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    A (not so) straight story

    07 07 2008 di Francesco Minciotti

    Misà che oggi vado a ripescare la storia del vescovo di Viterbo e del paralizzato a cui ha impedito di sposarsi in chiesa. Sì, lo so, è successo un po’ di tempo fa, ma fa niente: ho un mio pensierino da estrinsecare sul punto, ed è uno di quelli senza tempo; inoltre, visto che nessuno (sì, ok, tranne il sempiterno Malvino) s’è preso la briga di puntualizzare qualcosa di veramente importante, mi metto a svolgere il temino. E procediamo.

    Ricorderete tutti la storia, no? La riepilogo dalla penna (molto romanzesca) del cronista del Messaggero, che — pare — per primo abbia rilanciato la notizia:

    A meno di due mesi dalla fatidica data, lui è protagonista di un bruttissimo incidente stradale che mette in pericolo la sua vita. Dopo qualche giorno di sala di rianimazione riesce a recuperare, ma la sentenza dei medici è comunque una tegola in testa: nell’urto è stata lesa la spina dorsale e quindi il ragazzo ha perso l’uso degli arti inferiori. Solo il tempo e le cure potranno dire se un giorno la capacità motoria potrà essere recuperata. [...] quando i due sposini comunicano la loro decisione al parroco, lui chiede una dichiarazione di consapevolezza dei rischi e delle difficoltà future cui andranno incontro. Loro ci rimangono un po’ male, più che altro per quella che potrebbe apparire come una mancanza di fiducia nei loro confronti, ma accettano di buon grado di mettere nero su bianco. Del resto la loro determinazione è tale che nulla può fermarli. Il foglio di carta viene dunque recapitato al vescovo Chiarinelli, il quale neanche chiama i due giovani per un eventuale colloquio. La sua risposta è “non possumus”, senza tanti giri di parole, perchè non è certa - da parte di lui - la capacità di procreare. E così niente candele, niente altare, niente marcia nuziale. (Il Messaggero)

    Ora, tanti ne ho sentiti, di ragazzi e meno, proclamare il loro sdegno per la questione — per le mie orecchie, parole dolci come musica —, sostenendo che «la chiesa è amore, no? Quindi perché impedire a due innamorati di sposarsi?» e che «il vescovo è stato insensibile/ignorante/dimentico del ruolo d’amore della Chiesa/eccetera», ad libitum.

    Ma la verità è una e una sola: il vescovo Lorenzo Chiarinelli ha svolto egregiamente il suo lavoro, applicando alla lettera il codice di diritto canonico; esattamente, il canone (così si chiamano, nel linguaggio della chiesa, gli articoli del codice) 1084, comma 1, che recita:

    L’impotenza copulativa antecedente e perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, assoluta o relativa, per sua stessa natura rende nullo il matrimonio. (vatican.va)

    L’«impotenza copulativa» — in lingua della chiesa impotentia coeundi — è l’incapacità dell’uomo di penetrare la donna mercè la mancata erezione, o comunque un’erezione sufficiente affinché avvenga la copula (sempre in gergo ecclesiastico, et quo coniuges fiunt una caro); il che è radicalmente differente dall’impotenza di generare — impotentia generandi —, che deriva da una infertilità maschile o femminile.

    «Antecedente e perpetua», dice il codice; e sebbene vi siano voci di urologi che contraddicono il parere del (perito del) Chiarinelli sul piano medico, e precisamente sul fatto che una lesione di questo tipo possa generare un’impotenza «perpetua» o anche solo un’impotenza, il vescovo s’è mosso — si ripete fino a perdita di fiato — all’interno dell’ortodossia della chiesa cattolica, e cioè secondo il suo pensiero più rigoroso.
    Pertanto, a tutti coloro — cattolici dichiarati — che hanno espresso sdegno per il fatto, ritenendolo addirittura contrario all’essenza della chiesa — che è «amore», dicono — io dico: un cazzo, cari miei: questa è la chiesa; questa e non altra, una idealizzata dalla vostra ottusità e mancanza d’informazione. E se vi dite cattolici, non potete che uniformarvi al giudizio del vescovo di Viterbo.
    Oppure non ditevi cattolici.

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  • Non gliene frega una Mazza, di Darwin

    21 01 2008 di Francesco Minciotti

    Questo qui sopra è il servizio che il TG2 mandò in onda la sera del 29 novembre 2007. Se lo avete già visto (e dovete vederlo prima di leggere quanto segue, ché ne è esegesi), avete capito che si parla, in fra le righe, del libro della signora Rosa Giannetta Alberoni (la moglie delle due basette che scrivono banalità sul Corriere, ogni tanto), Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin, edito da Rizzoli (la casa editrice del Corriere, guarda un po’).
    Più esattamente, il servizio è una vera e propria marchetta giornalistica al libro, mascherata da pseudo-approfondimento sul tema — solo in Italia uno speciosissimo sofisma di tal fatta può esser chiamato «tema» — dell’evoluzionismo contrapposto al darwinismo (che sarebbe un po’ come mettere sullo stesso piano la scienza medica e la riflessologia plantare, o Wanna Marchi).
    Nel servizio vengono intervistati — nell’ordine — il cardinale Remo Martino, l’autrice Rosa Alberoni, e il biologo antievoluzionista Giuseppe Sermonti. Come si capisce fin da quest’elenco, un vero e proprio contraddittorio degno di un servizio pubblico pagato con i soldi di tutti; cosa che potrei pure accettare in un programma settoriale, ma non all’interno di un telegiornale!
    Il messaggio che passa è che «Dàrvin» (sic!) è un povero demente, che col suo «darvinìsmo» (sic!) ci fa discendere dagli scimpanzé — argomento irrefutabilmente smontato dall’insigne monsignor Martino, con la salace e profonda domanda retorica alla giornalista: «Ma lei si sente discendente da uno scimpanzé?». E con questa, monsigno’, li abbiamo sderenati tutti.

    Epperò, signori miei, non abbiamo colto il nesso più profondo: perché il TG2 fa una pubblicità subliminale a questo libro? E’ davvero così importante da essere segnalato da un telegiornale nazionale?
    La risposta c’è, ed è angosciante: aguzzando bene la vista, al minuto 1:17 del filmato si scorge che la telecamera si focalizza su un relatore della presentazione del libro, tenuta il pomeriggio stesso alla Pontificia Università Lateranense. Chi è il misterioso ospite?
    Ma il grande Mauro Mazza, direttore del TG2, che nell’ambito di quella presentazione ha dichiarato

    nonostante si dica che il darwinismo e più in generale l’evoluzionismo goda di diffusa accoglienza, è un fatto che in tutti i continenti ci sono scienziati di varie discipline che lo contestano.

    Ciò è una conferma che siamo di fronte ad una teoria che travalica i confini della scienza e diviene essa stessa ideologia. (fonte)

    Sicché, caro direttore, non è la qualità (l’autorevolezza) delle fonti contrarie al darwinismo (dar-UI-nismo, non dar-VI-nismo, ignoranti), ma la semplice quantità; il fatto che ci siano «scienziati» (chi?) che «in tutti i continenti» (dove?) lo contestino è sufficiente per farle affermare che la teoria evoluzionista è «ideologia». Come a dire che se un gruppo di criticuzzi d’arte di paese affondasse Picasso, per lei il pittore spagnolo non avrebbe più il valore di prima. Ma dico: non eravate voi cattolici, quelli contro il relativismo?

    Quindi, chiudiamo con il ripasso: degli intervistati, il cardinale Martino è l’autore della prefazione; Rosa Alberoni è l’autrice del libro; e Sermonti è un genetista «negazionista» del darwinismo che, come il prezzemolo, viene invitato alle conferenze cattoliche perché lui è uno «scienziato» che tira acqua al loro mulino (come Zichichi, insomma). E, dulcis in fundo, l’immagine di Mauro Mazza, direttore del telegiornale in cui è andato in onda il servizio sul libro che lui stesso ha presentato.

    Mazza, per cortesia faccia due cose:

    1. la prossima marchetta la reclamizzi bene, mettendo in sovraimpressione, per la durata del servizio, la scritta «Pubblicità». In questo l’ha battuta pure Striscia la notizia. E non se ne potrà mai fare una ragione, lo sa bene;
    2. si dimetta.
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  • Satana è dappertutto: anche in questo blog

    19 01 2008 di Francesco Minciotti

    Quello che sentirete non è una registrazione effettuata in qualche manicomio criminale, ma una parte di una tramissione radiofonica tenuta da Livio Fanzaga, direttore di Radio Maria.

    E non aggiungo altro.

    Anzi, sì: Radio Maria ha aperto una sottoscrizione per sostenerla economicamente. Sarà il caso che vi mettiate una mano sul cuore…

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  • Il sale della democrazia è dire no

    18 01 2008 di Francesco Minciotti

    ens.itSappiamo tutti la storia del «povero» papa che è stato orrendamente cacciato dalla Sapienza, dove era stato invitato dall’Ammiraglio dell’ateneo (il magnifico rettore — anzi, meglio le maiuscole di deferenza: il Magnifico Rettore), a causa di tutti gli studenti liberticidi che probabilmente — sicuramente — lo avrebbero ingiuriato, e magari anche ucciso.

    Ora, magari, la piantiamo con questa fuffa e diciamo le cose come stanno: ogni uomo — ogni singolo essere umano — è contestabile, senza che ne venga lesa l’onorabilità, la dignità; o che venga meno la libertà d’espressione (i fischi non ne sono estrinsecazione quanto, e se non più, di un discorso?) Tanto più — e questo è il punto cardine — che il papa ha scelto di non intervenire più, con la formula anfibologica «soprassedere all’evento». L’ha scelto lui di non andare, capite? Nessuno l’ha obbligato a rimanere a casa sua. C’è stato un invito formale, e una piccola parte della base, non d’accordo con il vertice, ha deciso di dire la sua, con toni molto accesi — ma toni, non fucili.

    Perché quando Prodi, il 12 dicembre 2006, fu contestato da «una quarantina» di persone con tanto di fischi, gli esponenti della destra (in questo caso mister Calderoli) si spinsero ad affermare addirittura che

    non faccia l’errore dei Ceausescu e dei Lenin, che facevano passare per frange i tanti ostili ai loro regimi (fonte)

    e il presidente, sotto sotto contrariato ma sopra sopra fintamente democratico, si trovò costretto a dire:

    Abbiamo avuto un inizio allegro e ben organizzato [...] Purtroppo eravamo attesi da una quarantina di propagandisti. È ovvio che continuo la visita: c’è chi scappa, io no. Guai se la democrazia si ferma davanti alle urla organizzate. (ibidem, grassetto mio)

    e poi, se la visita del papa, fischiata e contestata, viene da egli stesso annullata, si dice (Prodi himself) che

    nessuna voce deve tacere nel Paese, a maggior ragione quella del Papa (fonte)

    quando poi bisognerbbe pure dar conto del perché «a maggior ragione»: il papa va davvero ascoltato più di altri?

    Badate bene: non sto dicendo che il papa non avrebbe apportato niente, a livello contenutistico, al «dialogo»: ogni dialogo è un bene morale, e quasi tutti i silenzi non lo sono. Ma il dialogo, belli miei, è ontologicamente duale, e la dualità in questo caso s’è concretata nella voce del Vaticano e in quella degli studenti. E il papa ha deciso di uccidere il dialogo, perché in realtà gli sarebbe piaciuto un monologo — al più, un dialogo fatto dalle stesse parole: lui che parla, e i papa-boys che gli fanno quei tragicomici cori da stadio. Bello mio ratzyno bello: e mica si può sempre parlare alle folle adoranti di Loreto!
    E non entro neanche nel merito della legittimità dell’invito (dal caro amico Francesco Costa una serie di motivazioni ragionate sull’opportunità dell’invito), ché il Magnifico Rettore — con tanto appellativo fa il cazzo che gli pare, e guai a chi s’opponga! — può invitare in casa propria chi gli pare, e questo chiglipare può accettare, rifiutare oppure accettare e poi rifiutare. Ma non si dica che gli è stato impedito di parlare, ché questa è una falsità bella e buona.

    Il sale della democrazia è il no; il è più proprio delle dittature — il che nega legittimazione al no, in particolare.
    Guai agli stolti che predicano il pensiero unico.

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  • Santimpostore in pole-position

    29 10 2007 di Francesco Minciotti

    «Stigmate» di padre PioVisto che i quotidiani in Rete italiani hanno preso la deriva gossippara che è sotto gli occhi di tutti, era cosa scontata che la notizia del bandimento all’asta della Mercedes di padre Pio (sic!) trovasse spazio fin nella prima pagina, sgomitando prepotentemente fra un attentato e un governo italiano che non c’è più. E il maltempo/beltempo, che regna incontrastato da padrone.

    Sicché, pensando a padre Pio, una domanda m’è venuta spontanea: ma come cazzo faceva a cambiare le marce, con quei buchi?

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  • Il Vaticano è fin troppo liberale

    18 10 2007 di Francesco Minciotti

    Dalle ultime vicende ecclesiastiche (leggi: ultimi duemila anni di storia cattolica) potrebbe forse sembrarvi che la chiesa cattolica sia un tantino tranchant nei propri giudizi; poco democratica — non lo è di principio, ma transeat —; poco incline al contemperare le proprie posizione con le altrui — ma si chiama magistero perché essa insegna, e gli altri apprendono — sennò si sarebbe chiamato, chessò, dialogo:

    — Oh, la chiesa suggerisce di non scopare col preservativo.

    — Sì, vabbè, secondo me invece si può.

    — Ok, ora mando una mail a Benedetto, vediamo che ne pensa.

    — From:RatzY1927@vatican.va: Oh, cazzo, hai ragione: domani lo annuncio dal balcone a san Pietro. Grazie per il consiglio. Benedetto.

    P.s.: Domenica sera festa al Goa. Tutti invitati.

    Ebbene, no. Non è vero. La chiesa cattolica non è stata mai autoritaria e solipsistica nei propri giudizi. E ve lo dimostro.
    Avete presente l’ultima dichiarazione sull’Osservatore romano circa la sentenza (con rinvio) della Cassazione che, in certa misura, «approva» giudizialmente l’eutanasia — con le virgolette perché non ha il potere di legiferare; al massimo, di suggerire al legislatore di fare una legge in tal senso —?
    Ecco: la chiesa ha detto:

    Inaccettabile relativismo nella sentenza (fonte)

    Il che è segno di inequivocabile apertura al dialogo, e anche alla concessione di un quid dialogico.
    Come dite, non vi sembra?

    Ma scusate, eh: la chiesa vi ha detto «relativismo»; vi ha pure concesso un aggettivo, «inaccettabile»; infine, ha pure ammesso quel che è stato, «sentenza».  Oh, cazzo: in altri tempi avrebbe detto ai giudici: «Al rogo»!

    Se non è apertura al dialogo questa, non so come voi atei comunisti vogliate intenderlo, ’sto dialogo.

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  • Gay-hunter

    15 10 2007 di Francesco Minciotti

    Poster di South Park, allposters.com

    “Mi sono dichiarato gay per smascherare chi lo è realmente”. Smentisce di essere omosessuale l’alto prelato della Congregazione per il Clero, sospeso dalla Santa Sede dagli incarichi ormai da una settimana per avere confessato in tv i propri orientamenti sessuali. (fonte)

    Ma scusate un attimo: a nessuno — ma proprio a nessuno — questa storia ha fatto ridere?
    Il «Cacciatore di froci», abbiamo.
    Mi ricorda tanto quello che si scarica i pornazzi e, beccato, dice che lo ha fatto «per capire il fenomeno».

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  • La Stella è sagace

    29 08 2007 di Francesco Minciotti

    A cena, mentre al TG passano le immagini del singolare charter per i pellegrini cattolici:

    Ma scusa, nei pellegrinaggi non c’era tutta la retorica del viaggio come espiazione dei peccati, eccetera? E questi come espiano, gli levano l’aria condizionata?

    Voi capite perché la amo, ora?

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  • La cocciutaggine cattolica

    26 08 2007 di Francesco Minciotti

    La macchina di S. Rosa crollata, Tusciaweb.itCome i lettori di zona sapranno, giovedì 23 s’è abbattuta sul viterbese una tromba d’aria niente male, che ha causato svariati danni (per «svariati» intendo questi, e anche il pino del mio giardino mezzo distrutto). Tutti salvi, per carità!, ma l’incazzatura ti viene. Ho pure dovuto asciugare un dito d’acqua in camera mia, infiltratasi da sotto l’impermeabile finestra del balcone. E per fortuna che fra essa e il sotto della scrivania dov’è situato il pc — conto delle multiple: tre da cinque prese l’una, un totale di duemila megawatt/ora, probabilmente — c’è un tappeto che ha funto da spartiacque, altrimenti sarebbero stati volatili per diabetici. Insomma: tutti salvi, da queste parti; un po’ ammaccati, magari, ma salvi.

    Eliminato ora il problema della comunicazione della (funesta?) persistenza in vita del sottoscritto mi preme raccontarvi, a voi lettori lontani, a quali assurdi porta la fede, quella cattolica in specie. Codesta tromba d’aria di cui trattasi, oltre a rompere il cazzo al mio giardino ha avuto pure l’ardire — bella faccia! — di tirar giù la macchina di santa Rosa (in foto), monumento kitsch preferito del cuore d’ogni viterbese che, già montata, attendeva paziente il 3 settembre per compiere il suo tragitto a scapito delle spalle dei facchini, in quella che è la più sentita e partecipata manifestazione cattolica della città. Quel «Pirellone» di cartapesta che vedete inguainato nell’impalcatura — a dir lo vero, un po’…. obliqua — viene portato a spalla da energumeni denominati facchini che, in spreto del pericolo dell’ernia, del colpo della strega e dell’infarto, si piazzano sotto di essa e, a spalle, la scarrozzano per le vie del centro, in quel che dovrebbe essere una manifestazione di fede (non siamo poi così lontani dallashura sciita). Il tutto, in mezzo a grida orgiastiche della folla che, preda d’un delirio estatico, incoraggia gli energumeni in quella che è l’impresa più inutile che l’uomo ricordi, pari forse solo alla barba d’api e al maggior numero di serpenti a sonagli tenuti in bocca da un sol uomo.

    Con tanto cappello introduttivo, potrete agilmente capire come il fatto che — la foto ne è testimone — quella «particolare» inclinazione della macchina non ha fatto molto piacere ai viterbesi; anzi!, disperati come sono, temendo che i lavori di riparazione potrebbero non «rimettere in moto» la macchina per il 3 settembre, hanno pure lanciato una sottoscrizione volontaria di un euro a cranio. E qui arriviamo al nocciolo dell’articolo. Nel testo di codesto appello una frase balza all’occhio laico, che s’è levato dalle palle il velo di Maya:

    Nel primo pomeriggio del 23 agosto un fortunale abbattutosi su Viterbo ha causato la caduta della Macchina di Santa Rosa, che era in fase di montaggio, causando gravissimi danni e per fortuna nessuna vittima.
    Noi cittadini viterbesi vogliamo credere che, più che alla fortuna, la mancanza di vittime sia dovuta a una vera e propria intercessione della Santa, la quale ha sempre anteposto la città a se stessa. (fonte, corsivo mio)

    E’ qui che il modo di pensare cattolico mostra tutta la sua aporia: nel caso d’un disastro, specie se colpisce qualcosa di religioso, il cattolico dirà sempre che è stato un miracolo — un’intercessione, una «mano divina», e altre declinazioni — l’assenza di vittime.
    Considerando che costoro ritengono possibile l’intercessione d’una fanciulla morta ottocento anni fa, sarà mica che santa Rosa è stata stronza a non fermare la tromba d’aria, no? O piuttosto, pur potendola evitare (assumendo che può far sì che una torre non cada addosso a nessuno, potrà pure fermare il vento), bisogna ringraziarla perché non l’ha fatto, limitandosi a non far crollare la macchina?
    E, più importante d’ogni altra considerazione, non poteva evitare che il mio bel pino si rovinasse, cazzo?

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  • Analogie giudiziarie — Un papa (quasi) nero

    16 07 2007 di Francesco Minciotti

    Pensate un po’: la chiesa cattolica patteggia una cifra di 660 milioni di dollari con i familiari delle vittime di abusi sessuali compiuti, negli anni, da parte dei prelati americani, per evitare che si apra un processo per accertare la verità dei fatti.
    Non so perché, ma mi ricorda un po’ Michael Jackson.

    Vediamo ora quanti avranno il coraggio di ripetere, nei confronti di Santa Romana Chiesa e del suo comprarsi il silenzio, quanto venne detto all’epoca per il fantoccio musicale.

    I patteggiamenti si fanno — come qui in Italia — sull’entità della pena, non sulla possibilità che il processo si celebri o meno. Il sistema statunitense ha questo da imparare.

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