Tertium non datur, per il nostro glorioso, sprezzante della legge Presidente del Consiglio Berlusconi. D’altronde, la sua manifesta (vera o presunta) ignoranza della legge fa il paio con la costante delegittimazione della magistratura: la coerenza non gli manca. Pertanto, quando dichiara (video), sprezzante del pericolo:
Occorrerebbe che davvero i giudici applicassero le leggi (fonte)
in relazione alla turpe vicenda «di Guidonia» (come l’hanno rinominata gli scalzacani che si fingono giornalisti oggidì), quella cioè dello stupro di gruppo per il quale, ai fiancheggiatori dei presunti colpevoli, è stata applicata la misura cautelare degli arresti domiciliari, il presidente Berlusconi — dicevo — dice una fregnaccia clamorosa. Credo ormai sia noto a molti — ma non certo alle masse che protestano, sanpietrini in mano — che le misure cautelari non siano da considerarsi una pena ma, appunto, una cautela che lo Stato decide di prendere in alcuni casi. Ricordo d’averne già parlato, ma repetita iuvant. E qui mi arrogo la presunzione di citarmi, ché non vale la pena scrivere di nuovo su qualcosa che, rileggendomi, ritengo d’aver espresso in maniera sufficientemente chiara:
le misure cautelari sono quelle che vengono prese, per l’appunto, per cautelarsi dalla persona indagata, poiché v’è pericolo che essa reiteri il reato che le viene addebitato, o che inquini le prove, o che tenti la fuga. Tali misure sono molteplici nel tipo (ne esistono di «personali», che riguardano le cautele da prendersi avverso un soggetto; e di «reali», avverso le cose [sequestri patrimoniali]) e nel numero, e di intensità differente: si va dal semplice divieto d’espatrio, passando per l‘obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, fino agli arresti domiciliari o — caso più grave — quelli in carcere (qui, amplius).
Tali misure non implicano in alcun modo la colpevolezza dell’indagato (si badi: «indagato», non «colpevole»); con la loro applicazione ci si limita a tutelare l’integrit- del processo e dei cittadini che potrebbero continuare ad esser lesi dall’attività criminale dell’indagato (posto che effettivamente vi sia). Ovviamente, tanto più si sale nell’intensità della misura cautelare irrogata, tanto più le prove nel senso della pericolosità aumentano; del pari, tanto più aumenta la restrizione a cui è sottoposto l’indagato, e così tanto più probanti devono essere i fatti che questi possa continuare il reato addebitatogli, che inquini le prove o tenti la fuga.
Secondo la prassi giurisprudenziale, per irrogare addirittura la custodia cautelare in carcere («il massimo della severità », per così dire) le prove devono essere schiaccianti: stiamo parlando, in fin dei conti, di incarcerare una persona senza ancora averla processata. E se fosse dichiarata innocente, magari «perché il fatto non sussiste»? Chi la risarcirebbe di una incarcerazione senza motivo? (fonte)
Pertanto, la legge è stata assolutamente rispettata, quantomeno in base alle deduzioni dei giudici che hanno ritenuto che i tre pericoli (di fuga, d’inquinamento probatorio e di reiterazione del reato) fossero adeguatamente scampati coll’imposizione degli arresti domiciliari.
Berlusconi, laureato in giurisprudenza prima, imprenditore di successo poi, ed infine uomo politico di lungo corso non può non sapere l’abiccì della procedura penale — altrimenti, chi cazzo glielo ha fatto passare, l’esame di diritto processuale penale? —; per cui, non rimane che la menzogna a fini demagogico-politici, arte che — e non si può non riconosceglierla — il Nostro ha in abbondanza, e non ne fa certo un uso parco.
Credo quindi che, nella coscienza di tutti, devono considerarsi errori quelli del GIP di Roma. (fonte)
Dice ancora, commettendo — lui sì, e con cotanto errore grammaticale! — un doppio misfatto: considerare «errore» una decisione secundum legem del GIP (al massimo, il giudice può aver sbagliato a disporre la misura cautelare nel merito, ma non con riguardo alla procedura penale); e poi, confondere la sfera del diritto con quella della morale («nella coscienza di tutti»). Il giudice non è «tutti»; il giudice non decide secondo «coscienza».
Che mondo tristo, quello in cui un quisque de populo ne sa più d’un Presidente del Consiglio dei Ministri in fatto di giustizia…













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