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    Unsubscribe me

    24 11 2007 di Francesco Minciotti

    Da vecchio socio di Amnesty non posso non rilanciare la palla che l’Organizzazione ha fatto partire in grande stile, pubblicandola in anteprima solo in Internet.
    Si tratta della nuova campagna Unsubscribe me: una protesta affinché tutti i cittadini si dissocino dalla «scelta forzata» a cui li hanno obbligati i loro governi, intraprendendo crimini spaventosi anche in nome del popolo che essi rappresentano, combattendo la «War of terror». Da qui, il «cancellami» del titolo della campagna.

    Il primo dei tre filmati che AI rilascerà nei prossimi mesi si intitola «Waiting for the guards»: si tratta della riproduzione di una tecnica di «interrogatorio» ufficialmente usata dalla CIA a Guantanamo (ma non solo) per «ammorbidire» i prigionieri. Consiste… beh, guardate il corto e capirete.
    Ah, prima di lasciarvi alla visione: l’attore protagonista non recita: è stato realmente tenuto in questa stress position per sei ore, prima d’iniziare le riprese.

    P.s.: Sì, lo so, c’è pure il filmato

    su Youtube, ma si vede male; meglio quello sul sito ufficiale, che è pure in 16:9.

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  • Free-Burma day!

    04 10 2007 di Francesco Minciotti


    Free Burma!
    C’è chi dice che non serve a un cazzo indossare la maglietta rossa o firmare petizioni in favore della Birmania.
    E’ possibile.
    Però, visto che l’utilità di ogni azione si può tripartire in utile, inutile e dannosa, finché non ci attestiamo su questo terzo gradino, io metto la maglietta rossa e sponsorizzo il Free Burma day. Ne ho fatte tante di cose inutili nella mia vita: perché non fare anche questa?

    Le battaglie si vincono anche con i movimenti d’opinione, e la pressione morale.

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  • Forza, bonzi birmani!

    28 09 2007 di Francesco Minciotti

    Maglia rossa per il Myanmar

    Purtroppo oggi sono in facoltà a sostenere un esame, e mi ci tratterò fino a cessata necessità, sperando in bene; quindi, credo che mi perderò la manifestazione indetta da Amnesty international, sotto l’ambasciata birmana in Roma, via della Camilluccia 551, per oggi alle 17:30 (ma chi può, che vada!)
    Pertanto, aderisco alla protesta della «giornata della maglia rossa» promossa non so da chi, per protestare contro la brutale repressione delle pacifiche ma risolute proteste dei bonzi birmani di questi giorni in Myanmar.

    «In support of our incredibly brave friends in Burma: May all people around the world wear red shirt on Friday 28. Please forward!»

    In supporto ai nostri coraggiosi amici birmani: possano tutti nel mondo indossare una maglietta rossa venerdì 28. Per cortesia, inoltrate il messaggio!

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  • Io sono presente (.it)

    22 09 2007 di Francesco Minciotti
    E’ lo spot promozionale di una nuova campagna lanciata da Terre des homme, ONG di specchiata reputazione circa la quale — per quel che vale — posso dare la mia più totale approvazione, avendo conoscenza personale di ragazzi a capo dei progetti umanitari.
    Ma pù che parlare io, lascio la parola a loro:
    E’ il nome che Terre des Hommes Italia ha avviato per mandare a scuola 10.000 di bambini in tutto il mondo.
    Sostenere la campagna di Obiettivo Scuola è facile.
    Dal 17 settembre al 10 ottobre 2007 puoi mandare un SMS al n. 48584 da cellulari privati TIM, Wind, Vodafone e 3 per donazioni da 1 euro o telefonare da rete fissa Telecom Italia sempre al n. 48584 per donazioni di 2 euro.
    Oppure puoi attivare un sostegno a distasnza (300 euro l’anno) chiamando il n. 02 28970418 o visitando il sito www.terredeshommes.it
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  • Mattina (o sera?)

    15 02 2007 di Francesco Minciotti

    M'illumino di meno @ CaterpillarUn signor programma radiofonico, tal Caterpillar, sta portando avanti la sua parte di campagna (da quest’anno) internazionale sull’istruzione energetica, e da queste parti — oltre a riconoscergliene merito — si vuole continuare a spargere il verbo con il passaparola. L’iniziativa, in sintesi, prevede questo: a partire dalle ore 18 di venerdì 16, l’intera popolazione è invitata a spegnere tutto ciò che d’elettrico ha in casa il cui funzionamento non è strettamente necessario (vale a dire, non spegnete il polmone artificiale del nonno, né il termostato dell’acquario).
    Può sembrare sterile?
    Manco per il cippolo! S’è calcolato che, con lo spegnimento programmato dello scorso anno, si risparmiò «nella sola ora e mezza di durata della trasmissione, l’equivalente del consumo medio quotidiano di una regione come l’Umbria».
    Al di là poi del risparmio pratico (tutto sommato modesto), è da sottolineare come l’impostazione maieutica dell’iniziativa possa e debba essere amplificata: è bene che si inizi a comprendere che il mondo è nostro, e noi e soltanto noi possiamo fare — in prima persona! — qualcosa per salvarlo. Così, se pure possa sembrare poco, il risparmiare per quell’oretta misera, che ciascuno poi riproduca, per ogni altro giorno, comportamenti ecologicamente sani: spegnere i televisori quando non si usano (il che significa che la lucina dello stand-by deve essere spenta); spegnere le luci quando si esce da una stanza (e magari sostituirle con quelle a basso consumo), anche se si pensa di doverci tornare solo dopo qualche minuto, e così via.

    Anzi, vi riporto il decalogo stilato proprio da Caterpillar:

    M’ILLUMINO DI MENO 2007
    Giornata Internazionale del Risparmio Energetico

    Buone abitudini per il 16 febbraio (e anche dopo!)

    1. spegnere le luci quando non servono

    2. spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici

    3. sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria

    4. mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola

    5. se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre

    6. ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria

    7. utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne

    8. non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni

    9. inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni

    10. utilizzare l’automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto.

    E ricordati di spegnere tutte le luci e i dispositivi elettrici non indispensabili venerdì 16 febbraio alle ore 18! (fonte)

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  • Addio, coraggiosa signora dal nome impronunciabile

    11 10 2006 di Francesco Minciotti

    Anna Politkovskaya    E così, dopo le lamentazioni funebri del mondo civile, e qualche farisaica soffiata di naso da parte dei presidenti russi ex-agenti del KGB, cala il sipario sulla coraggiosa Anna Politkovskaia, giornalista russa conosciuta dal mondo come la voce della Russia che non ci sta, dei ceceni che vengono trucidati ogni giorno — a proposito, anche oggi e anche domani, con l’aggravante che Anna non li aiuterà più; rimanendo in tema, in Italia il lavoro continuerà ad essere portato avanti dal mio caro amico CeceniaSOS, che (voce isolata ma non meno rumorosa!) ci informa quotidianamente della barbarie che Putin il Macellaio permette venga perpetrata in quella landa desolata.
    La conoscevo da qualche anno, Anna, certo non personalmente, ma attraverso i suoi libri, che squarciavano il vergognoso velo di silenzio e menefreghismo in cui è avvolta quella piccola striscia di terra ch’è la Cecenia. In particolare, mi ha colpito molto il suo Cecenia — Il disonore russo (Fandango libri, 2003), un resoconto agghiacciante su tutte le strazianti vicende che diventano vita quotidiana per i più sfortunati. Ve ne voglio riportare un passo, perché è solo con il silenzio che si legittima l’orrore. E io non voglio farmi latore di questa deprecabile tendenza dell’umanità.

      [...]Nella stanza n. 1 [...]giace un corpo di donna, creatura divina celebrata da pittori e poeti di tutte le epoche e di tutti i paesi. Ma quel corpo sembra essere stato svuotato come un pollo e poi ricucito.
    E’ una visione insostenibile. I chirurghi hanno aperto questa donna dal petto al pube. Le linee tracciate dal bisturi non sono dritte: si ramificano come un albero genealogico reale. A tratti, i punti di sutura hanno ceduto lasciando emergere piaghe purulente. [...] La donna martoriata si chiama Aisha. [...] «Non sento niente». Muove le labbra grigie cercando di parlare e, allo stesso tempo, tenta di fermare le gocce di sudore che le rigano il volto scivolando giù dai capelli rosso scuro. Ha enormi difficoltà. [...] «Mi hanno sparato», prova a spiegare Aisha con estremo sforzo, dopo aver perso brevemente conoscenza, «a bruciapelo».
    «Dio mio! Ma perché?»
    Ancora una volta, cerco di capire. Di nuovo, l’irrazionale prende il sopravvento.
    «Per una birra!».
    Due settimane prima, un giovane soldato russo [...] aveva fatto sedere davanti a sé, sul letto, una donna di Grozny di sessantadue anni, Aisha Suleimanov, e le aveva sparato a bruciapelo cinque pallottole calibro 5.45, vietate da tutte le convenzioni internazionali. Si tratta di pallottole dal baricentro decentrato, assolutamente disumane: attraversano il corpo con traiettorie bizzarre facendo esplodere gli organi al loro passaggio.
    [...]
    «Eravamo già coricati… A un tratto, alle due del mattino, credo, bussano alla porta. Qualcuno che bussa alla porta, a quell’ora, con il coprifuoco, non significa niente di buono. Ma siamo costretti ad aprire, sennò si rischia grosso. Perciò mio marito e io abbiamo aperto. Sulla porta ci sono due soldati. Dicono: “Dateci una birra!”. Gli rispondono: “Non vendiamo birra”. Insistono: “Vai, portaci un po’ di birra!”. Allora dico: “Da noi non c’è birra, le nostre leggi lo proibiscono”. Rispondono: “Bene, nonna”, e se ne vanno. Noi siamo tornati a letto».
    [...]
    «Poi siamo tornati a letto… Più o meno un’ora dopo, mi sono svegliata con quei due soldati che andavano da una stanza all’altra. Frugavano ovunque. Perquisivano. Ci hanno detto: “Stavolta siamo venuti per una zaciska (lett. «pulizia», termine usato dalle truppe russe per le spedizioni punitive e i sequestri di persona, NdA). Ho subito capito che ci volevano punire perché avevamo rifiutato di dar loro la birra e mi sono pentita di non aver loro proposto dei soldi in cambio. [...] Uno di loro è andato nella stanza dove dormivano i nostri nipotini: quattri mesi, un anno e mezzo e cinque anni. Ho avuto paura che violentassero mia nuora davanti ai bambini, perché li ho sentiti urlare. L’altro soldato ha ordinato a mio marito di seguirlo in cucina. Abas aveva ottantasei anni. Sento che gli propone dei soldi perché se ne vadano tutti e due. E poi, a un tratto, un urlo. Il soldato aveva ammazzato mio marito con una coltellata. Uscito dalla cucina, mi ha portato in camera, ero pietrificata. Capisco tutto ma non riesco a opporre resistenza. Con un tono dolce e indicandomi il letto con la mano, mi dice: “Siediti lì, nonnina, chiacchieriamo un po’”. [...] Gli ho detto: “Non fare paura ai bambini”. “Non si preoccupi”, mi ha risposto con voce soave. E con queste parole, senza alzarsi dalla sedia, mi spara addosso. Mia nuora mi ha raccontato che, dopo, hanno chiuso la porta piano e sono andati via.».
    Non sono riuscita a scovare l’assassino, Oleg Kuzmin. (pagg. 9-11)

    Così, semplicemente, ogni giorno da anni, trascorre la vita in Cecenia. Quante volte abbiamo sentito Putin scusarsi e lasciare la scena politica per la galera? Quante volte abbiamo sentito i nostri governanti deprecare tutto ciò? Noi l’invitiamo a Villa Certosa, ecco cosa facciamo. O, al più, ignoriamo a piè pari la vicenda.

    E così, dicevo, per Anna il sipario è calato nell’androne del suo palazzo a Mosca, dove coraggiosamente viveva senza la paura dell’inevitabile. In certa parte ne è sempre stata consapevole: nel libro citato si legge: «Non sai mai quanto ti resterà da vivere, quando sei circondata da morti».
    Questo valeva per lei, che camminava fra le macerie di Grozny. E vale anche per noi, affossati in una quotidianità di zombie apatici, che pensano alla macchina e alla partita.

    Addio Anna, questa canzone è il mio regalo di commiato per te.

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  • Una frase, una foto

    09 10 2006 di Francesco Minciotti

     

    il test nucleare e’ un evento storico che ha portato felicita’ all’ esercito e alla popolazione. L’ esperimento atomico contribuira’ a mantenere la pace e la stabilita’ nella penisola coreana (qui, amplius)

    Comunicato dell’agenzia centrale nordcoreana sul test atomico avvenuto il 9 ottobre 2006


    Uno dei tanti «felici» cittadini di Hiroshima, nei primi giorni di agosto del 1945, dopo aver «assistito» all’effetto pacificatore della bomba atomica.

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  • L’unica vera agenda delle priorità di ogni governo

    24 05 2006 di Francesco Minciotti

     

    Rapporto annuale Amnesty International 2006

    E’ uscito. Leggetevi pure una breve presentazione e poi consultatelo integralmente in linea.

    Date pure un’occhiata alla sezione riguardante l’Italia: vi accorgerete come il «terzo mondo» ci somigli più di quanto si pensi.

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  • Trova le differenze (se ce ne sono…)

    07 02 2006 di Francesco Minciotti

    Sexy (?) superbowl

      «Si è svolta a Los Angeles la terza edizione del Lingerie Bowl Football Game. Due squadre di modelle in reggiseno e mutandine - le Los Angeles Temptations e le New York Euphoria - si sono sfidate in una partita durata trenta minuti» (qui, amplius)

    Donne con burqa

      Donne afghane che parlano fra di loro.

    Ora, mi e vi chiedo: per quanto ancora crederemo a coloro che sostengono che pertenga esclusivamente al “mondo islamico” il ben poco desiderabile primato della donna-oggetto?
    Per quanto ancora faremo finta di non vedere?

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  • «Danni collaterali»: un eufemismo che uccide

    15 01 2006 di Francesco Minciotti

    Il lessico militare è abominevole. Questa è la coordinata morale dalla quale bisogna partire, se non si vuole impazzire nel pensare a concetti prodotti da quel malefico dizionario.
    Nelle prime ore della giornata di ieri, s’era diffusa la notizia secondo la quale Ayman al-Zawahiri (il famigerato “numero due” di Al-Qaeda) fosse stato ucciso da un bombardamento a tappeto. Dopo qualche ora, s’è cominciato ad aggiungere l’avverbio «forse». Infine, dopo un altro po’ di tempo, ecco la notizia per com’è avvenuto il fatto:

    Nell’azione militare della Cia sono morti anche donne e bambini
    Pakistan, civili uccisi nel raid americano
    Ufficialmente smentita la presenza del numero 2 di al Qaida (qui, amplius)

    Il copione è il solito: agenti della CIA indagano, pagano fonti per avere informazioni (che suonano sempre “dice che…”, “forse…” “pare…”), e poi fan partire qualche Predator a lanciare qualche bomba e qualche missile. Chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato. Scurdammuc’ ‘o passat’.
    E se, per caso, la soffiata era sballata, peccato: avremo sprecato qualche soldo sulle bombe.
    Già, però capita pure che — oltre al deprecabilissimo spreco di preziose bombe — in quella stessa zona ci siano anche altri esseri umani innocenti; a volte ridotti lessicamente a “vittime civili”; barbarizzati, talaltre, a “danni collaterali”.
    In questo caso, chi glielo dirà a Shah Zaman, padre di cinque bambini — tre morti sotto le bombe dei Predator davvero poco “smart” — che, se gli andrà di lusso, avrà un indennizzo monetario per i “danni collaterali” che la sua famiglia ha riportato?Shah Zaman con due dei suoi figli superstiti Quale povero traduttore dovrà spiegare agli occhi di Shah Zaman che il signore in mimetica che lo guarda da dietro gli occhiali a specchio vuole chiedere scusa a nome dell’amministrazione americana perché, per uno spione infingardo, i suoi tre bambini sono diventati “danni collaterali”? Dove andrà a trovare parole afghane capaci di tradurre “collateral damages“? Esisteranno parole, in quella lingua così gutturale e amena alle nostre orecchie, capaci di tradurre un concetto che, probabilmente, rimane oscuro anche a noi?
    Forse quel povero traduttore, fratello di lingua di Shah Zaman, gli risparmierà l’ulteriore lacerante dolore di ridurre a “cosa” i suoi tre bambini, ora distribuiti qua e là nella rocciosa terra d’Oriente in tanti piccoli pezzettini.

    Seduto qui, nella mia stanza — il mio piccolo, caldo centro del mondo lussuoso — le mie dita si fermano, e penso: chissà come si dice in afghano “piccole stelle che non splendono più”.

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