Visto che il tema è troppo contiguo alla mia occupazione professionale, non posso non parlarne; brevemente, perché — e per fortuna — di parole sul punto, qualche volta pure interessanti, se ne stanno investendo molte in queste ore.
La Corte costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della legge n. 124 del 2008, meglio conosciuta col nome giuridicamente errato e giornalisticamente semplificativo di «lodo Alfano», per contrarietà agli articoli 3 (uguaglianza sostanziale dei cittadini di fronte alla legge) e 138 (forma delle leggi costituzionali). In assenza di motivazioni, che si spera vengano pubblicate presto, si può solo desumere quel che pare logico all’uomo di buon senso, e cioè che una legge che esenti alcuni cittadini, benché aventi rilevanza pubblica e di governo eccezionale, dal rispondere alla giustizia penale non solo per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni istituzionali (immunità ragionevole e condivisibile), ma per qualunque tipo di reato penale commesso, viola il principio di uguaglianza dei cittadini; inoltre, da un punto di vista di forma legislativa, una legge che intenda modificare la Costituzione deve essere promulgata attraverso un iter più laborioso e con maggioranze qualificate, proprio per assicurare che ogni emendamento costituzionale sia condiviso fra le varie forze parlamentari, che — lo ricordo — rappresentano il popolo, contrariamente alle leggi ordinarie le quali, per converso, possono essere frutto addirittura di «prove di forza» dell’esecutivo, essendo prassi (odiosa) dei nostri giorni «blindare» le votazioni parlamentari con l’odioso ricorso al voto di fiducia.
Quanto all’analisi politica della vicenda, ritengo doloroso, dissacrante e quantomai aderente ai sofismi di Berlusconi e dei berluscones l’argomentazione per cui visto che mr. B. (nomignolo che sentiremo ritirar fuori spesso, nei mesi a venire…) è stato votato dalla maggioranza degli elettori, allora può fare il cazzo che gli pare; chiunque si dovesse mettere sulla sua strada, foss’anche il guardiano delle leggi, è «di sinistra», quasi fosse un insulto. Nelle icastiche parole del ministro Gelmini: «La Corte costituzionale ha emesso una sentenza politica. Alla maggioranza dei cittadini italiani è chiaro che la Consulta ha smesso di essere un organo di garanzia ed è oggi diventata una parte politica». Lo schema è chiaro: basta dargli torto per guadagnarsi la nomea di fazioso. Ripeto: foss’anche la Corte costituzionale, che si muove in base al documento che fonda la Repubblica italiana.
E ora Berlusconi, nello spaesamento più totale, tira pugni — e son pugni dotati d’una certa forza — verso chicchessia: il Capo dello Stato? Sappiamo da che parte sta. La Corte costituzionale? Faziosa. Io governo ad libitum facendo ciò che voglio, nella vita pubblica e privata, perché ho i voti degl’italiani. No, Berlusconi: lei ha guadagnato, alle urne, il diritto-dovere di governare questo dannatissimo Paese, ricevendo la libertà di decidere le opzioni politiche per fronteggiare i (tanti) problemi che ci affliggono; ma della gestione dei suoi affari privati, laddove cozzino contro le leggi del nostro Stato, lei dovrà risponderne — come tutti — di fronte ai tribunali. E valuterei anche l’opzione di dimettersi dalla eminentissima posizione di governo che ricopre, ché, rappresentando tutti gl’italiani e non solo chi l’ha votata, non sembra rispettoso nei nostri confronti. I precedenti non mancano (un nome? Olmert.), e probabilmente — visto che la giusta punizione giudiziaria è dietro l’angolo e lei lo sa — potrebbe guadagnarne in immagine.
Non ho detto grandi cose, ma mi faceva piacere scriverle, ché il momento è solenne.













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