Avrete tutti sentito della
bagarre mediatica sulla vicenda TG1-Mills. In pratica, l'edizione prandiale del tiggì del 26 febbraio 2010 ha aperto parlando di «assoluzione» per David Mills in relazione alla corruzione per l'ormai celeberrima deposizione testimoniale in uno dei processi di Berlusconi.
Intanto, beccatevi il video in questione, poi riprendiamo sotto a parlarne (
qui il servizio completo).
Qui su questa stramba isola che è Internet la palla è partita a duemila: tanto perché ormai nulla sulla Rete (italiana) ha dignità d'esistere se non ha un gruppo su Facebook a suo supporto, Arianna Ciccone e Paola Avon hanno aperto il gruppo
La dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini — con ciò sancendo, evidentemente, una legittimità ad esistere della vicenda. Il buon Giglioli
rilancia la palla; gl'iscritti salgono di numero, e
Repubblica porta a casa il punto. (Poi qualcuno, un giorno, dovrà darmi conto del perché i quotidiani dovrebbero parlare delle iniziative di un
social network ogni due per tre.)
Bene; anzi, male.
Il fatto è che secondo il nostro caro codice penale — sarebbe il caso che chi s'occupa di cronaca giudiziaria lo studiasse bene, e gli altri s'astenessero da certo tipo di polemica — la sentenza dichiarativa dell'intervenuta prescrizione è equiparata ad una sentenza di assoluzione. E questo è tanto vero che che l'art. 157 è inserito nel libro I, titolo VI del codice, chiamato "Della estinzione del reato e della pena".Â
La prescrizione, dunque — nella gradazione applicata al caso di Mills — estingue il reato; e venendo meno, seppure per effetto di questa finzione giuridica, il reato, è necessaria ed imprescindibile una sentenza di assoluzione.
Tanto più che, nel corpo del servizio che s'ascolta nel video, la giornalista Ida Peritore dice:
Il mondo politico si divide sulla sentenza della Cassazione. La prescrizione del reato decisa dalla Suprema corte ha di fatto annullato la condanna per l'avvocato Mills, accusato di corruzione in atti giudiziari.
per cui, a ben vedere, l'informazione che passa è tutto sommato corretta: c'era stata una condanna nel merito (resa in primo grado e confermata in appello) non definitiva; per il decorso del tempo, però, non si è riusciti a concludere l'iter processuale necessario perché quella condanna si perfezionasse.
A voler essere precisi — io lo sono sempre —, i giudici della Cassazione non hanno il potere di «decidere» la prescrizione, quasi fosse nella loro libera disponibilità il concederla o meno; essi possono soltanto «riconoscerla», come un mero scorrere del tempo, un dato pre-giuridico.Â
E questo è tanto vero che si parla di «maturazione» o di «intervento» della prescrizione, come fenomeno avulso dalla volontà di giudice, avvocato e pubblico ministero. Il tempo passa, secondo dopo secondo; quando tutti i granelli della clessidra sono scesi, uno qualunque di questi soggetti lo nota e dice: fine dei giochi.Â
Per cui, sebbene il problema dal punto di vista politico si possa porre — io ne sono convinto sostenitore —, non è certo accusando sempre e comunque la stampa d'esser di regime che si riesce a provare il "nostro" punto, che è quello di una responsabilità — storicamente accertata — biunivoca fra Mills e Berlusconi, che diventa macchia indelebile a tal punto da rendere impossibile la prosecuzione dell'attività politica del secondo, anche se "smacchiata", in punta di diritto, nei tribunali.
Un mio Maestro m'ha insegnato che esistono delle buone e delle cattive ragioni per sostenere una tesi, ed è compito del giurista scegliere quelle buone.