In difesa dell’uomo Mesiano

Addendum (19 ottobre 2009): In calce, il video di Brachino che rettifica, almeno parzialmente, il servizio, è da vedere e da apprezzare per la sua onestà intellettuale. Certo, continua a difendere il suo punto di vista che non è in accordo col mio; ma siamo nel campo delle opinioni, nel quale la discussione è il miglior fertilizzante. E allora ben vengano le discussioni, una volta recisa la gramigna degl’insulti.
In calce al pezzo, il video.

***


Quando si parla di conflitto d’interessi, di sproporzionata concentrazione di media e potere nelle mani d’un solo individuo, spesso il discorso inciampa nel nome di Silvio Berlusconi. Non è un caso, ovviamente; d’altronde, star qui a parlarne dell’altro in maniera descrittivista sarebbe uno spreco di tempo per me, a scriverlo, e per voi, nel leggerlo. Come diceva Moretti ne Il caimano, chi vuole sapere, ormai sa; e chi non sa, è perché non vuol sapere. Non sono del tutto convinto della assoluta veridicità della frasetta apodittica, ma sicuramente si approssima alla realtà.
Quello che risulta essere più utile è l’analisi di un’applicazione di quest’abnorme concentrazione di media e potere: la vicenda dell’inverecondo servizio «giornalistico» andato in onda sulla trasmissione di Canale 5 (Mediaset, dunque) Mattino 5 e riguardante il giudice del Tribunale civile di Roma Raimondo Mesiano, «colpevole» di aver reso una sentenza di condanna in primo grado nei confronti di Fininvest di cui tutti ormai conosciamo sommariamente portata ed entità.

Questo lo schema retorico: Brachino mostra una pagine de Il Giornale, edito dal gruppo Berlusconi, in cui si dileggia il giudice perché avrebbe ricevuto una promozione dal CSM che viene giudicata immeritata o almeno incongrua, quasi come premio per la sentenza (ignorando che i procedimenti di promozione del CSM durano mesi e non sono poi così rari) e definendolo uomo dalla vita piena di stranezze (senza sostanziarlo con dati oggettivi: e sì che comportamenti stravaganti da parte dei giudici se ne son visti); poi, traendo forza da quell’articolo, mostra un servizio che, a suo dire, confermerebbe le stranezze di quest’uomo.
Un indizio è un indizio, un paio d’indizi fanno quasi una prova: questo è lo schema retorico. Peccato che il punto primario d’assurdità della vicenda sia l’identità della proprietà dei due media: la persona che è stata dichiarata soccombente nel giudizio civile per 750 milioni di euro. E a questo punto, un paio di dubbietti circa la neutralità giornalistica di questo combinato disposto dei media dovrebbe sorgere, quantomeno nello spettatore più avveduto; il che, purtroppo, è da escludersi a priori, visto il pubblico di riferimento di un programma quale Mattino 5. E non a caso il lessico usato nell’infame servizio è semplicistico e scandalistico, con la voce peperina della giornalista che sottolinea, con tanto di musichettina degli Aerosmith, le «stravaganze» di quest’uomo. Che, nell’ordine, sarebbero: fumare una sigaretta per strada; camminare, nell’attesa del proprio turno alla tonsura, avanti e indietro di fronte alla porta del barbiere; fermarsi vicino ad un attraversamento pedonale per accendersi una sigaretta; sedersi in una panchina pubblica; avere dei calzini turchesi.
Un attacco alla persona tanto pedestre quanto vergognoso.
Il punto è quello sollecitato da menti illustri della nostra attualità: non si può pagare con l’offesa personale un’azione professionale. Se il giudice, come ufficio, emette una sentenza, l’ordinamento giuridico ha già previsto i mezzi di ipotetica censura o comunque di gravame nei confronti delle sue statuizioni giuridiche: il soccombente propone appello e la palla passa ad un altro (o più) giudice-persona fisica, che valuterà la correttezza della sentenza modificandola, se del caso, secondo giustizia. Ma mai potrà esprimere una critica nei confronti del primo giudice-persona fisica, perché non è stato quell’aspetto della sua personalità a scrivere la sentenza, bensì il giudice come ufficio. Non si tratta del sig. Tizio, ma del dott. Tizio. Addirittura, l’ordinamento giuridico predispone i mezzi di punizione del singolo giudice laddove l’errore si marchiano: è prevista la punizione economica del magistrato nei casi estremi. Per cui, la stessa legge prevede le forme e i casi di aggressione del giudice-uomo quando il giudice-ufficio sbaglia clamorosamente (o dolosamente).
Quando, agli occhi dell’offensore, questi due aspetti ben distinti artatamente si mescolano fino all’indifferenziazione, è allora che si travalica un confine inviolabile, che sposta l’asticella del limbo della democrazia una tacca più in basso.
Nel 326 a.C. in Roma la lex Poetelia Papiria de nexis imponeva il divieto di costrizione fisica del debitore ad opera del creditore per i debiti non soddisfatti, sancendo un limite sacro e rivoluzionario assieme: il corpo dell’uomo non abbia a patire conseguenze di sbagli che la mente (intesa come volontà) compie. Parimenti oggi, l’uomo Mesiano non deve pagare col proprio corpo e la propria onorabilità privata ciò che il giudice Mesiano ha fatto, tantomeno se, come pare, non ha compiuto alcuno sbaglio.
E se la forma più radicale di protesta che un’opposizione civile ancor prima che politica sa organizzare è quella di mettersi i calzini turchesi a difesa dell’uomo Mesiano, allora siamo messi male.
Tanto più che i calzini turchesi sono il legante più proprio — lo dice uno che, modestia a parte, conosce l’eleganza — fra i pantaloni blu e i mocassini bianchi.

***