Questa è la cronistoria del mio fine settimana napoletano. E desidero ardentemente premettere — ma che questo non intacchi il dialogo che, eventualmente, qualcuno volesse instaurare — che ho sempre creduto nel rispetto reciproco e nell’ugugaglianza ontologica da accordare ad ogni essere umano.
Tuttavia, Napoli e le zone da me visitate tutt’attorno sono arretrate, e di molto, rispetto alle zone in cui vivo. E’ un dato di fatto che ora tenterò di motivare, raccontandovi nel mezzo il mio fine settimana di rilassamento.
— Primo giorno: Pompei (foto)
Scesi dal treno a Napoli centrale, ci ritroviamo in un marasma di persone che urlano in napoletano, e fatichiamo svariati minuti prima di trovare una biglietteria elettronica per acquistare i biglietti per Pompei. Dopo varie peregrinazioni ne troviamo alcune, tutte assiepate in un unico e solo punto della stazione (fa male, disporle più uniformemente?): cerco di fare il biglietto, ma mi viene detto che quel biglietto non può essere fatto. Così, dopo anni di elettronica, mi ritrovo a fare la fila in una biglietteria con l’omino. Orribile.
Acquistato il biglietto appropriato (che nessuno mai avrebbe poi controllato) ci dirigiamo sul treno Napoli-Pompei, che dovrebbe essere un piccolo vanto della rete ferroviaria locale — il lettore tenga a mente che in quelle zone fu costruita la ferrovia più antica del Regno — per il numero di turisti che la prendono, e che invece è un carro-bestiame, o poco più. Accomodatici, in attesa che il treno parta un «barbone» passa lungo il vagone a chiedere qualche spicciolo. No, nulla di straordinario (a Termini succede spesso), se non fosse per il fatto che il sedicente «barbone» era nient’altro che un ragazzo poco più che ventenne che, vestito di tutto punto, passava a chiedere 80 centesimi «per un caffè, iamm’». Mendicare un caffè, in effetti, mi mancava.
Ad ogni modo, il treno parte e passa per posti che ritengo più propri delle favelas brasiliane, che non dell’Italia (si ricordi: un treno con molta affluenza turistica); uno squallore che solo lo sbigottimento e la morbosa curiosità mi hanno impedito di ritrarre con la fida fotocamera.
Arrivati con dieci minuti di ritardo su un totale di trenta, attendiamo la nostra amica/guida locale che ci deve ciceroneggiare per tutto il fine settimana; nell’attesa, inganniamo il tempo a contare quale automobilista compia il maggior numero d’infrazioni con una sola manovra. Il migliore, totalizza un invidiabile punteggio di tre: sorpasso a destra di un autobus in sosta, su strisce gialle dei taxi, nel mentre d’una telefonata rigorosamente senza auricolare. Non ho avuto modo di constatare la presenza della cintura di sicurezza, ma non potrei giurare che non l’avesse. Tutto ciò, in una raffinatissima suite di clacson come se avesse vinto l’Italia.
Arriva la nostra guida, e ci porta al bed&breafast Cave canem.
— Il bed&breakfast
Cave canem è un alloggio molto grazioso, sebbene sito in un comprensorio davvero squallido. Il prezzo (70€/notte per una doppia) è affrontabilissimo, e solo qualche sbavatura (mancanza di asciugamani, sapone e carta igienica), prontamente rimediata dal locandiere, segna il passo;
e l’ubicazione — poche centinaia di metri dall’ingresso degli scavi archeologici — ci convinse a suo tempo a prenotare. I proprietari, tuttavia, sono molto solerti e servizievoli. Peccato che non avessero idea del fatto che saremmo arrivati. Sì, perché nonostante avessi chiesto, via sito, dapprima la disponibilità della stanza, e poi, a conferma ricevuta, avessi prenotato con regolare ricezione della conferma di prenotazione (totale: quattro mail), sono rimasti a bocca aperta quando ho detto loro chi eravamo, quanto saremmo rimasti e come li avessimo contattati.
Per voi tecnofili, è da notare la presenza di Internet nella misteriosa variante ethernet, che mi ha reso impossibile — ah!, avessi acquistato la nuovissima Airport express N — la navigazione con l’iPod Touch.
Ma il tocco del signore è senza dubbio l’«inglese» dei vari avvisi per gli ospiti sui comportamenti da tenere all’interno della struttura: Babel fish non avrebbe saputo creare di meglio. Sono stato ore a leggerli e rileggerli, e ora faccio ridere pure voi.
— La gente
La gente, da quelle parti, è rumorosa, chiassosa e urlante. E parla un idioma tendenzialmente sconosciuto, anche quando si approccia con lo straniero (nel caso di specie, me). Per strada, urlano; al telefono, urlano; quando guidano, strombazzano ad ogni piè sospinto. Pure i motori delle macchine e dei motorini sembrano fare più casino dei loro analoghi in altre parti d’Italia, pensate un po’. Inoltre, qualche esempio umano chiarirà il cima.
Eravamo in fila da McDonald’s, per mangiare un boccone al volo e a poca spesa prima d’entrare agli scavi. D’un tratto, si appressa un bambino di una diecina d’anni, con la cartella sulle spalle e vestito con una tuta Nike tutta linda e pinta, e il tipico accento della zona. Sarà stato il figlio del tabaccaio o del salumiere del paese, credo. Mi tende la mano a mo’ d’elemosina e chiede: «Signore, mi compr’ un panin’? Pe’ ffavor’!». Sbigottito, non rispondo neanche e vedo il bambino avanzare la stessa richiesta a tutte le persone in fila davanti a me, ricevendo una sonora sconfitta su tutti i fronti. Così, arrivato il suo turno, tira fuori i soldini dalla tasca — i suoi soldini! — e acquista un panino. Un po’ come il tizio che elemosinava il caffè sul treno, insomma.
Il pomeriggio, intenti con la Stella all’acquisto di alcuni babbà in una pasticceria di Pompei, vediamo entrare con la coda dell’occhio una buzzicona sgraziata, la quale, passandoci vicino, tocca con le mani a corna la Stella e le «attacca la sfortuna». E poi inizia ad urlare, con inconfondibile accento indigeno, che ormai è sfigata e che può salvarsi solo acquistando un amuleto. Non la filiamo e lei, dopo poco, si attacca ad un altro avventore, il quale la finanzia con qualche monetina; incuriosito dalla scena, mi fermo ad osservare per alcuni minuti — la Stella mi stava trascinando via per la giacchetta, visto che il nostro acquisto era stato ultimato da un pezzo — la porta-sfiga che tentava, invano, di dare il resto dell’elemosina, perché secondo lei era troppo. La tanto blasonata etica degli affari.
La sera, dopo cena — un coso buonissimo chiamato panuozzo, in una pizzeria di fronte all’ospedale di Gragnano — la nostra amica ci riaccompagna a casa in macchina. Piove fortissimo, e la zona del bed&breakfast è interdetta al traffico perché zona pedonale. Ad un certo punto, si avventura contromano (imparerò di lì a poco che la segnaletica stradale è un’opinione relativissima da quelle parti) per la nostra via; sbigottiti, scendiamo. Nel tempo dell’apertura del cancello, altre quattro/cinque macchine passano contromano, sfrecciando a tutta velocità.
— Secondo giorno: Napoli (foto)
Partiti di mattina con la Circumvesuviana, al cui confronto il carro-bestiame Napoli-Pompei sembrava un treno olandese (un rumore assordante pari a quello di mille Ape Cross ti perfora i timpani quando è in movimento; i posti a sedere, dei seggiolini da stadio instabili, sono tutti deturpati; piove dentro; i vetri sono quasi opachi, tanto lo sporco che v’è incrostato) arriviamo a Napoli. In zona stazione, cercano di vendermi di tutto: particolarmente degni di nota, un signore con un Acer nuovo di zecca sulle mani, e un altro con un N95 8Gb, rispettivamente a 100€ e 50€.
Qui, il discorso della relatività del codice della strada s’eleva all’ennesima potenza: i rossi semaforici sono parole al vento, con quadrivi in cui le macchine attraversano in tutti i sensi di marcia e da tutt’e quattro le strade contemporaneamente. Quando — ingenuo! — vado a premere il pulsante per attivare l’omino verde pedonale per attraversare la strada, alzo gli occhi e, dall’altro lato, il semaforo pedonale mancava del tutto. Ditemi voi a che cazzo serve il pulsantino, allora.

Arriviamo nel cuore di Napoli, Spaccanapoli, dopo aver attraversato zone molto, molto degradate. Il centro è assolutamente affascinante nella sua povertà e sgarrupatezza, e piazza Nilo, con la prestigiosa pasticceria Scaturchio, mi ha visto sostare più volte nel corso della giornata, affascinato dai suoi prelibatissimi babbà.
Dopo un lungo giro turistico, che ci ha portato da via Toledo per piazza del Plebiscito, la galleria Umberto I, il Maschio angioino, s’è fatta ora di pranzo, e ci mettiamo alla ricerca della più famosa pizzeria di tutta Napoli, da Michele. Cammina cammina, dopo aver preso l’R2 (famigeratissimo autobus dal quale anche l’omino del deposito bagagli della stazione ci ha messo in guardia) rigorosamente senza biglietto (la nostra amica m’ha risposto con un sorriso commiserevole alla mia richiesta di acquistare un biglietto), ci troviamo di fronte ad uno spettacolo terrificante, più terrificante di ogni cosa terrificante che vi possa venire in mente proprio ora: la saracinesca di Michele era abbassata!
Dopo pianti durati ore, c’incamminiamo verso la pizzeria Di Matteo, la seconda più prelibata dell’intera cintura partenopea. Lungo la via, le zone si fanno progressivamente più deturpate, fino ad arrivare in un comprensorio che sembrava appena uscito da una guerra civile: case che non so ancora come facessero a non crollare; donne con lunghe vestaglie sgarrupate come le case affacciate al balcone a fumare e a parlare dal proprio a quello della casa dirimpetto, e ad indicarci come «Guarda chist’!»; edicole votive sotto teche di vetro e acciaio che sembrano la papamobile, ornate da ritratti 30×40 di giovani presumibilmente morti; scugnizzi in numero variabile su motorini con la costante dell’assenza del casco, che percorrono le strade in ogni dove, come se il codice della strada non fosse ancora stato inventato. Ragazzine — mocciosette — tutte tirate a lucido come la peggiore Anna Tatangelo o la Velina di turno, che urlano e bestemmiano come scaricatori di porto, sempre in motorino e sempre senza casco. E più avanti, girato un altro angolo, la little Italy di Al Capone: banchi di pesce a tutti i lati sotto panni, sempre sporchi, a stendere; un chiasso infernale di motorini, macchine e urla; vecchiette sedute ai lati della strada che vendevano, su banchetti traballanti, sigarette a 2,50€ il pacchetto, con cartellini sgrammaticati e dalla grafia stentata. La stretta attorno alla mia reflex, al sicuro nella sua quasi anonima custodia, s’andava rinforzando ad ogni passo che facevo; e per tanta che fosse la brama di ritrarre quel paesaggio, più forte è stato l’istinto di sopravvivenza che me lo ha impedito.
Le parole non potranno mai descrivere ciò che ho visto.
All’uscita da quella via, e tornati in un posto vagamente più umano, la nostra amica si gira indietro e ci dice: «Non ve l’ho detto prima per non spaventarvi, ma siamo appena passati per Forcella». Forcella, il famigerato quartiere dove uccisero Annalisa Durate, incolpevole passante nel bel mezzo d’un fuoco incrociato fra camorristi rivali. Dovete passarci, per capire.
Dopo aver percorso a piedi, con spreto del pericolo, parte di via del Tribunale, aver trovato chiuso anche Di Matteo, aver versato altrettante lacrime amare ed esserci dissetati con n. 2 bottigliette d’acqua da 50cl prese in un bar (spesa totale: 1€. Manco più al distributore automatico, questi prezzi), abbiamo girato i tacchi e siamo and