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    Indicazioni per uccidermi /10

    23 07 2008 di Francesco Minciotti

    Se qualcuno di voi mujahedin fosse dalle parti di Villa Ada venerdì sera e/o gli garbassero i Baustelle, fatemi un fischio digitale, e magari si passa una serata insieme io, la Stella e voi con mucho gusto.

    P.s.: Di biglietti, a questa pagina di biglietto.it, ce n’erano ancora 346 quando ho acquistato i miei due; quindi, per gli eventuali interessati, sappiate che c’è ancora modo di prenderli col vostro culetto placidamente adagiato sulla sedia.

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  • Fausto è il giorno!

    26 06 2008 di Francesco Minciotti

    Il 26 giugno nella storia:

    1819: Viene brevettata la bicicletta.

    1945: Firmato lo Statuto delle Nazioni Unite.

    1977: Ultimo concerto di Elvis Presley.

    1983: Mia madre mi partorisce.

    La tragedia è che, alla ricerca di qualche personaggio famoso nato in questo giorno, non ho trovato che mezze tacche, con la superba eccezione di:

    1950: Umberto Smaila.

    Il mio compleanno non sarà mai più lo stesso.

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  • United States of America, we meet, at last!

    19 06 2008 di Francesco Minciotti

    Prenotazione States :D

    Ad un prezzo orribilmente alto, ma con una contentezza che ha del libidinoso (tra l’altro, il volo diretto di ritorno, a quel prezzo, è una sciccheria).

    M’immagino già dentro negozi Apple a comprare l’incomprabile, dato il cambio; e a downtown a Chicago, e sull’Empire State Building sulla Sears Tower, e sulle rive del lago Michigan, e… in un bel po’ di posti della mia infanzia, che ricordo con estremo piacere.

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  • Note in margine ad un funerale

    15 06 2008 di Francesco Minciotti

    E così giovedì scorso, in un pomeriggio che da piovoso è passato a nuvoloso per poi lasciare spazio ad un sole timido, abbiamo seppellito mio cugino Marco, della cui triste storia vi ho già parlato.

    Al funerale, il prete ha tentato d’arrampicarsi sugli specchi, ma quando il pensiero move da null’altro che dogmi e assiomi il gioco è facile, per il retore in abito talare che vi si cimenti, sebbene fallace al ragionamento d’una mente poco poco senziente: come si farà a giustificare — giustificare razionalmente, intendo — la morte di una persona buona come mio cugino trentunenne con il fatto che «dio ha voluto così, e tutti noi dobbiamo accettarlo e viverlo serenamente», solo un beota può comprenderlo. Tant’è che lo spirito laico, e per questo sano, ha prevalso: avendo dato lettura di questa lettera, che il sottoscritto ha redatto con convinzione e sincerità (tranne il passo sulla sicurezza di una «vita eterna e felice» messo lì solo per il sollievo dei genitori — qui lo posso dire), sono stati raccolti più di duemila euro in donazioni a favore dell’AIL, l’associazione di ricerca contro le leucemie; laddove, e ci scommetto, un’ordinaria richiesta di donazione a favore della chiesa avrebbe raggranellato più spiccetti che altro. E’ lo spirito della vita e della razionalità che prevale, e non l’oscurantismo del dogmatismo.

    Di poi, ci siamo recati al cimitero, dove nel silenzio surreale di svariate decine di astanti ha avuto luogo la tetra ed incomprensibile tumulazione; chi non l’ha mai vissuta non può avere idea di quanto a lungo possa durare la muratura di un loculo, e di quanto possa sentirsi cristallinamente il rumore della calce che viene stesa con cura dal muratore, stante la presenza di una folla purchessia. E gli sguardi di detta folla — gli sguardi, ora fissi sulla bara, ora distolti con moto rigonfio d’imbarazzo verso il cielo o la terra o dovunque, purché lontani dall’incrociare loro simili, questi sguardi erano, dicevo, glaciali.

    Infine, uscendo, siamo passati di fronte alla tomba di un mio vecchio conoscente, teppista di paese, morto a ventun anni di overdose, dopo aver condotto una breve vita fatta di ubriacature, pestaggi e soprusi vari. E allora uno va a pensare, cinicamente, che passi per chi la morte la va a cercare a braccia aperte, ma col cazzo che uno può accettare «serenamente» la morte prematura e piena di sofferenze di una persona buona e gentile. E non si tratta di affetto familiare, o anche solo amicale: anche al perfetto sconosciuto dovrebbe rodere il cazzo: si tratta di giustizia universale, che in quanto tale prescinde dai sentimenti particolari.

    Ma soprattutto non riesco a smettere di pensare ad un fatto, microscopico ed apparentemente insignificante come lo sono tutte le grandi verità della vita: sopra ai mazzi di fiori posati di fronte al loculo, un’ape laboriosa s’è data da fare a nutrirsi del loro nettare, passando meticolosamente di pistillo in pistillo, inconsapevolmente grata di tutto quel ben di dio. Zigzagava profondendovi un impegno stakanovista, e lo faceva con abilità certosina, devo dire; il tutto è durato per interi minuti, minuti nei quali non ho potuto fare a meno di guardarla, rapito, compiere un gesto così ordinario e necessario, di cui però ignorava un secondo significato ben più profondo, che a me pareva essere fondamentale: se dalla morte rinasce la vita, anche una vita elementare come quella di un’ape o di un fiore di cui questa contribuirà alla nascita grazie al suo volo fecondatore, allora c’è del bene in ogni cosa, e la vita vale la pena d’essere vissuta, perché è intrinsecamente buona.

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  • Addio, Marco

    12 06 2008 di Francesco Minciotti

    Quello ritratto nella foto è mio cugino Marco.

    Per meglio dire, era: Marco è morto martedì 10 giugno 2008, un giorno dopo il compimento del suo trentunesimo anno d’età. Sì, Marco aveva 31 anni.

    E’ morto in seguito ad un linfoma, un tumore del sangue; è sopraggiunto qualche anno dopo che aveva vinto la sua prima battaglia contro un seminoma, un tumore del testicolo.

    Il lettore, a questo punto, si sarà posto il dilemma se Marco è stato incredibilmente sfortunato, o geneticamente tarato, o cos’altro: quel che posso dire — ma è una mia convinzione, almeno per ora non suffragata da prove incontrovertibili — è che Marco prestò servizio militare obbligatorio (la dannatissima leva, l’anno di proprietà dello Stato che il cittadino doveva) presso la base interforze di Perdasdefogu, in Sardegna, nel 1997. Sì, proprio quella base in cui non venivano stoccate munizioni all’uranio impoverito, secondo le relazioni ministeriali del 2004. Basta fare una ricerca su Google per vedere come molti altri che son passati da quella base siano morti — coincidenza! — di linfoma, per rendersi incontrovertibilmente conto del fatto che no, non c’era assolutamente traccia di uranio, come dicono i militari.

    Ad ogni modo, non è mia intenzione aprire una polemica qui e ora; dal momento che vivo in simbiosi con la Rete, voglio rendere a mio cugino, che durante la sua malattia scoprì il computer, Internet, MSN, Skype e tutto il resto con il mio aiuto, un ultimo saluto. Credetemi: era una persona buona, e se lo merita.

    Anche i vostri, se volete.

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  • Vendo Super monkey ball banana blitz per Wii

    28 05 2008 di Francesco Minciotti

    Come da titolo, visto che fu un regalo per la Stella e non lo degnò di molta considerazione (leggi: inserito nella Wii una sola volta, e poi riposto nel porta DVD), lo trovate in questa asta su eBay, o anche a chiudere qui, in bonis e senza mediatore. 26€, e la spedizione con posta prioritaria offerta dal sottoscritto; raccomandata (4€) a carico vostro.

    Fine dell’articolo autopromozionale.
    Anzi no, prima delle foto.

    (Altre foto su Flickr)

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  • Il Web-tornitore è lieto di presentarvi il nuovo sito di Quaderni Radicali (aka: l’orrida marketta)

    23 05 2008 di Francesco Minciotti

    Quaderniradicali.com

    Prima pagina del nuovo sito di Quaderni Radicali

    Come molti di voi ormai sapranno, è qualche settimana che lavoro per Agenzia Radicale e Quaderni Radicali, la prima quotidiano in linea, la seconda bimestrale di attualità politica e sociale che vede il suo primo numero pubblicato nel 1977. Ho iniziato come redattore di scienza e tecnologia, e ben presto ho preso in mano il settore del Web e, in particolar modo, la consulenza mediatica e la costruzione di siti. Dopo aver litigato e passato giorni bui con la loro piattaforma di pubblicazione, Joomla!, sono riuscito in una settimana abbondante a metter su un sito che credo sia di tutto rispetto, il nuovo sito di Quaderni Radicali.
    Ho cercato di usare tutte le tecniche informatiche innovative per connetterli a questa strana cosa che è il Web 2.0: e quindi video, audio, interazione con i commenti, feed RSS, per ora; per il futuro, ho in mente qualche altra novità.

    Per ora — vista la natura personale e, in buona sostanza, autoreferenziale del sitYno — ho deciso di comunicarvi che il Vostro ha compiuto in totale solitudine, dalla grafica all’HTML, passando per la gestione dei contenuti multimediali, la costruzione del sito, sperando che incontri il favore dei visitatori. Pertanto, le vostre opinioni sono graditissime.

    Per i mujahedin, vi segnalo che sul numero attualmente in edicola (ne vedete la copertina nella schermata soprastante) è presente un mio articolo sull’asta WiMAX conclusasi a fine febbraio 2008, e disponibile integralmente anche sul sito: WiMAX: in Italia si va al minimo.

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  • PixY turns five today

    05 05 2008 di Francesco Minciotti

    z

    PixY

    And it still rocks!

    Come vedete, il signorino PixY (all’anagrafe un Sony Ericsson p800) non accenna a diminuire la sua figaggine, nonostante oggi, cinque maggio 2008, compia ben cinque anni.
    Dovete sapere che illo tempore, quando feci l’acquistone, pensai che sarebbe durato in eterno — insomma, «in eterno» per quanto possa essere eterna la tecnologia, ecco. Venivo da un Nokia 7110 — già molto figo di suo: era il telefono di Matrix —, e pensare ad un cellulare con lo schermo sensibile al tocco, che riconosceva la grafia umana e la trasformava in caratteri digitali, che faceva le foto (ma non i video, senza un preciso hack) ma prima ancora un cellulare a colori, era qualcosa di fantascientifico. Oggi alcune giovani menti potranno trovare ironico tutto ciò, ma vi assicuro che al tempo sbalordi persone su persone. E vi dirò di più: quando scrivo sul telefono col pennino, e with a little magic lui lo trasforma in lettere — e non sbaglia praticamente mai! — c’è gente che ancora rimane a bocca aperta. E’ qualcosa che ancora l’iPhone non fa, per dirne una.

    Quasi sicuramente, il buon PixY andrà definitivamente in vacanza quest’estate, quando in un modo o nell’altro metterò le mani sul probabilissimo (ma ancora ufficialmente inesistente) iPhone 3G; venendo da una comunione che dura ormai da settembre 2007 con un iPod touch 16Gb, non posso non considerare definitivamente l’interfaccia touch il futuro più futuro che ci sia — e quella Apple, in particolare, ché col mio MacBook si capirebbero alla grande! Niente di nuovo sotto il sole, poi, che già il 17 gennaio 2007 dicevo queste parole:

    Semplicemente, ora so quale sarà il successore del mio vecchio compare PixY: il nuovissimo iPhone Apple.

    Ad ogni modo, caro PixY, non voglio parlare della tua tomba, ma glorificarti ed incensarti pubblicamente, per la sboroneria, l’utilità e la figaggine che mi hai donato in tutti questi lunghi cinque anni.

    Lunga vita a te, mio fedele ferrovecchio sempre nuovo!

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  • Mille e non più mille

    03 05 2008 di Francesco Minciotti

    Nel momento in cui leggerete queste righe il vostro, accompagnato dalla fida Stella, sarà in quel di Chianciano terme — e precisamente al centro congressi Excelsior — per presenziare all’Assemblea dei Mille dei Radicali; almeno un giorno su tre dovevo beccarmelo, no?

    Speriamo di trascorrere una bella giornata in compagnia di tutti radicali, e in particolar modo del gruppo dei miei colleghi di Agenzia e Quaderni radicali, ufficialmente presenti all’Assemblea.

    Laddove ci fosse una connessione Internet, non mancherò di fare una bella twittata in diretta col mio fido iTouch. Sennò, vi beccherete il pipposissimo resoconto domenicale ;)

    A bientot!

    P.s.: Sì, in effetti anche questa è un’occasione per uccidermi.

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  • Vedi Napoli se non muori

    10 04 2008 di Francesco Minciotti

    Questa è la cronistoria del mio fine settimana napoletano. E desidero ardentemente premettere — ma che questo non intacchi il dialogo che, eventualmente, qualcuno volesse instaurare — che ho sempre creduto nel rispetto reciproco e nell’ugugaglianza ontologica da accordare ad ogni essere umano.

    Tuttavia, Napoli e le zone da me visitate tutt’attorno sono arretrate, e di molto, rispetto alle zone in cui vivo. E’ un dato di fatto che ora tenterò di motivare, raccontandovi nel mezzo il mio fine settimana di rilassamento.

    — Primo giorno: Pompei (foto)

    Scesi dal treno a Napoli centrale, ci ritroviamo in un marasma di persone che urlano in napoletano, e fatichiamo svariati minuti prima di trovare una biglietteria elettronica per acquistare i biglietti per Pompei. Dopo varie peregrinazioni ne troviamo alcune, tutte assiepate in un unico e solo punto della stazione (fa male, disporle più uniformemente?): cerco di fare il biglietto, ma mi viene detto che quel biglietto non può essere fatto. Così, dopo anni di elettronica, mi ritrovo a fare la fila in una biglietteria con l’omino. Orribile.
    Acquistato il biglietto appropriato (che nessuno mai avrebbe poi controllato) ci dirigiamo sul treno Napoli-Pompei, che dovrebbe essere un piccolo vanto della rete ferroviaria locale — il lettore tenga a mente che in quelle zone fu costruita la ferrovia più antica del Regno — per il numero di turisti che la prendono, e che invece è un carro-bestiame, o poco più. Accomodatici, in attesa che il treno parta un «barbone» passa lungo il vagone a chiedere qualche spicciolo. No, nulla di straordinario (a Termini succede spesso), se non fosse per il fatto che il sedicente «barbone» era nient’altro che un ragazzo poco più che ventenne che, vestito di tutto punto, passava a chiedere 80 centesimi «per un caffè, iamm’». Mendicare un caffè, in effetti, mi mancava.
    Ad ogni modo, il treno parte e passa per posti che ritengo più propri delle favelas brasiliane, che non dell’Italia (si ricordi: un treno con molta affluenza turistica); uno squallore che solo lo sbigottimento e la morbosa curiosità mi hanno impedito di ritrarre con la fida fotocamera.
    Arrivati con dieci minuti di ritardo su un totale di trenta, attendiamo la nostra amica/guida locale che ci deve ciceroneggiare per tutto il fine settimana; nell’attesa, inganniamo il tempo a contare quale automobilista compia il maggior numero d’infrazioni con una sola manovra. Il migliore, totalizza un invidiabile punteggio di tre: sorpasso a destra di un autobus in sosta, su strisce gialle dei taxi, nel mentre d’una telefonata rigorosamente senza auricolare. Non ho avuto modo di constatare la presenza della cintura di sicurezza, ma non potrei giurare che non l’avesse. Tutto ciò, in una raffinatissima suite di clacson come se avesse vinto l’Italia.
    Arriva la nostra guida, e ci porta al bed&breafast Cave canem.

    — Il bed&breakfast

    Cave canem è un alloggio molto grazioso, sebbene sito in un comprensorio davvero squallido. Il prezzo (70€/notte per una doppia) è affrontabilissimo, e solo qualche sbavatura (mancanza di asciugamani, sapone e carta igienica), prontamente rimediata dal locandiere, segna il passo;Inglese pompeiano e l’ubicazione — poche centinaia di metri dall’ingresso degli scavi archeologici — ci convinse a suo tempo a prenotare. I proprietari, tuttavia, sono molto solerti e servizievoli. Peccato che non avessero idea del fatto che saremmo arrivati. Sì, perché nonostante avessi chiesto, via sito, dapprima la disponibilità della stanza, e poi, a conferma ricevuta, avessi prenotato con regolare ricezione della conferma di prenotazione (totale: quattro mail), sono rimasti a bocca aperta quando ho detto loro chi eravamo, quanto saremmo rimasti e come li avessimo contattati.
    Per voi tecnofili, è da notare la presenza di Internet nella misteriosa variante ethernet, che mi ha reso impossibile — ah!, avessi acquistato la nuovissima Airport express N — la navigazione con l’iPod Touch.

    Ma il tocco del signore è senza dubbio l’«inglese» dei vari avvisi per gli ospiti sui comportamenti da tenere all’interno della struttura: Babel fish non avrebbe saputo creare di meglio. Sono stato ore a leggerli e rileggerli, e ora faccio ridere pure voi.

    — La gente

    La gente, da quelle parti, è rumorosa, chiassosa e urlante. E parla un idioma tendenzialmente sconosciuto, anche quando si approccia con lo straniero (nel caso di specie, me). Per strada, urlano; al telefono, urlano; quando guidano, strombazzano ad ogni piè sospinto. Pure i motori delle macchine e dei motorini sembrano fare più casino dei loro analoghi in altre parti d’Italia, pensate un po’. Inoltre, qualche esempio umano chiarirà il cima.

    Eravamo in fila da McDonald’s, per mangiare un boccone al volo e a poca spesa prima d’entrare agli scavi. D’un tratto, si appressa un bambino di una diecina d’anni, con la cartella sulle spalle e vestito con una tuta Nike tutta linda e pinta, e il tipico accento della zona. Sarà stato il figlio del tabaccaio o del salumiere del paese, credo. Mi tende la mano a mo’ d’elemosina e chiede: «Signore, mi compr’ un panin’? Pe’ ffavor’!». Sbigottito, non rispondo neanche e vedo il bambino avanzare la stessa richiesta a tutte le persone in fila davanti a me, ricevendo una sonora sconfitta su tutti i fronti. Così, arrivato il suo turno, tira fuori i soldini dalla tasca — i suoi soldini! — e acquista un panino. Un po’ come il tizio che elemosinava il caffè sul treno, insomma.

    Il pomeriggio, intenti con la Stella all’acquisto di alcuni babbà in una pasticceria di Pompei, vediamo entrare con la coda dell’occhio una buzzicona sgraziata, la quale, passandoci vicino, tocca con le mani a corna la Stella e le «attacca la sfortuna». E poi inizia ad urlare, con inconfondibile accento indigeno, che ormai è sfigata e che può salvarsi solo acquistando un amuleto. Non la filiamo e lei, dopo poco, si attacca ad un altro avventore, il quale la finanzia con qualche monetina; incuriosito dalla scena, mi fermo ad osservare per alcuni minuti — la Stella mi stava trascinando via per la giacchetta, visto che il nostro acquisto era stato ultimato da un pezzo — la porta-sfiga che tentava, invano, di dare il resto dell’elemosina, perché secondo lei era troppo. La tanto blasonata etica degli affari.

    La sera, dopo cena — un coso buonissimo chiamato panuozzo, in una pizzeria di fronte all’ospedale di Gragnano — la nostra amica ci riaccompagna a casa in macchina. Piove fortissimo, e la zona del bed&breakfast è interdetta al traffico perché zona pedonale. Ad un certo punto, si avventura contromano (imparerò di lì a poco che la segnaletica stradale è un’opinione relativissima da quelle parti) per la nostra via; sbigottiti, scendiamo. Nel tempo dell’apertura del cancello, altre quattro/cinque macchine passano contromano, sfrecciando a tutta velocità.

    — Secondo giorno: Napoli (foto)

    Partiti di mattina con la Circumvesuviana, al cui confronto il carro-bestiame Napoli-Pompei sembrava un treno olandese (un rumore assordante pari a quello di mille Ape Cross ti perfora i timpani quando è in movimento; i posti a sedere, dei seggiolini da stadio instabili, sono tutti deturpati; piove dentro; i vetri sono quasi opachi, tanto lo sporco che v’è incrostato) arriviamo a Napoli. In zona stazione, cercano di vendermi di tutto: particolarmente degni di nota, un signore con un Acer nuovo di zecca sulle mani, e un altro con un N95 8Gb, rispettivamente a 100€ e 50€.
    Qui, il discorso della relatività del codice della strada s’eleva all’ennesima potenza: i rossi semaforici sono parole al vento, con quadrivi in cui le macchine attraversano in tutti i sensi di marcia e da tutt’e quattro le strade contemporaneamente. Quando — ingenuo! — vado a premere il pulsante per attivare l’omino verde pedonale per attraversare la strada, alzo gli occhi e, dall’altro lato, il semaforo pedonale mancava del tutto. Ditemi voi a che cazzo serve il pulsantino, allora.
    U babbà
    Arriviamo nel cuore di Napoli, Spaccanapoli, dopo aver attraversato zone molto, molto degradate. Il centro è assolutamente affascinante nella sua povertà e sgarrupatezza, e piazza Nilo, con la prestigiosa pasticceria Scaturchio, mi ha visto sostare più volte nel corso della giornata, affascinato dai suoi prelibatissimi babbà.Da Michele

    Dopo un lungo giro turistico, che ci ha portato da via Toledo per piazza del Plebiscito, la galleria Umberto I, il Maschio angioino, s’è fatta ora di pranzo, e ci mettiamo alla ricerca della più famosa pizzeria di tutta Napoli, da Michele. Cammina cammina, dopo aver preso l’R2 (famigeratissimo autobus dal quale anche l’omino del deposito bagagli della stazione ci ha messo in guardia) rigorosamente senza biglietto (la nostra amica m’ha risposto con un sorriso commiserevole alla mia richiesta di acquistare un biglietto), ci troviamo di fronte ad uno spettacolo terrificante, più terrificante di ogni cosa terrificante che vi possa venire in mente proprio ora: la saracinesca di Michele era abbassata!
    Dopo pianti durati ore, c’incamminiamo verso la pizzeria Di Matteo, la seconda più prelibata dell’intera cintura partenopea. Lungo la via, le zone si fanno progressivamente più deturpate, fino ad arrivare in un comprensorio che sembrava appena uscito da una guerra civile: case che non so ancora come facessero a non crollare; donne con lunghe vestaglie sgarrupate come le case affacciate al balcone a fumare e a parlare dal proprio a quello della casa dirimpetto, e ad indicarci come «Guarda chist’!»; edicole votive sotto teche di vetro e acciaio che sembrano la papamobile, ornate da ritratti 30×40 di giovani presumibilmente morti; scugnizzi in numero variabile su motorini con la costante dell’assenza del casco, che percorrono le strade in ogni dove, come se il codice della strada non fosse ancora stato inventato. Ragazzine — mocciosette — tutte tirate a lucido come la peggiore Anna Tatangelo o la Velina di turno, che urlano e bestemmiano come scaricatori di porto, sempre in motorino e sempre senza casco. E più avanti, girato un altro angolo, la little Italy di Al Capone: banchi di pesce a tutti i lati sotto panni, sempre sporchi, a stendere; un chiasso infernale di motorini, macchine e urla; vecchiette sedute ai lati della strada che vendevano, su banchetti traballanti, sigarette a 2,50€ il pacchetto, con cartellini sgrammaticati e dalla grafia stentata. La stretta attorno alla mia reflex, al sicuro nella sua quasi anonima custodia, s’andava rinforzando ad ogni passo che facevo; e per tanta che fosse la brama di ritrarre quel paesaggio, più forte è stato l’istinto di sopravvivenza che me lo ha impedito.
    Le parole non potranno mai descrivere ciò che ho visto.
    All’uscita da quella via, e tornati in un posto vagamente più umano, la nostra amica si gira indietro e ci dice: «Non ve l’ho detto prima per non spaventarvi, ma siamo appena passati per Forcella». Forcella, il famigerato quartiere dove uccisero Annalisa Durate, incolpevole passante nel bel mezzo d’un fuoco incrociato fra camorristi rivali. Dovete passarci, per capire.

    Dopo aver percorso a piedi, con spreto del pericolo, parte di via del Tribunale, aver trovato chiuso anche Di Matteo, aver versato altrettante lacrime amare ed esserci dissetati con n. 2 bottigliette d’acqua da 50cl prese in un bar (spesa totale: 1€. Manco più al distributore automatico, questi prezzi), abbiamo girato i tacchi e siamo and