03 07 2008 di
Francesco Minciotti
Un thriller godibile, senza troppe godurie né troppi dispiaceri. Come al solito, un buon Hopkins nobilita la pellicola, con una trama non banale né troppo prevedibile. Peccato per il finale, e per la traduzione italiana (Il caso Thomas Crawford) del titolo originale Fracture, molto più suggestivo e che si spiega completamente nel corso del film.
Ma si sa: noi italiani siam sempre provincialotti, e se non spieghiamo ben bene la trama allo spettatore medio fin dalla locandina, non siamo contenti.
Inoltre, sempre per dirla un’altra, Thomas Crawford non esiste, nella sceneggiatura originale: il personaggio di Hopkins si chiama infatti Ted Crawford, come evidenziato nella scheda IMDB. Di cazzate al doppiaggio ne avevo viste tante, ma addirittura inventarsi un altro nome per un personaggio beh, questa mi mancava.
Famo ride’.
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23 06 2008 di
Francesco Minciotti
Film gradevole, dalla tematica a rischio banalità, per fortuna mai concretatasi, e da un gruppo d’attori a incapacità crescente: dall’ottimo Eriq Ebouaney (Edgard), alla brava Aïssa Maïga (Nadine), passando per una discreta Ambra Angiolini, finendo ad un disastroso Fabio Volo. Io non capisco: qualunque film quest’uomo faccia, penso sempre che mi stia prendendo per il culo. Sarà che forse non tutte le Iene che vanno, ignudi, dai benzinai possono fare il «salto» nel cinema?
La trama — riprendo — non è mai banale, e questo film serve in un’Italia che non ha mai abbandonato il razzismo fino in fondo; inoltre, un paio di sequenze (in particolare una — non svelo niente — al rallentatore, con Ambra Angiolini e Eriq Ebouaney) vale, sola, il prezzo del biglietto.
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13 04 2008 di
Francesco Minciotti
Pellicola gustosissima, si fa apprezzare soprattutto per l’originalità del tema e la leggiadria con cui è tratteggiata; in verità, forse anche un filino troppa, vista la gravità della vicenda umana. Tuttavia, potrebbe essere fin troppo reale.
Ottima la prova di Jennifer Garner, ma non da meno quella della giovane protagonista, Ellen Page, alle prese con un ruolo insospettabilmente difficile da interpretare.
Con la classe del tipico film indipendente, una tragicommedia che intrattiene piacevolmente per un’ora e mezza, e fa riflettere sul tema della maternità e dell’adolescenza.
Peccato, peccato e ancora peccato per lo strazio compiuto dai doppiatori italiani, che hanno ambientato linguisticamente la vicenda in un’orgia di paninarese ante litteram. Aspetto di rivedermelo in lingua originale per constatare l’entità del vulnus linguistico perpetrato ai danni di quest’opera filmica.
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01 04 2008 di
Francesco Minciotti
Non ci siamo, la mucca è stata munta troppo. Il primo capitolo fu una rivelazione per me, amante dei colpi di scena e dei polizieschi cervellotici (il cui capostipite rimane Se7en); il secondo, pur secondo capitolo e per questo guardato molto male, s’è salvato. Ma questo decisamente no: visto solo per amor di recensione (ché la boiata me l’aspettavo), non ha deluso le aspettative, rivelandosi una cazzata madornale: sconclusionato, caotico, iperviolento, recitato da cani.
E il peggio è che il 26 ottobre 2007 è uscito Saw IV! Sarà quello il vero incubo che spaventerà gli spettatori, non la suspance o l’orrore.
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22 03 2008 di
Francesco Minciotti
Un film crudissimo e disturbante, per la regia di Tornatore che ci racconta il tema della schiavitù sessuale (e) della prostituzione, scegliendo un taglio macabro e rassegnato, poco adatto alle sensibilità delicate ma davvero necessario a tutti per comprendere il dramma vissuto, quotidianamente, da milioni di donne.
Complice la superba prova di Kseniya Rappoport, lo spettatore viene catturato — preso a pugni, quasi — dalla trama efficace e mai titubante della vita di questa sconosciuta, fra speranze ed eterne delusioni; del pari, sebbene secondaria, l’interpretazione di Michele Placido, che riesce davvero a farsi odiare. Buona, ma non del pari, la prova di Claudia Gerini e Alessandro Haber.
Una trama orribilmente avvinghiante.
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03 03 2008 di
Francesco Minciotti
Quando uno si mette in testa di parlare di un film dei fratelli Coen, deve dare per scontato che sarà difficile farlo in termini men che lusinghieri; e anche in questo caso, il nome non ha tradito le aspettative. No country for old men è una sorta di western, o forse, più propriamente, un’avventura con ambientazione western. E’ una storia di morte prima che di vita; di silenzi prima che di parole; di cattiveria prima che di bontà. C’è un cattivo che più cattivo non si può, e il suo personaggio è anche disturbante e assolutamente negativo; eppure, non si riesce a non rimanerne affascinati. Un po’ quello che succede per Hannibal Lecter, solo che con meno sostrato razionale.
Inoltre, tutta la pellicola è intrisa di realismo crudo, ché tutto sembra reale, e quindi banale; ma di un banale stranamente interessante. Insomma, è difficile da spiegare, ma semplice da comprendere guardandolo.
Alcune scelte registiche sono incantevoli, segno di una sapienza filmica dei registi ormai comprovata; del pari la fotografia, con scenari desolanti e spazi sconfinati. La caratterizzazione dei personaggi è perfetta, con una selezione di redneck del profondo west con tanto di pick-up, salopette e berrettino da agricoltore, e pelle rubizza incisa dal sole da fare invidia ad ogni ufficio casting della storia. Ah, e una menzione d’onore per Bardem, che ha un ruolo accattivante e lo interpreta perfettamente.
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