatto una legge con la quale manda i poliziotti a multarmi. Multare me, una cosa. Elevereste una multa alla vostra sveglia, se non suona? E allora perché multare me?, una cosa che non ha scelta, perché non può scegliere.
Io sono scelta, e nulla più.
Mi hanno multata, capite? Mi hanno detto che devo dare 200 euro allo Stato italiano, quello Stato i cui cittadini mi usano, e le cui forze di polizia mi multano, invece di salvarmi. Eppure, se avessi tempo di leggere i giornali, d’informarmi un po’, saprei che gli ostaggi dei rapimenti vengono salvati, non multati. E a quelli, i loro sequestratori manco li torturavano, in molti casi. A me sì, invece.
Che altro posso aspettarmi dal futuro? Forse qualcuno che, pensando di usarmi, si giustificherebbe con un’argomentazione del tipo che la sua è una trasgressione innocua; che in fondo, uno che va a lavorare alle sei e torna a casa la sera ha pure diritto di svagarsi un po’. Penserebbe che se siamo qui, esposte su questo scaffale di bitume, con i vestiti proiezione della sua libido larvale ed involuta, uno ci può usare, ci deve usare. Altrimenti, che ci staremmo a fare, qui?
Ecco: se io votassi, se io per questo Stato esistessi, potrei pure dire di non votare più Alemanno.
Magari alla prossima elezione, se sarò ancora viva.
(Liberamente ispirato a queste due vergogne)