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    Che se ne fa Dio di quel fiotto d’anatemi
    che sale ogni giorno verso i suoi cari Serafini?
    Come un tiranno satollo di carni e di vini,
    al dolce mormorio delle nostre orrende bestemmie

    S’addormenta. I singhiozzi di martiri e torturati
    debbono proprio essere una sinfonia inebriante:
    malgrado il sangue che costa quella volutta’,
    i cieli non ne sono ancora sazi abbastanza!
    — C. Baudelaire, “Il rinnegamento di san Pietro”, I fiori del male

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    Il passaggio del coscio d’agnello fra Coppi e Bartali

    12 10 2008 di Francesco Minciotti

    Vi racconto un sogno, che è pure una bella idea, per quanti di voi s’occupino d’organizzare gare ciclistiche; a scanso d’equivoci, lo scrivo quasi in presa diretta, ché è parto del mio sonno di stanotte, quindi non prendetevela con me a livello liminale. Al massimo, con il mio subconscio.

    Immaginatevi una di quelle gare ciclistiche di paese, dove si corre con determinazione spesso non minore di quella che serpeggia fra i ciclisti al giro d’Italia, ma col miraggio d’un prosciutto come primo premio. Per quanti di voi, dalla rupestre infanzia simile alla mia, hanno in mente l’habitat in cui questa gara si svolge, non dovrò aggiungere altro; per i fighetti cittadini, invece, pensate a strade simil-campagnole che passano in frazioncine con quattro case sputate su collinette dimenticate da dio, con i polli che sgambettano, ruggenti, contro la rete che confina con la strada, quasi ad abbaiare ai ciclisti che passano a tutta velocità, con le loro pettorine scolorite e gli occhiali policromi (ma non istoriati), attenti a seguire le sempiterne frecce di gesso vergate sull’asfalto che li rendono consapevoli di faticare nella giusta direzione — il pubblico festoso lungo tutto il tragitto non è accidente di queste manifestazioni, presenziando al più qualche membro familiare degli atleti in prossimità del traguardo e della partenza.

    Ecco: io, stanotte, ne ho sognata una variante gastronomica. In pratica, dato il percorso cittadino, il ciclista deve sì pedalare alacremente onde battere il cronometro e, con lui, gli avversari; ma deve pure fermarsi a tappe predefinite: ristoranti, alimentari che, a mò di borracceri, porgono panini con la porchetta all’atleta che allunga il braccio, e così via. E devono, dopo aver degustato la pietanza che viene loro offerta, scriverne adeguata recensione gastronomica, la quale verrà valutata da un apposito comitato di critici che gli affibbierà un voto, che farà media con il tempo al traguardo.
    E qui, si capisce che il mio subconscio è un genio: perché se il ciclista se ne frega della metà magnereccia dell’impresa, pedalando a più non posso e mangiando distrattamente pur d’arrivare, riporterà un ottimo voto sul cronometro, ma uno pessimo sulla forchetta; viceversa, un magnone spudorato vedrà sfumarsi il tanto agognato prosciutto della vittoria mercè il suo scarso posizionamento sotto la bandiera a scacchi (se una bandiera a scacchi esiste pure nel ciclismo, fatto che ignoro ma su cui sono pronto a studiare).

    Non so cosa ne pensiate voi, miei venticinque lettori; ma per mio conto, vado a brevettare l’idea.

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