E così, dopo le lamentazioni funebri del mondo civile, e qualche farisaica soffiata di naso da parte dei presidenti russi ex-agenti del KGB, cala il sipario sulla coraggiosa Anna Politkovskaia, giornalista russa conosciuta dal mondo come la voce della Russia che non ci sta, dei ceceni che vengono trucidati ogni giorno — a proposito, anche oggi e anche domani, con l’aggravante che Anna non li aiuterà più; rimanendo in tema, in Italia il lavoro continuerà ad essere portato avanti dal mio caro amico CeceniaSOS, che (voce isolata ma non meno rumorosa!) ci informa quotidianamente della barbarie che Putin il Macellaio permette venga perpetrata in quella landa desolata.
La conoscevo da qualche anno, Anna, certo non personalmente, ma attraverso i suoi libri, che squarciavano il vergognoso velo di silenzio e menefreghismo in cui è avvolta quella piccola striscia di terra ch’è la Cecenia. In particolare, mi ha colpito molto il suo Cecenia — Il disonore russo (Fandango libri, 2003), un resoconto agghiacciante su tutte le strazianti vicende che diventano vita quotidiana per i più sfortunati. Ve ne voglio riportare un passo, perché è solo con il silenzio che si legittima l’orrore. E io non voglio farmi latore di questa deprecabile tendenza dell’umanità.
[...]Nella stanza n. 1 [...]giace un corpo di donna, creatura divina celebrata da pittori e poeti di tutte le epoche e di tutti i paesi. Ma quel corpo sembra essere stato svuotato come un pollo e poi ricucito.
E’ una visione insostenibile. I chirurghi hanno aperto questa donna dal petto al pube. Le linee tracciate dal bisturi non sono dritte: si ramificano come un albero genealogico reale. A tratti, i punti di sutura hanno ceduto lasciando emergere piaghe purulente. [...] La donna martoriata si chiama Aisha. [...] «Non sento niente». Muove le labbra grigie cercando di parlare e, allo stesso tempo, tenta di fermare le gocce di sudore che le rigano il volto scivolando giù dai capelli rosso scuro. Ha enormi difficoltà. [...] «Mi hanno sparato», prova a spiegare Aisha con estremo sforzo, dopo aver perso brevemente conoscenza, «a bruciapelo».
«Dio mio! Ma perché?»
Ancora una volta, cerco di capire. Di nuovo, l’irrazionale prende il sopravvento.
«Per una birra!».
Due settimane prima, un giovane soldato russo [...] aveva fatto sedere davanti a sé, sul letto, una donna di Grozny di sessantadue anni, Aisha Suleimanov, e le aveva sparato a bruciapelo cinque pallottole calibro 5.45, vietate da tutte le convenzioni internazionali. Si tratta di pallottole dal baricentro decentrato, assolutamente disumane: attraversano il corpo con traiettorie bizzarre facendo esplodere gli organi al loro passaggio.
[...]
«Eravamo già coricati… A un tratto, alle due del mattino, credo, bussano alla porta. Qualcuno che bussa alla porta, a quell’ora, con il coprifuoco, non significa niente di buono. Ma siamo costretti ad aprire, sennò si rischia grosso. Perciò mio marito e io abbiamo aperto. Sulla porta ci sono due soldati. Dicono: “Dateci una birra!”. Gli rispondono: “Non vendiamo birra”. Insistono: “Vai, portaci un po’ di birra!”. Allora dico: “Da noi non c’è birra, le nostre leggi lo proibiscono”. Rispondono: “Bene, nonna”, e se ne vanno. Noi siamo tornati a letto».
[...]
«Poi siamo tornati a letto… Più o meno un’ora dopo, mi sono svegliata con quei due soldati che andavano da una stanza all’altra. Frugavano ovunque. Perquisivano. Ci hanno detto: “Stavolta siamo venuti per una zaciska (lett. «pulizia», termine usato dalle truppe russe per le spedizioni punitive e i sequestri di persona, NdA). Ho subito capito che ci volevano punire perché avevamo rifiutato di dar loro la birra e mi sono pentita di non aver loro proposto dei soldi in cambio. [...] Uno di loro è andato nella stanza dove dormivano i nostri nipotini: quattri mesi, un anno e mezzo e cinque anni. Ho avuto paura che violentassero mia nuora davanti ai bambini, perché li ho sentiti urlare. L’altro soldato ha ordinato a mio marito di seguirlo in cucina. Abas aveva ottantasei anni. Sento che gli propone dei soldi perché se ne vadano tutti e due. E poi, a un tratto, un urlo. Il soldato aveva ammazzato mio marito con una coltellata. Uscito dalla cucina, mi ha portato in camera, ero pietrificata. Capisco tutto ma non riesco a opporre resistenza. Con un tono dolce e indicandomi il letto con la mano, mi dice: “Siediti lì, nonnina, chiacchieriamo un po’”. [...] Gli ho detto: “Non fare paura ai bambini”. “Non si preoccupi”, mi ha risposto con voce soave. E con queste parole, senza alzarsi dalla sedia, mi spara addosso. Mia nuora mi ha raccontato che, dopo, hanno chiuso la porta piano e sono andati via.».
Non sono riuscita a scovare l’assassino, Oleg Kuzmin. (pagg. 9-11)
Così, semplicemente, ogni giorno da anni, trascorre la vita in Cecenia. Quante volte abbiamo sentito Putin scusarsi e lasciare la scena politica per la galera? Quante volte abbiamo sentito i nostri governanti deprecare tutto ciò? Noi l’invitiamo a Villa Certosa, ecco cosa facciamo. O, al più, ignoriamo a piè pari la vicenda.
E così, dicevo, per Anna il sipario è calato nell’androne del suo palazzo a Mosca, dove coraggiosamente viveva senza la paura dell’inevitabile. In certa parte ne è sempre stata consapevole: nel libro citato si legge: «Non sai mai quanto ti resterà da vivere, quando sei circondata da morti».
Questo valeva per lei, che camminava fra le macerie di Grozny. E vale anche per noi, affossati in una quotidianità di zombie apatici, che pensano alla macchina e alla partita.
Addio Anna, questa canzone è il mio regalo di commiato per te.