Pochi lettori del blog sanno della mia predilezione per le serie TV che perdura ormai da un buon tre anni – iniziò tutto dal vecchio dottor Casa, passando per il fantaviglioso Prison break, e poi Lost, 24, Heroes, l’acutissimo Boris, qualche NCIS per riderci su con la Stella e, per finire, l’ottimo Fringe – il che, con seria costanza, mi ha permesso di migliorare sostanzialmente il mio inglese (che no, non è poca cosa).
Inizialmente, ero fermamente contrario al concetto della serie TV: basandosi sul gradimento del pubblico, oltre alla diluizione della trama in molte ore di girato e molti mesi per arrivare al cuore della storia, essa è inevitabilmente – costitutivamente – manovrata e cesellata sul responso del pubblico. Un televoto applicato alla sceneggiatura (dio mi fulmini se userò anche una sola volta il forestierismo “plot”) che avrebbe imbastardito il concetto di arte filmica; inoltre, abituando il pubblico ad una durata parcellizzata (quaranta minuti se va bene), diminuisce l’attenzione media facendo sembrare un normalissimo lungometraggio d’un paio d’ore un Ben Hur d’altri tempi. E buonanotte ai novelli Bergman (Darren Aronofsky anyone?)
Ora: avendovi confessato la mia debolezza amorevole per le serie anzidette – le ritengo mirabili e godbilissime; alcune, veri capolavori filmici – devo dire che l’effetto dell’abbassamento della “capacità di sopportazione” del tempo-film paventato poche righe sopra (e molti anni fa) s’è realizzato anche su di me. Stasera, vedendomi il pur avvincente “il giorno perfetto” di Ozpetek, posso dire d’aver istintivamente più volte che “la puntata” avesse climax più frequenti e numericamente maggiori. Insomma: che il film si telefilmasse un po’ di più.
La società del tutto-e-subito ci ha mangiato, digerito e sintetizzata l’attenzione.
Avanti col Mc Chicken e
Indietro con gli gnocchetti alla parigina, che inizia 24.













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