Im-brat-tatori

Non starò qui ad ammorbarvi molto sul giudizio globale di questo Governo, tanto più che ognuno ha il proprio, e d’aprire l’ennesima (inconcludente) discussione sui massimi sistemi politici di buon governo non me ne frega, almeno hic et nunc. Mi fa piacere, invece e tanto, parlare d’un provvedimentucolo, pur giusto ma la cui tecnica legislativa non mi pare appropriata. Mi riferisco al «decreto» (legge o delegato? Repubblica non specifica, e la differenza non è da poco) del prossimo Consiglio dei Ministri (venerdì 31), in cui — Berlusconi ce lo ha detto — verrà approvata una modifica del codice penale per arginare la deprecabile costumanza dei graffiti che menomano il decoro urbano, soprattutto cittadino. Dovete sapere che, contrariamente a quanto riporta il giornalista di Repubblica (non sappiamo se così imbeccato dagl’intervistati o di sua fantasia), il reato d’imbrattamento di beni mobili e immobili è già reato penale; per la precisione, l’art. 639 disciplina la materia in questo modo:

Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 635 [danneggiamento di cose mobili e immobili, NdA], deturpa o imbratta cose mobili o immobili altrui e’ punito, a querela della persona offesa, con la multa fino a lire duecentomila. Nei casi previsti negli articoli 631, 632, 633 e 636 si procede d’ufficio se si tratta di acque, terreni, fondi, o edifici pubblici o destinati ad uso pubblico.

Sicché, fuor di legalese peraltro comprensibile (l’articolo, in verità, è frutto di una legge del 1981, quando ancora c’erano giuristi validi a far le leggi), chi imbratta robe altrui paga un massimo di 100€, e comunque, se trattasi di robe private, è il danneggiato che deve sporgere querela; in caso di robe pubbliche, invece, si procede d’ufficio.
I rilievi critici: a mio avviso, la norma punisce troppo lievemente, perché il controllo è praticamente inesistente (sarebbe interessante sapere quanti colpevoli sono stati beccati negli ultimi, diciamo, cinque anni); ritengo opportuno un inasprimento della pena, almeno nella sua entità pecuniaria, a scopo generalpreventivo (con tale termine s’intende lo spauracchio che si prende la popolazione generale al sentir la sonora mazzata che consegue alla trasgressione, e che dovrebbe inibire eventuali futuri rei).
In verità, da ultimo un disegno di legge, presentato da due berlusconiani, giace tra le pieghe dell’iter parlamentare dal 28 giugno 2008 — disegno di legge che trovo più idoneo: in soldoni (ma potete leggerlo per intero qui), lo scavezzacollo grafomane si becca una multa fino a cinquemila euro (pena adeguata a farli scagazzare) e, in teoria, «fino a diciotto mesi di reclusione». Ovviamente, la galera mi pare misura esagerata; vedrei bene un bel braccialetto elettronico che lo costringe in casa per un mesetto, magari; ma il nostro ordinamento è privo di tali pene, ignorate del tutto dai nostri governanti, presenti e passati.

In definitiva, a me dà un po’ al cazzo vedere le fermate della metro di Roma ridotte a cessi dell’autogrill, come testimonia l’interessantissimo ed originalissimo servizio fotografico fatto alla fermata di Ponte Lungo (metro A) che mostro di seguito, tanto più — e mi pare l’argomento definitivo — se già i graffiti (in senso haringhiano) non sono proprio il massimo, in un contesto caotico e multiautorale, vergognose sono le cosidette tag, le «firme» di sconosciuti deficienti che desiderano affermare un sé originale che, ovviamente, è del tutto assente:

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Ops, quest’ultima non viene da Ponte Lungo, ahimè…

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