Vi racconto un sogno, che è pure una bella idea, per quanti di voi s’occupino d’organizzare gare ciclistiche; a scanso d’equivoci, lo scrivo quasi in presa diretta, ché è parto del mio sonno di stanotte, quindi non prendetevela con me a livello liminale. Al massimo, con il mio subconscio.
Immaginatevi una di quelle gare ciclistiche di paese, dove si corre con determinazione spesso non minore di quella che serpeggia fra i ciclisti al giro d’Italia, ma col miraggio d’un prosciutto come primo premio. Per quanti di voi, dalla rupestre infanzia simile alla mia, hanno in mente l’habitat in cui questa gara si svolge, non dovrò aggiungere altro; per i fighetti cittadini, invece, pensate a strade simil-campagnole che passano in frazioncine con quattro case sputate su collinette dimenticate da dio, con i polli che sgambettano, ruggenti, contro la rete che confina con la strada, quasi ad abbaiare ai ciclisti che passano a tutta velocità, con le loro pettorine scolorite e gli occhiali policromi (ma non istoriati), attenti a seguire le sempiterne frecce di gesso vergate sull’asfalto che li rendono consapevoli di faticare nella giusta direzione — il pubblico festoso lungo tutto il tragitto non è accidente di queste manifestazioni, presenziando al più qualche membro familiare degli atleti in prossimità del traguardo e della partenza.
Ecco: io, stanotte, ne ho sognata una variante gastronomica. In pratica, dato il percorso cittadino, il ciclista deve sì pedalare alacremente onde battere il cronometro e, con lui, gli avversari; ma deve pure fermarsi a tappe predefinite: ristoranti, alimentari che, a mò di borracceri, porgono panini con la porchetta all’atleta che allunga il braccio, e così via. E devono, dopo aver degustato la pietanza che viene loro offerta, scriverne adeguata recensione gastronomica, la quale verrà valutata da un apposito comitato di critici che gli affibbierà un voto, che farà media con il tempo al traguardo.
E qui, si capisce che il mio subconscio è un genio: perché se il ciclista se ne frega della metà magnereccia dell’impresa, pedalando a più non posso e mangiando distrattamente pur d’arrivare, riporterà un ottimo voto sul cronometro, ma uno pessimo sulla forchetta; viceversa, un magnone spudorato vedrà sfumarsi il tanto agognato prosciutto della vittoria mercè il suo scarso posizionamento sotto la bandiera a scacchi (se una bandiera a scacchi esiste pure nel ciclismo, fatto che ignoro ma su cui sono pronto a studiare).
Non so cosa ne pensiate voi, miei venticinque lettori; ma per mio conto, vado a brevettare l’idea.













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Ciao Fra! Decisamente bislacco il tuo sogno, ma se posso vorrei portare l’attenzione su una cosa…Come si sa il panino con la porchetta è un tantino pesante, e il ciclista potrebbe risentirne avendo un’indigestione durante lo sforzo fisico…ecco…in quel caso…ci sarebbe un’ambulanza a sostenere il poveretto???
Tu, cara amica, con questa tua osservazione mi dai un ulteriore pretesto per chiarire la portata rivoluzionaria del mio progetto: ebbene, il corridore, per essere vincente, dovrà anche bilanciare le pedalate in base alla pienezza del suo ventre, onde evitare d’accasciarsi al suolo, satollo di prelibatezze. Un’ulteriore perizia, insomma!
l’idea non è male,pero volevo dirti tre cose:
1. non c’è bandiera a scacchi,ma solo una striscia bianca con sopra un cartello bello grande con scritto “arrivo”
2. il pane con la porchetta o altri cibi per cosi dire £pesanti” non vanno molto d’accordo con l’attivita ciclistica,anche se devo ammettere che è meglio di qualunque doping sintetico che attualmente usano i ciclisti professionisti.
3.ma cosa hai mangiato ieri sera ?
ciao!
Rispondiamo per gradi, Antonio
1) Grazie per la precisazione;
2) Oltreché assolvere a funzione di doping naturale, come dicevo nel commento sopra la loro pesantezza renderebbe più ponderoso l’atteggiamento del ciclista gastronomico, in quanto dovrebbe regolarsi sul quantitativo da ingurgitare: il giusto per saporire e darsi energie, ma non il di più da farlo tracollare, satollo;
3) Non sa/non risponde.