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    Angelo tutto gaiezza, conosci tu l’angoscia,
    la vergogna, i rimorsi, i dolori, i singhiozzi,
    e i vaghi terrori di quelle orrende notti
    che strizzano il cuore come una carta s’appallottola?
    Angelo tutto gaiezza, conosci tu l’angoscia?

    Angelo tutto bonta’, sai tu che cos’e’ l’odio,
    i pugni stretti nell’ombra e le lacrime di fiele,
    quando la Vendetta batte il richiamo infernale
    e si fa capitano delle nostre facolta’?
    Angelo tutta bonta’, sai tu che cos’e’ l’odio?
    — C. Baudelaire, “Reversibilita’”, I fiori del male

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    19 11 2008 di Francesco Minciotti

    Visto che il tempo è tiranno, e non mi consente di certo di elucubrare alte considerazioni sui massimi sistemi (per quello c’è il dottorato, e non credo che le Intelligenze Artificiali — tema di dottorato scelto dal sottoscritto — interessino molti, anche se dovrebbero); per cui, il sitYno s’è ridotto a taccuino della quotidianità; o meglio, di quella quotidianità non così ordinaria e/o banale, ma che possa servire, sempre e comunque, da stimolo per qualcosa. Il dissenso dev’essere sempre espresso.

    Sicché, ecco la storiella del giorno: stasera, tornando a casa, sapendo d’avere la polYna parcheggiata alla cazzo di cane sotto il portone di casa, decido di spostarla; per un’incredibile botta di culo, al formulare questo pensiero noto che la macchina a fianco, posteggiata correttamente, ingrana la retromarcia e se ne va. Immediatamente, salgo in casa a prendere le chiavi della macchina; scendo, salgo in macchina, inizio a far manovra per spostarmi di qualche metro, quando una testa di cazzo, con una manovra corsara che solo per l’imperscrutabile disegno del caso non ha fatto cozzare le due vetture, mi frega il posto. Niente che la quotidianità urbana non abbia insegnato ad ignorare, rassegnati, diranno i lettori cittadini; certo, però ti rode comunque il cazzo, e magari provi a puntualizzare con l’incivile di turno, rispondo io.

    Così, dapprima faccio alla tipa una lampeggiatina con gli abbaglianti; poi, un timido strombazzare di clacson. E noto che ella, visibilmente in imbarazzo — anche i maleducati hanno istanze morali minime! — per la furbata commessa, s’affretta a scendere dalla macchina, forse volendo addirittura correr via come un ladro di supermercato; anzi, nella fretta inserisce male il freno a mano, e si pianta contro un paletto della segnaletica verticale. Dopodiché, scende dalla macchina e, fremendo, s’affanna a chiudere la portiera, temendo la mia reprimenda; reprimenda che, ovviamente, è arrivata. Dal finestrino, le faccio presente che stavo facendo manovra proprio per parcheggiare lì, e fregarmi il posto à la Schumacher non è proprio elegante; la tipa, balbettando, risponde: «Ma… ma lei stava parcheggiato di là!» «Sì signora, ma lì non potevo stare, ed è proprio per questo che mi stavo spostando. Quindi, per cortesia, si trovi un altro parcheggio». Al che, con la roba che le cadeva di mano per la fretta, ha iniziato a tenere un comportamento che ha imbarazzato lei quasi più di me: ha iniziato a ripetere: «Ma io non la sento, non la sto sentendo, non capisco cosa mi dice! Non capisco!», e dicendo questo s’allontanava. Avrei voluto dirle tante cose, tutte a ragion veduta, peraltro. Ma l’unica cosa che è uscita dalla mia bocca è stata: «Signora, mi compiaccio del suo senso civico. Le fa davvero molto onore».

    Sarò un illuso, ma penso che qualcosa la tipa abbia imparato. O così ho desunto dal suo sgattaiolare via, in silenzio.

    Certo: il sottoscritto, poi, ha dovuto girare dieci minuti, per trovare un altro posto; ma si sa che nulla si ottiene senza sacrifici.

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